Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte
Prefazione dell'autore alla seconda
edizione
L'amico, Joseph. Weydemeyer, morto prematuramente, aveva l'intenzione di
pubblicare a New York, a partire dal I° gennaio 1852, una rassegna politica
settimanale, per la quale mi chiese di scrivere la storia del Coup d'Etat. A
tale scopo gli inviai settimanalmente sino alla metà di febbraio, degli
articoli col titolo: Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Nel frattempo il piano
originario di Weydemeyer era andato a monte. Nella primavera del 1852 egli
pubblicò invece una rivista mensile: Die Revolution, il cui secondo fascicolo
contiene il mio 18 brumaio. Alcune centinaia di copie trovarono allora la via
della Germania, senza però esser poste in vendita. Un libraio tedesco che si
faceva passare per estremamente radicale e a cui ne proposi lo smercio, mi
rispose manifestando un vero orrore morale per una "pretesa così contraria
allo spirito dei tempi". Da questi dati risulta che il presente scritto è
nato sotto l'impressione diretta degli avvenimenti e che il suo materiale
storico non va più in là del mese di
febbraio (1852).
La sua presente ristampa è dovuta in parte alle richieste del commercio
librario, in parte alla pressione dei miei amici in Germania.
Degli scritti che, quasi contemporaneamente al mio, si occuparono dello stessa argomento, solo due sono, degni di nota: Napoléon le Petit di Victor Hugo e il Coup d'Etat di Proudhon.
Victor Hugò si limita a un'invettiva amara e piena di sarcasmo, contro l'autore responsabile del colpo di stato. L'avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l'atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo.
Proudhon, dal canto, suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica dei colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell'eroe del colpo di stato. Egli cade nell'errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell'eroe.
Un rimaneggiamento di questo scritto gli avrebbe tolto il suo colore particolare. Perciò mi sono limitato alla pura e semplice correzione degli errori di stampa e a sopprimere le allusioni oggi non più comprensibili.
Ciò che dicevo nella frase finale del mio scritto: "Ma quando il mantello imperiale, cadrà finalmente sulle spalle di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone precipiterà dall'alto della colonna Vendôme", si e già avverato.
L'attacco al culto di Napoleone venne iniziato dal colonnello Charras , nella sua opera sulla campagna del 1815. In seguito, e particolarmente in questi ultimi anni, la letteratura francese, con le armi dell'indagine storica, della critica, della satira e del motto di spirito, ha dato il, colpo di grazia alla leggenda Napoleonica. Fuori della Francia, questa rottura violenta con le credenze popolari tradizionali, questa immensa rivoluzione spirituale, è stata poco osservata e ancor meno compresa.
Io spero, infine, che il mio scritto contribuirà a liberarci della frase scolastica, ora così corrente specie in Germania, circa il cosiddetto cesarismo. Con questa superficiale analogia storica si viene a dimenticare il fatto essenziale che, specialmente nell'antica Roma, la lotta di classe si svolgeva soltanto all'interno di una minoranza privilegiata, tra i ricchi e i poveri che erano liberi cittadini, mentre la grande massa produttiva della popolazione, gli schiavi, costituiva soltanto il piedistallo passivo dei combattenti. Si dimentica la profonda espressione di Sismondi: "il proletariato romano viveva a spese della società, mentre, la. società moderna vive a spese del proletariato" Data una differenza così completa tra le condizioni materiali ed economiche della lotta di classe nel mondo antico e nel mondo moderno, anche i prodotti politici di essa non possono avere in comune niente più di quello che l'arcivescovo di Canterbury non abbia in comune con il gran sacerdote Samuele.
KARL MARX,
Londra, 23 giugno 1869
Prefazione di Engels alla terza edizione
tedesca
Il fatto che una nuova edizione del 18 brumaio sia diventata necessaria, trentatré anni dopo il suo primo apparire, prova che questo breve scritto non ha perduto nulla del suo valore, nemmeno oggi.
