Dall'aristocrazia operaia al precariato

Il nuovo persorso dell’imperialismo

Negli ultimi tre decenni le condizioni di vita e di lavoro del proletariato a livello internazionale sono peggiorate in termini catastrofici. In molte aree del pianeta le forme dello sfruttamento capitalistico hanno assunto una tale violenza che la schiavitù della vecchia civiltà greca o romana sembra un paradiso terrestre in confronto al moderno capitalismo.

Per comprendere fino in fondo le dinamiche economiche che hanno determinato il riapparire di tale forme di povertà assolute, con miliardi di esseri umani che quotidianamente lottano per non morire di fame, è necessario indagare le moderne forme del dominio imperialistico e dell’appropriazione di quote crescenti di plusvalore attraverso la straordinaria crescita di produzione di capitale fittizio. L’imperialismo non è un qualcosa di immutabile che una volta manifestatosi mantiene inalterato le proprie caratteristiche, ma tende incessantemente a modificare gli strumenti con i quali estorcere in maniera parassitaria il plusvalore prodotto dal proletariato internazionale. Saremmo dei pessimi materialisti storici se non cogliessimo fino in fondo la dinamicità dell’imperialismo, definito da Lenin come la fase suprema del capitalismo, la sua capacità di adattarsi alle mutate condizioni in cui si manifestano le strutturali contraddizioni del rapporto capitale lavoro. Una dinamicità che risente inevitabilmente anche del livello dello scontro di classe tra borghesia e proletariato. Proprio la passività proletaria a livello internazionale, che si sostanzia in una supina accettazione delle scelte imposte dagli interessi del capitale, ha permesso all’imperialismo di affinare tutti quegli strumenti che gli permettono di alimentare senza soste il processo d’accumulazione e nello stesso tempo affamare la stragrande maggioranza dell’umanità.

Il presente lavoro non ha l’obbiettivo d’indagare gli aspetti economici delle forme in cui si manifesta il dominio imperialistico [1] ma sottolineare le conseguenze che tali nuovi fenomeni dell’imperialismo hanno avuto sulla composizione del proletariato internazionale e sulle difficoltà che i singoli proletari hanno nel percepire di appartenere ad un’unica classe sociale. L’imperialismo ai tempi di Lenin è profondamente mutato, è pertanto necessario studiare i moderni aspetti dell’imperialismo, le conseguenze sulla composizione di classe a livello mondiale nel difficile tentativo di trovare delle risposte politiche in un momento in cui il proletariato neanche si riconosce come classe sociale. Tutto questo ci impone di saper cogliere in tutti i suoi aspetti le conseguenze sul piano sociale delle forme in cui si manifesta il moderno imperialismo.

Imperialismo e aristocrazia operaia

Nel suo lavoro sull’imperialismo, scritto nel corso del primo conflitto mondiale, Lenin oltre ad analizzare le principali caratteristiche economiche della nuova fase in cui è entrato il modo di produzione capitalistica, cerca di cogliere gli elementi di novità nella composizione del proletariato e le conseguenze politiche che ne derivano sul piano della lotta di classe.

Per il rivoluzionario russo la caratteristica economica principale dell’imperialismo è l’affermarsi del monopolio; la vecchia economia basata sulla libera concorrenza, se mai sia effettivamente esistita, è soppiantata dall’affermarsi delle concentrazioni monopolistiche. Una delle caratteristiche peculiari di questi grandi gruppi è la vastità dei loro interessi economici sia nel settore bancario che in quello industriale e sono proprio tali interessi a determinare la politica internazionale. Con l’imperialismo il processo di concentrazione e centralizzazione della ricchezza ha assunto delle dimensioni mai raggiunte prima tanto da determinare una modificazione nel processo di formazione dei prezzi e di conseguenza nello stesso saggio del profitto. Lenin coglie perfettamente la novità economica rappresentata dal fatto che grazie al monopolio i capitalisti ottengono un extra profitto derivante esclusivamente dalla rendita di posizione sul mercato.

