La questione delle guerre di liberazione
Le sperimentazioni tattiche, dopo decenni di voluminose e poderose lezioni accademiche di “vera e sana dottrina”, portarono presto gli ortodossi bordighisti alla “riesumazione del fronte unico politico intergruppi e all’agitazione di parole d’ordine tipo: governo operaio senza esponenti borghesi, ecc.” (Dalle autoconfessioni del Comunista).
Le contrastanti imposizioni di linee politiche e indirizzi di attività poggiavano chiaramente su una analisi superficiale e spesso opportunistica — come per il conseguente ruolo e la funzione dei sindacati — del quadro imperialistico entro il quale si muove il moderno capitalismo decadente. Così pure è accaduto per l’altra agitata questione delle guerre di liberazione nazionale, considerate come forme di lotta delle aree arretrate e oppresse contro l’imperialismo. Una via ritenuta per anni storicamente ancora aperta nelle prospettive della strategia proletaria, e in netto contrasto con le posizioni sostenute dalla Sinistra italiana. La pretesa fase storica si chiudeva improvvisamente nel 1982, a partire dalla perdita dell’Angola e del Mozambico da parte del Portogallo, senza una minima, chiara ed esauriente analisi critica del perchè in quel momento e non prima si ritenesse concluso il ruolo “progressista” delle rivoluzioni democratico-borghesi. Forse per le difficoltà…organizzative che il “partito mondiale” incontrava nella pratica applicazione delle simpatie politiche espresse dal Centro Organico?
Il progressivismo, nell’esame delle cosiddette rivoluzioni coloniali susseguitesi nel lungo periodo della guerra fredda tra l’imperialismo americano e quello russo, è stato un dato caratterizzante il pensiero ultimo di Bordiga. Sempre presente nelle posizioni di Programma, si è tinto di particolari colorazioni fino a stravolgersi in un vero e proprio opportunismo presso alcuni gruppetti bordighisti, che non hanno esitato a inneggiare ai comandi militari della “resistenza” palestinese.
La storia dei programmisti è comunque ricca di appoggi, a volte “critici” e a volte entusiastici, “alle lotte dei popoli coloniali che, vibrando colpi all’imperialismo n. 1, conducono alla ripresa del moto di classe”. (Programma Comunista — 1976). Non solo, ma addirittura di partecipazioni fisiche a manifestazioni para-staliniste svoltesi all’insegna delle “lotte popolari di liberazione nazionale”. La giustificazione, “dialettica”, recitava che “la presa di coscienza nel proletariato, nonchè la sua combattività di classe, passano attraverso la palestra delle lotte di liberazione nazionale”. E per maggior chiarezza, aggiungeva: “anche se ciò significa che i proletari dovranno scannarsi fra di loro”…
Con ciò Programma, in perfetta linea col pensiero bordighista, si è sempre ritenuto estraneo a ogni denuncia delle guerre di liberazione nazionale per quello che esse realmente sono state: momenti della politica interimperialista e comunque non “progressive” se non in termini idealistici. E dietro una posizione chiaramente legata alla sopravvalutazione del fattore nazionale nella fase imperialista di massima internazionalizzazione dei rapporti capitalistici, era evidente la trasposizione acritica — dopo mezzo secolo di degenerazione e di controrivoluzione del Comintern — delle Tesi terzinternazionaliste sull’autodeterminazione dei popoli.
Lo stesso Lenin, tuttavia, così si pronunciava nel 1916 in Contre le courant:
La distinzione economica tra le colonie e i popoli europei — almeno per la maggioranza di questi ultimi — consisteva un tempo in ciò, che le colonie erano comprese nello scambio delle merci, ma non ancora nella produzione capitalistica. L’imperialismo ha cambiato tutto questo. L’imperialismo è, tra altre cose, l’esportazione del capitale. La produzione capitalistica, sempre più rapidamente, si trapianta nelle colonie. E’ impossibile strappare queste alla dipendenza là dove si trovano di fronte al capitale finanziario europeo.
Dal punto di vista militare, come dal punto di vista della espansione, la separazione delle colonie dal dominio dei paesi colonialistici non è realizzabile, secondo la regola generale, che con il socialismo; sotto il regime capitalista essa non è possibile che a titolo d’eccezione, o anche a prezzo di numerose rivoluzioni tanto nella colonia che nella metropoli.
In Europa le nazioni indipendenti hanno il loro capitale e delle facilità per costituirlo nelle condizioni più varie.
Nelle colonie, il capitale coloniale non esiste o quasi; la colonia non può costituirlo altrimenti che nelle condizioni di subordinazione politica, in funzione del capitale finanziario.
Altrettanto chiara e precisa era la nostra posizione dopo il secondo conflitto imperialistico:
Il problema strategico, affidato oggi dalla storia all’avanguardia rivoluzionaria, non consiste nel futile gioco intellettualistico della discriminazione degli imperialismi in lotta, di aiutare e di ‘tifare’ per le giovani forze del più recente capitalismo irrompenti sulla scena del mondo, ciò che non consentirebbe di fare un passo innanzi n‚ alle idee n‚ alle forze della rivoluzione, ma finirebbe, favorendo anche soltanto teoricamente uno dei contendenti, per rafforzare l’imperialismo nel suo complesso. Esso consiste bensì nel lavorare in vista di una concreta iniziativa classista e rivoluzionaria del proletariato internazionale, che convogli sul piano di classe anche le lotte dei popoli di colore, tenendo presente l’ammonimento di Lenin: — In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa.
Dallo Schema di mozione presentato dal C.E. al Consiglio Nazionale del P.C.Internazionalista — 5 e 6 gennaio 1958
Battaglia Comunista - 7
2001-07-01 - Luglio 2001
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