Si tratta, in realtà, di un'opera geniale. Immediatamente dopo l'avvenimento che sorprese tutto il mondo politico come un fulmine a ciel sereno, maledetto dagli uni con alte strida di indignazione morale, accolto dagli altri come scampo dalla rivoluzione e castigo per i suoi traviamenti, per tutti, però, oggetto soltanto di maraviglia, e non compreso da nessuno, immediatamente dopo questo avvenimento, Marx ne fece una esposizione breve, epigrammatica, che dava un quadro di tutto il corso della storia di Francia a partire dalle giornate di febbraio, e ne metteva in luce la logica interiore; che riduceva il miracolo del 2 dicembre al risultato naturale, necessario, di quello sviluppo logico, e nel far ciò non aveva bisogno di trattare l'eroe del colpo di stato se non col disprezzo da lui giustamente meritato. E il quadro fu disegnato con tanta maestria, che ogni nuova rivelazione fatta in seguito non ha fatto che apportate nuove prove della fedeltà con cui, esso riproduce la realtà. Questa mirabile comprensione della storia quotidiana nel suo sviluppo, questa chiara penetrazione degli avvenimenti nel momento stesso, in cui si compiono, è difatti senza esempio. Ma a questo scopo era, anche necessaria la esatta conoscenza che Marx aveva della storia di Francia. La Francia è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla soluzione decisiva più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le mutevoli forme politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui si riassumono i loro risultati, prendono i contorni più netti. Centro del feudalesimo nel medioevo, paese classico a partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a poteri limitati, la Francia ha, con la sua Grande Rivoluzione, distrutto il feudalesimo e fondato il puro dominio della borghesia, in forma classica come nessun altro paese europeo. Anche la lotta del proletariato in ascesa contro la borghesia dominante assume qui una forma acuta, che altrove è sconosciuta. Questo è il motivo per cui Marx non aveva soltanto studiato con speciale predilezione la storia passata della Francia, ma aveva anche seguito in tutti i particolari la sua storia attuale, aveva raccolto il materiale da utilizzare in seguito, e perciò non fu mai sorpreso dagli avvenimenti.
A ciò si aggiunge però anche un'altra circostanza. Fu proprio Marx ad aver scoperto per primo la grande legge dell'evoluzione storica, la legge secondo la quale tutte le lotte della storia, si svolgano sul terreno politico, religioso, filosofico, o su un altro terreno ideologico, in realtà non sono altro che l'espressione più o meno chiara di lotte fra classi sociali; secondo la quale l'esistenza e quindi anche le collisioni, di queste classi sono a loro volta condizionate dal grado di sviluppo della loro situazione economica, dal modo della loro produzione e dal modo di scambio che ne deriva. Questa legge, che ha per la storia la stessa importanza che per le scienze naturali la legge della trasformazione dell'energia, gli fornì anche la chiave per comprendere la storia della seconda repubblica francese. In questa storia egli ha messo alla prova la sua legge, e ancora oggi, dopo trentatré anni, dobbiamo riconoscere che questa prova è stata superata in modo brillante.
Friedrich Engels.
I
Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc invece di Robespierre, la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795 il nipote invece dello zio. È la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la seconda edizione del 18 brumaio!
Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch'essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a. prestito i nomi, le parole d'ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia. Così Lutero si travestì da apostolo Paolo; la rivoluzione del 1789-1814 indossò successivamente i panni della Repubblica romana e dell'Impero romano; e la rivoluzione del 1848 non seppe fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora della tradizione. rivoluzionaria del 1793-1795. Così il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando si muove in essa senza reminiscenze, e dimenticando in essa la propria lingua d'origine.