Uno dei fenomeni dell’imperialismo ai tempi di Lenin è la capacità dei grandi gruppi monopolistici di ottenere un profitto più elevato rispetto a quello che si otterrebbe in presenza di un’economia di libera concorrenza. Il fenomeno degli extra profitti derivanti dall’affermarsi del monopolio alimenta in maniera significativa il processo di accumulazione del capitale. Si determinano in tal modo i presupposti per accelerare la formazione di capitali in eccesso che possono trovare impiego solo sui mercati internazionali. L’esportazione di capitali è il modo con cui i grandi gruppi monopolistici impiegano i loro capitali che non trovano un remunerativo impiego sul mercato interno, scatenando una feroce lotta tra questi grandi conglomerati economico-finanziari per il controllo delle aree in cui esportare capitali. Partendo da queste considerazioni il conflitto internazionale scoppiato nel corso del 1915 è definito da Lenin come una guerra imperialistica generata dallo scontro delle grandi potenze per il controllo dei mercati dove esportare i capitali in eccesso.

Quella di Lenin non rappresenta una novità assoluta sul piano dell’analisi scientifica delle nuove forme assunte dal capitale all’inizio del ventesimo secolo; infatti prima di lui l’argomento era stato ampiamente studiato da altri economisti tra i quali è bene ricordare l’economista inglese Hobson e il socialdemocratico tedesco Hilferding. La novità dell’elaborazione di Lenin consiste nell’aver colto in pieno tutti gli aspetti che segnalano l’inizio della fase di decadenza del modo di produzione capitalistico. Con l’imperialismo inizia la fase in cui il processo di accumulazione del capitale è alimentato anche da fenomeni esterni al mondo della produzione vera e propria. Gli extra profitti derivanti dalla rendita monopolistica o dall’esportazione del capitale all’estero rappresentano i primi segnali del processo di decadenza della formazione sociale borghese.

Questi extra profitti, chiamati tali in quanto realizzati all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del proprio paese, oltre ad alimentare il processo di accumulazione sono utilizzati in piccolissima parte dalla borghesia per corrompere alcuni settore della classe operaia. L’imperialismo degli esordi si riflette sul piano della composizione di classe creando la cosiddetta aristocrazia operaia. Lenin individua nella formazione di questo settore della classe operaia uno degli strumenti con il quale la borghesia cerca di spezzare l’unità del proletariato, corromperlo sul piano ideologico e di conseguenza legarlo al carro del primo conflitto mondiale. E’ attraverso l’elargizione delle briciole di extra profitti che la classe operaia rimane per molti versi irretita nelle maglie della politica riformista dei partiti della seconda internazionale. D’altronde la domanda che si pone Lenin è quella di capire il meccanismo che ha permesso alla borghesia di coinvolgere nel primo conflitto mondiale il proletariato europeo, mentre le contraddizioni accumulate nei processi di riproduzione erano tali da porre all’ordine del giorno la rivoluzione comunista nei paesi a capitalismo avanzato. L’imperialismo, generando una stratificazione di aristocrazia operaia, ha permesso al capitale di agevolare la politica del riformismo illudendo il proletariato sulla possibilità di migliorare costantemente le proprie condizioni di vita e di lavoro.

Diamo la parola al giudizio sprezzante espresso da Lenin nei confronti dell’aristocrazia operaia:

E questo stato di operai imborghesiti, di aristocrazia operaia, completamente piccolo-borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia di vita, costituisce il puntello principale della seconda Internazionale; e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio, veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro l borghesia si pongono necessariamente, e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei versaglieli contro i comunardi. [2]

Se da un lato l’imperialismo segna l’inizio della fase di decadenza della formazione sociale borghese, in quanto mette in atto tutta una serie di meccanismi di appropriazione parassitari tipici di una società decadente, quegli stessi meccanismi hanno permesso per alcuni decenni alla borghesia di ridistribuire parte di queste risorse ad alcuni settori della classe lavoratrice nelle aree centrali del capitalismo mondiale. Per chi è abituato a leggere la realtà con le lenti deformanti dell’idealismo o del vecchio materialismo meccanicistico decadenza ed aristocrazia operaia possono apparire due fenomeni tra di loro incompatibili, tanto che affermano che non può esserci decadenza se migliorano le condizioni di una fascia significativa di classe operaia. Una lettura superficiale dei fenomeni può portare a considerare paradossale la cosa, ma una corretta applicazione del marxismo, del metodo dell’astrazione determinata, ci aiuta a comprendere come per un breve periodo storico il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice, aristocrazia operaia, sia perfettamente compatibile con l’apparire dei fenomeni di appropriazione parassitaria di plusvalore e quindi di decadenza della società borghese.

