Sul concetto di lavoro necessario e pluslavoro
La tendenza del capitale è quella di estorcere quanto più possibile plusvalore dai proletari
Chiamo plusvalore relativo il plusvalore che deriva in sostanza dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa.
Così Marx definisce il plusvalore relativo cioè il modo di produrre plusvalore quando la giornata lavorativa è divenuta una grandezza data e quindi, dato il tempo di lavoro necessario (valore della forza lavoro) è dato il pluslavoro (plusvalore).
Ora per diminuire il tempo di lavoro necessario, il valore della forza lavoro e così relativamente il salario, al fine di aumentare il pluslavoro e così il plusvalore deve aumentare la produttività del lavoro. Infatti il plusvalore relativo sta in rapporto diretto alla forza produttiva del lavoro. Quindi per aumentare quest’ultima deve subentrare una rivoluzione del processo produttivo. Così, conclude Marx:
Entro i limiti della produzione capitalistica, lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ha lo scopo di abbreviare la parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio deve lavorare per se stesso, per prolungare, proprio con questo mezzo, l’altra parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista.
Il Capitale, libro I, cap.10
Aumenta il grado di sfruttamento della forza lavoro e questo grado di sfruttamento è misurato dal saggio del plusvalore s’ = pv/v, cioè dal rapporto tra il plusvalore (pluslavoro) e il capitale variabile (tempo di lavoro necessario-valore della forza lavoro). Il plusvalore è tanto importante per il capitalista non solo perché è il profitto, ma soprattutto perché entra nella formula del saggio del profitto P = pv/c+v; ed entra al numeratore. La suddetta formula si può anche scrivere così P = (pv/v) / (c/v+v/v), e quindi P = s’/q+1, dove s’ è il saggio del plusvalore (pv/v), q è la composizione organica del capitale (c/v) e 1 è v/v. Da qui possiamo dire che il saggio del profitto è in rapporto diretto col saggio del plusvalore ed in rapporto inverso con la composizione organica del capitale. Vorremmo ora soffermarci sul numeratore, perché ciò ci permettere di inquadrare e comprendere la tendenza attuale del rapporto capitale-lavoro, in primo luogo nel capitalismo occidentale. Abbiamo visto che s’ indica il grado di sfruttamento della forza lavoro, che il plusvalore relativo è in rapporto diretto con la produttività del lavoro, mentre il valore della forza lavoro (lavoro necessario) è in rapporto inverso alla forza produttiva del lavoro.
Proviamo quindi ad analizzare il rapporto plusvalore-produttività . Marx ci dice che:
Una volta date le basi generali del sistema capitalistico, nel corso dell’accumulazione si giunge ogni volta a un punto in cui lo sviluppo della produttività del lavoro sociale diventa la leva più potente dell’accumulazione [… e che questo punto segna un mutamento qualitativo perché] l’accumulazione del capitale che in origine si presentava solo come suo ampliamento quantitativo si compie, come abbiamo visto, in un continuo cambiamento qualitativo della sua composizione, in un costante aumento della sua parte costitutiva costante a spese della sua parte costitutiva variabile.
Il Capitale, libro I, cap.23
L’aumento della produttività del lavoro diventa la leva più potente dell’accumulazione perché permette di aumentare il plusvalore, e l’accumulazione è trasformazione di plusvalore in capitale. Ma per aumentare il plusvalore, quindi il pluslavoro, deve diminuire il tempo di lavoro necessario. Il progressivo raddoppio della produttività del lavoro porta il lavoro necessario da 6 ad 0,75 ore, mentre il pluslavoro passa da 2 a 7,25 ore. Il saggio del plusvalore s’ varia dal 33% (2/6), al 166% (5/3), al 433% (6,5/1,5), al 966% (7,25/0,75). Ecco, in assoluto il pluslavoro cresce, ma con intensità via via decrescente. Lo stesso accade al rapporto pluslavoro-lavoro necessario (saggio del plusvalore s’). All’inizio si quintuplica, successivamente quasi si triplica ed infine si raddoppia o poco più.
Se si considera che nel frattempo anche la composizione organica del capitale si è modificata enormemente [1] riducendo la sua parte costitutiva variabile in relazione a quella costante, deve essere verificato se, per il capitale, tale aumento dello sfruttamento sia sufficiente ad opporsi alla caduta tendenziale del saggio del profitto. A parte ciò, noi vogliamo portare l’attenzione sul fatto che quanto più grande è il plusvalore prima dell’aumento della produttività , o, in altri termini, quanto più è piccola la frazione di giornata lavorativa che equivale al tempo di lavoro necessario, tanto più relativamente si riduce l’aumento del plusvalore che il capitale ottiene dall’aumento della produttività . Quanto il capitale è già sviluppato, quanto più plusvalore ha prodotto sfruttando la forza lavoro, tanto più deve sviluppare la produttività per valorizzarsi, tanto più deve sfruttare i lavoratori, riuscendo però a valorizzarsi in proporzione sempre minore.
Quanto più è ridotta la frazione del lavoro necessario tanto meno un aumento della produttività del lavoro la può ridurre. Un ostacolo non secondario è la presenza di una giornata lavorativa data. Siamo arrivati al punto: come, in queste condizioni, può essere aumentato il plusvalore? L’aumento del plusvalore, oltre l’incremento della produttività , deve essere favorito da altri provvedimenti.
Si può così spiegare il perché della precarietà ed alta flessibilità del lavoro, della riduzione del monte salariale, dell’allungamento della giornata lavorativa aumentando il monte ore annuale (straordinari, sabati lavorativi, ecc.), dell’attacco ai diritti dei lavoratori ecc. Così con modestia affermiamo che questa tendenza andrà evolvendosi, con la continua compressione delle condizioni di vita della classe lavoratrice, accompagnata da un aumento dello sfruttamento.
Evoluzione che è passata attraverso la sconfitta operaia e che ne presuppone altre. Di pari passo si restringono democraticamente i presunti spazi e diritti democratici ed avanza l’ideologia clerico reazionaria-conservatrice borgheseliberista.
mr[1] indicativamente negli anni ’60 del secolo scorso, con un investimento di 100 miliardi di dollari si creavano quasi 1 milione di posti di lavoro, negli anni ’90 lo stesso investimento distruggeva 500.000 posti di lavoro. Vedi G. Lanzavecchia, “Il lavoro di domaniâ€, pag. 18, Ediesse 1996.
Battaglia Comunista - 6
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