Al solo considerare queste evocazioni storiche di morti, si palesa tosto una spiccata differenza. Camille Desmoulins Danton, Robespierre, Saint-Just, Napoleone, tanto gli eroi quanto i partiti e la. massa della vecchia Rivoluzione francese adempirono, in costume romano e con frasi romane, il compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di instaurare la moderna società borghese, Gli uni spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feudali cresciute sopra di esse. L'altro creò nell'interno della Francia le condizioni per cui poté cominciare a svilupparsi la libera concorrenza, poté essere sfruttata la, proprietà. fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza produttiva industriale, della nazione liberata dalle sue catene; e al di là dei confini della Francia spazzò, dappertutto le istituzioni feudali, nella misura in cui 1 ciò era necessario per creare alla società borghese in Francia un ambiente corrispondente sul continente europeo. Una volta instaurata la nuova formazione sociale disparvero, i mostri antidiluviani; e con essi disparve la romanità risuscitata i Bruti, i Gracchi, i Publicola, i tribuni, i senatori e lo stesso Cesare.
La società borghese, nella sua, fredda realtà, si era creati i suoi veri interpreti e portavoce nei Say, nei Cousin, nei Royer-Collard, nei Benjamin Constant e nei Guizot. I suoi, veri generali sedevano al banco del commerciante, e la testa di lardo di Luigi XVIII era la sua testa politica. Completamente assorbita nella produzione, della ricchezza nella lotta pacifica della concorrenza , essa finì col dimenticare che i fantasmi dell'epoca romana avevano vegliato attorno alla sua culla. Ma per quanto poco eroica sia la società borghese, per metterla mondo 'erano però stati necessari l'eroismo, l'abnegazione, il terrore, la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi gladiatori avevano trovato nelle, austere tradizioni classiche della repubblica romana gli ideali e le forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per mantenere la loro passione all'altezza della grande tragedia storica. Così, in un'altra tappa dell'evoluzione, un secolo prima, Cromwell e il popolo inglese avevano preso a prestito dal Vecchio Testamento le parole, le passioni e le illusioni per la loro rivoluzione borghese. Raggiunto lo scopo reale, condotta a termine la trasformazione borghese della società inglese, Locke dette lo sfratto ad Abacuc.
La resurrezione dei morti servì, dunque in quelle rivoluzioni a magnificare le nuove lotte, non a parodiare le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti che si ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a ritrovare lo spirito della rivoluzione, non a rimetterne in circolazione il fantasma.
Dal 1848 al 1851, della vecchia rivoluzione, non circolò altro che lo spettro, a partire da Marrast, il républicain en gants jaunes, che si camuffò con la maschera del vecchio Bailly, sino all'avventuriero che nasconde le sue fattezze repugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro di Napoleone. Un popolo intiero, il quale credeva di aver dato a se stesso, colla rivoluzione,' la capacità di un progresso più rapido, si vede, bruscamente ricacciato in un'epoca scomparsa, e affinché non' sia possibile nessuna illusione circa il ritorno passato, ricompaiono le vecchie date, il vecchio calendario, vecchi nomi, i vecchi editti, caduti da tempo nel regno degli eruditi di antiquaria, e i vecchi sbirri, che da tempo sembravano andati in decomposizione. La nazione sente di trovarsi nella situazione di quell'inglese pazzo a Bedlam, che crede di vivere al tempo degli antichi Faraoni, e ogni giorno si lagna delle improbe fatiche cui deve sobbarcarsi come minatore nelle miniere d'oro dell'Etiopia, sepolto vivo in quelle prigioni sotterranee, con una fioca lanterna fissata sul capo, il guardiano di schiavi alle calcagne con una lunga frusta, e all'uscita della galleria un'accozzaglia di schiavi barbari, i quali né comprendono i forzati. che lavorano nelle miniere, né si comprendono tra di loro, perché non parlano una lingua comune. "E tutto questo - geme l'inglese maniaco - viene fatto a me, libero cittadino della Gran, Bretagna, per estrarre oro per gli antichi Faraoni." "Per pagare i debiti della, famiglia, Bonaparte" - geme la nazione francese. L'inglese, fino a che ebbe l'uso della ragione, non poté liberarsi dall'idea fissa della estrazione dell'oro. I francesi, fino a che furono in rivoluzione, non poterono sbarazzarsi dei ricordi napoleonici, come ha provato l'elezione del 10 dicembre. Essi volevano sfuggire ai pericoli della rivoluzione e ritornare alle "pignatte delle carni" egiziane, e la risposta fu il 2 dicembre 1851. Non hanno soltanto la caricatura del vecchio Napoleone; hanno Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del secolo decimonono.