Imperialismo e precariato

Il meccanismo economico che è stato alla base della formazione dell’aristocrazia operaia nelle aree avanzate del capitalismo ha funzionato fino agli inizi degli anni settanta. Dal secondo dopoguerra e per almeno tre decenni gli extra profitti realizzati dai grandi gruppi monopolistici sono serviti in una piccolissima parte per elargire salari più alti, ottenendo in cambio una sostanziale pace sociale anche grazie all’azione del sindacato. La grande produzione industriale esigeva una programmazione dell’intero ciclo produttivo e in tale contesto è stato funzionale al capitale mantenere stabile il rapporto di lavoro. La catena di montaggio, la realizzazione di economia di scala sono tutti elementi che hanno giocato a favore di una contrattualizzazione del rapporto capitale lavoro a medio/lungo termine.

La crisi economica dei primi anni settanta, conseguenza della caduta dei profitti causata dall’aumento della composizione organica del capitale, ha mutato in maniera definitiva il precedente quadro economico e sociale. Nel nuovo contesto di crisi sono emersi quei presupposti per un radicale mutamento nei meccanismi di appropriazione parassitaria di plusvalore e nella composizione del proletariato su scala internazionale. Il moderno imperialismo ha segnato una svolta radicale rispetto al passato, includendo nei propri tentacoli ogni angolo del pianeta. Se è vero che già nei primi anni del secolo scorso il capitalismo era il sistema economico dominante su tutto il pianeta, nella realtà esistevano vastissime aree in cui permanevano sistemi economici e sociali di tipo precapitalistico.

In sostanza nella prima fase dell’imperialismo il capitale è riuscito a subordinare ai propri meccanismi d’accumulazione l’intero pianeta, ma nello stesso tempo in molte realtà dell’Africa o della stessa Asia permanevano vastissime aree con sistemi produttivi di tipo precapitalistico. In questi paesi trovare rappresentanti della classe operaia era un’impresa alquanto ardua, tanto era così lontana l’affermarsi in maniera compiuta del sistema economico capitalistico. L’esportazione di capitali ha aperto la strada verso l’internazionalizzazione del proletariato, ma il processo è durato nei fatti parecchi decenni tanto che non si è compiuto secondo gli schemi che ci si poteva immaginare ai tempi di Lenin. Infatti mentre nelle aree centrali del sistema lo sviluppo capitalistico si è accompagnato ad un miglioramento in termini assoluti delle condizioni del proletariato, non è accaduta la stessa cosa nelle aree periferiche.

L’imperialismo ha imposto che lo sviluppo capitalistico nei paesi arretrati non ripercorresse la stessa strada già percorsa nei paesi a capitalismo avanzato. Il capitale ha definitivamente distrutto le vecchie strutture produttive ma non ha generato nelle aree periferiche lo stesso sviluppo generalizzato che invece si è concretizzato per tutta una fase storica nei paesi a capitalismo avanzato. Non esistono più aree precapitalistiche, seppur subordinati agli interessi del capitale, nell’intero pianeta domina il modo di produzione capitalistico ma le gigantesche masse proletarie dei paesi arretrati vivono condizioni spaventose. Un solo esempio per chiarire il concetto è rappresentato dall’esperienza cinese degli ultimi anni; una crescita economica senza uguali al mondo non si traduce in un miglioramento nelle condizioni di vita del proletariato, ma addirittura in un continuo processo d’impoverimento. La distruzione delle vecchie strutture economiche contadine ha scatenato in tutto il pianeta una corsa verso le concentrazioni urbane con l’obiettivo di sfuggire alla fame, alimentando una crescita senza uguali nella proletarizzazione di miliardi di esseri umani. Le condizioni in cui vivono i proletari nelle grandi megalopoli sono da inferno dantesco [3] e sono la diretta conseguenza del moderno imperialismo.

Sotto la spinta della crisi economica si sono affinati i meccanismi dell’appropriazione parassitaria di plusvalore attraverso la produzione di capitale fittizio. La rottura dei trattati di Bretton Wood, la deregolamentazione dei mercati valutari, la nascita di nuovi strumenti finanziari altamente speculativi come i prodotti derivati, sono i passaggi che hanno segnato una svolta radicale nelle forme in cui si esplica il dominio imperialistico. Per parafrasare Marx e i suoi schemi della riproduzione capitalistica, in questi ultimi decenni alla formula D-M-D’, in cui il capitale nella forma monetaria si trasformava in capitale industriale (merci) e successivamente attraverso la vendita delle merci nuovamente in denaro accresciuto del profitto, si è prepotentemente affiancata la formula D-D’, in cui il capitale nella forma monetaria pur non trasformandosi in capitale industriale pretende, in quanto capitale, di essere remunerato agli stessi saggi di profitto. E’ dominante la forma dell’appropriazione di plusvalore attraverso la produzione di capitale fittizio, ossia di quel capitale che non entra direttamente nel mondo della produzione ma che pretende in ogni caso di essere remunerato.

Se Lenin ha definito l’imperialismo come la fase monopolistica in cui è dominante il capitale finanziario, ossia quel capitale bancario che sotto forma di moneta è investito nel mondo della produzione, oggi la realtà ci impone di aggiornare tale definizione, sostituendo il capitale finanziario con il più appropriato concetto di capitale fittizio. Infatti mentre fino agli anni settanta il meccanismo dominante nei processi d’appropriazione parassitaria di plusvalore è stato quello descritto da Lenin, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso hanno assunto una rilevanza sempre maggiore le forme di appropriazione mediante la produzione di capitale fittizio, che per sua natura non contribuisce in alcun modo a produrre un solo atomo di plusvalore in quanto non entra mai direttamente nel mondo della produzione reale delle merci.

Capitali sempre più grandi, espressione dell’altissimo processo di concentrazione e centralizzazione della ricchezza, vagano nei mercati internazionali alla ricerca della massima remunerazione senza sporcarsi le mani nella produzione delle merci. Ma questi capitali ottengono un profitto non per grazia divina ma per il semplice fatto che in qualche angolo sperduto del pianeta i proletari sfruttati producano plusvalore.

Sul piano sociale l’espansione delle attività parassitarie attraverso la produzione di capitale fittizio sono state devastanti in ogni angolo del pianeta. Le nuove forme in cui si manifesta il dominio imperialistico spingono inesorabilmente ad accentuare lo sfruttamento della forza lavoro, in quanto capitali sempre crescenti non entrano direttamente nella produzione di merci ma nel contempo esigono di essere remunerati. Stiamo assistendo ad una crescita esponenziale delle attività parassitarie che impongono un supersfruttamento del proletariato. Sono questi i motivi che hanno determinato negli ultimi anni nelle aree a capitalismo avanzato la precarizzazione del rapporto di lavoro e nelle aree periferiche una proletarizzazione di una massa umana enorme. Nel volgere di pochi decenni nelle cittadelle imperialistiche siamo passati dall’aristocrazia operaia al lavoro precario e sotto pagato. Tutto questo è stato reso possibile anche per il fatto che il processo di formazione di un unico mercato della forza-lavoro, avviatosi agli esordi del novecento, si è di fatto compiuto in questi ultimi tempi. Attraverso quest’unificazione si è determinata una spaventosa spinta verso il basso dei salari e nel contempo una flessibilità nell’utilizzo della forza-lavoro così accentuata da non dare alcuna stabilità nel rapporto di lavoro. Se consideriamo infine che la nuova organizzazione del lavoro non prevede più una struttura rigida riusciamo a cogliere fino in fondo tutte le spinte che hanno portato alla precarizzazione del rapporto di lavoro. E’ cambiato radicalmente l’ambiente di lavoro, non esiste più la catena di montaggio lungo la quale lavoravano fianco a fianco migliaia di operai; questo cambiamento si è tradotto nel fatto che anche il rapporto tra capitale e lavoro fosse di tipo diverso rispetto a quello vigente fino a tutti gli anni settanta. Si è aperta la strada in maniera definitiva per un rapporto di lavoro altamente flessibile e funzionale agli interessi del capitale.