La rivoluzione sociale del secolo decimonono non può trarre la propria poesia, dal passato, ma solo dall'avvenire. Non può cominciare a essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato. Le precedenti rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto. Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione. dei secolo decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa sulla frase.
La rivoluzione del febbraio fu per la vecchia società un colpo di sorpresa, e il popolo fece di questo colpo di mano riuscito un avvenimento di importanza storica mondiale, che apriva un'epoca nuova. Il 2 dicembre la rivoluzione di febbraio viene fatta sparire col. trucco d'un baro, e ciò che appare rovesciato non è più la monarchia, ma le concessioni liberali che le erano state strappate con un secolo di lotte. Invece della conquista di un nuovo contenuto da parte della società stessa, sembra soltanto che lo Stato sia tornato alla sua forma più antica, al dominio puro e insolente della spada e della tonaca. E' così che al coup de main del febbraio 1848 risponde il coup de téte del dicembre 1851. La farina del diavolo va in crusca. Ma frattanto il tempo non è passato invano. Negli anni dal 1848 al 1851 la società francese ha ricuperato - e con un metodo più rapido, perché rivoluzionario - gli studi e le esperienze che, se la rivoluzione si fosse compiuta in modo regolare e, per così dire, scolastico, avrebbero dovuto precedere la rivoluzione di febbraio, affinché essa fosse qualcosa di più di un sommovimento superficiale. La società sembra ora esser tornata più indietro del suo punto di partenza; in realtà è soltanto ora ch'essa deve crearsi il punto di partenza rivoluzionario, la situazione, i rapporti, le condizioni nelle quali soltanto la rivoluzione moderna diventa una cosa seria.
Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l'un l'altro gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala l'estasi è lo stato d'animo d'ogni, giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una nausea si impadronisce della società. prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il, loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo si fanno beffe in modo ;spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra., che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuova più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall'infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno, indietro e le circostanze stesse gridano:
Hie Rhodus, hic salta!
Qui è la rosa, qui devi ballare.
Del resto, pur senza aver seguito a passo a passo il corso degli avvenimenti in Francia, anche un osservatore mediocre doveva avere, il presentimento che la rivoluzione andava incontro a un fallimento inaudito.
Era sufficiente ascoltare i presuntuosi latrati di trionfo coi quali i signori democratici si felicitavano reciprocamente per gli effetti miracolosi della seconda [ domenica] di maggio del 1852. La seconda [domenica] di maggio era diventata per loro un'idea fissa un dogma, come pei chiliasti il giorno in cui Cristo avrebbe dovuto risorgere un'altra volta e dar principio al regno millenario. La debolezza aveva trovato un rifugio. come sempre nella fede nei miracoli; credeva di aver battuto il nemico perché lo aveva esorcizzato nella propria fantasia; perdeva ogni comprensione del presente, rapita nell'inerte esaltazione dell'avvenire e delle azioni ch'essa aveva in animo di compiere e non voleva ancora tradurre in atto. Gli eroi, che si sforzavano di smentire la propria manifesta incapacità inviandosi in .vicenda le loro condoglianze e accozzandosi in un sol mucchio, avevano già fatto le loro valigie, si erano cinte anticipo corone d'alloro ed erano occupati a scontare in Borsa le repubbliche in partibus per le quali, nel silenzio delle loro anime modeste, avevano già avuto la previdenza di organizzare il personale governativo. Il 2 dicembre li colpì come un fulmine a ciel sereno; e i popoli, che nei periodi di depressione e di scoraggiamento lasciano volentieri stordire la loro paura segreta da coloro che gridano più forte, si saranno forse convinti che sono passati i tempi in cui lo schiamazzo delle oche poteva salvare il Campidoglio.