Conclusioni

Se nelle aree di capitalismo avanzato settori sempre più vasti di proletariato sono stati precarizzati, nelle aree periferiche miliardi di proletari vivono nella miseria più totale. Proletari che stentano a riconoscersi come classe in quanto non vivono le realtà di fabbrica come in passato. Sono le nuove forme del dominio imperialistico che incidono in maniera determinante sulla composizione del proletariato internazionale. Il fatto che siano aumentate a dismisura le attività parassitarie mediante la produzione di capitale fittizio ha determinato che nelle aree a capitalismo avanzato il proletariato industriale rappresenti una piccola parte rispetto ai proletari che lavorano nelle attività terziarie, con la conseguenza che sono radicalmente mutate le condizioni in cui può maturare una coscienza di classe. [4]

Nelle aree periferiche la crescita del capitale fittizio ha determinato da un lato la totale distruzione delle vecchie strutture economiche, proletarizzando in tal modo miliardi di esseri umani che si accalcano nelle grandi megalopoli, proletari che nella stragrande maggioranza vivono fuori dalle attività produttive vere e proprie e per sopravvivere sono disposti a svolgere qualsiasi tipo di lavoro.

In questo nuovo quadro è definitivamente tramontato qualsiasi spazio per l’applicazione di politiche di tipo riformista. Il capitale non concede più alcun margine di manovra non solo per elargire le briciole degli extra profitti, ma anche per un mantenimento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato internazionale. Per soddisfare la sua bramosia di profitti è costretto ad attaccare incessantemente la classe lavoratrice.

Alla vastità dell’attacco subito non corrisponde un’adeguata risposta del proletariato e le ragioni vanno ricercate anche nella composizione di classe che si è compiuta negli ultimi anni in virtù dell’apparire dei fenomeni che caratterizzano il moderno imperialismo e nella difficoltà dei proletari di riconoscersi come una classe sociale. Il proletariato pur essendo divenuto negli ultimi decenni sempre più numeroso e diffuso in ogni angolo del pianeta non riesce a percepire fino in fondo il suo essere classe sociale che ha una precisa collocazione all’interno della società del capitale. Negli ultimi anni sono stati stravolti dalla borghesia i luoghi di lavoro dove poteva maturare una coscienza di classe, sono stati distrutti gli spazi sociale, le fabbriche e gli stessi quartieri proletari sono stati sventrati per far posto ai nuovi templi della finanza o mega centri commerciali. Nelle aree periferiche miliardi di esseri umani sono stati brutalmente proletarizzati portandosi inevitabilmente con se una millenaria cultura contadina, rendendo pertanto difficoltoso il maturare di una coscienza di appartenere alla classe proletaria. Se a tutte queste difficoltà aggiungiamo la vastità del dominio ideologico che può mettere in campo la borghesia possiamo capire le difficoltà a far maturare una coscienza di classe ai proletari.

Negli ultimi anni gli sporadici episodi in cui il proletariato è stato protagonista di lotta di classe ci possono essere d’aiuto per fare qualche breve finale considerazione politica nell’attuale fase del dominio imperialistico. Oggi più di ieri, proprio per lo straordinario dominio ideologico del capitale e per le mutate condizioni in cui si trovano a vivere i proletari, è necessario operare per la costruzione del partito internazionale del proletariato capace di dare le giuste indicazioni politiche alle lotte della classe. Proprio le mutate condizioni di vita del proletariato spingono nella direzione di una lotta di classe che non si manifesta sempre sul piano delle rivendicazioni economiche, ma può nascere potenzialmente e immediatamente sul terreno politico. Come dicevamo prima questa è l’epoca in cui non esistono margini per l’applicazione di politiche riformiste perché la borghesia non può più elargire neanche le briciole. Questo potenzialmente aumenta le possibilità che le lotte assumano da subito un significato politico. Ma senza una guida, il partito, tutte le lotte anche quelle più genuine e radicali sono destinate ad essere purtroppo sconfitte, lasciando al capitale altro tempo per affamare il mondo intero e nello stesso tempo preparare altre guerra.

Lorenzo Procopio

[1] Rimandiamo il lettore ai numerosi articoli apparsi in questi ultimi anni in questa stessa rivista che trattano della mondializzazione del capitale.

[2] Lenin — L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Pag. 43 ed. Editori Riuniti 1964.

[3] Una splendida descrizione della vita nelle megalopoli è presente nell’ultimo libro di Mike Davis “Il Pianeta degli Slumâ€, pubblicato nel novembre 2006 dalla casa editrice Feltrinelli.

[4] Per un approfondimento dell’argomento vedi Lorenzo Procopio “Precarietà e coscienza di classe†Prometeo VI serie n. 13.