La Costituzione, l'Assemblea nazionale, i partiti dinastici, i repubblicani azzurri e rossi, gli eroi dell'Africa, i fulmini della. tribuna, i lampi della stampa quotidiana; tutta la letteratura, le celebrità politiche e le nomee intellettuali, il diritto civile e quello penale, la liberté, l'égalité, fraternité e la seconda [domenica] di maggio del 1852, tutto è svanito come una fantasmagoria davanti alla formula magica lanciata da un uomo che i suoi avversari stessi riconoscono essere tutt'altro che un mago. Il suffragio universale sembra sopravvissuto un momento soltanto per fare in faccia a tutto il mondo il proprio testamento olografo e dichiarare in nome del popolo stesso: "Tutto ciò che esiste merita di andare alla malora ".
Non basta direi come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l'enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una azione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza.
Ricapitoliamo a grandi tratti le fasi percorse dalla rivoluzione francese dal 24 febbraio 1848 sino al dicembre 1851.
Tre sono i periodi principali che è impossibile confondere: periodo di febbraio; dal 4 maggio 1848 sino al 29 maggio 1849: il periodo della costituzione della repubblica o dell'Assemblea nazionale costituente; dal 29 maggio 1849 sino al 21dicembre 1851: il periodo della repubblica costituzionale o dell'Assemblea nazionale legislativa.
Il primo periodo, dal 24 febbraio o dalla caduta di Luigi Filippo sino al 4 maggio 1848, quando si riunì l'Assemblea costituente, cioè il periodo di febbraio propriamente detto, può considerato come il prologo della rivoluzione. Il suo carattere si espresse ufficialmente nel fatto che il governo da essa improvvisato si dichiarò da sé provvisorio, e al pari del governo tutto ciò che in questo periodo venne proposto, tentato, dichiarato, non lo fu che provvisoriamente. Nessuno e nulla osò reclamate per sé il diritto all'esistenza e all'azione reale. Tutti gli elementi che avevano preparato o determinato la rivoluzione, l'opposizione dinastica, la borghesia repubblicana, la piccola borghesia repubblicana democratica, i lavoratori socialdemocratici, trovarono posto provvisoriamente nel governo di febbraio.
Né poteva essere altrimenti. Le giornate di febbraio miravano in origine a una riforma elettorale, per cui la cerchia dei privilegiati politici in seno alla classe abbiente stessa doveva essere allargata, e il dominio esclusivo dell'aristocrazia finanziaria doveva essere rovesciato. Ma quando il conflitto scoppiò per davvero, quando il popolo salì sulle barricate, quando la Guardia nazionale rimase passiva, l'esercito non oppose nessuna resistenza seria e la monarchia prese la fuga, allora la repubblica sembrò imporsi da sé; ogni partito la interpretò a modo suo. Poiché essa era stata conquistata dal proletariato con le armi in pugno, questi le impresse il suo suggello e la proclamò repubblica sociale. Così venne additato il contenuto generale della rivoluzione moderna, contrastante nel modo più singolare con tutto ciò che, dato il grado di educazione raggiunto dalla massa, date le circostanze e le condizioni del tempo, poteva essere messo in opera lì per li col materiale esistente. D'altro lato, le pretese di tutti gli altri elementi che avevano cooperato alla rivoluzione di febbraio trovarono un riconoscimento nella parte leonina ch'essi ricevettero nel governo. In nessun periodo troviamo quindi una miscela più eterogenea di frasi alate e di indecisione e goffaggine reali, delle più entusiastiche aspirazioni di rinnovamento e del dominio più solido del vecchio trantran, della più apparente armonia di tutta la società e dell'antagonismo più profondo fra i suoi elementi. Mentre il proletariato di Parigi si inebriava ancora nella visione della grande prospettiva che gli si apriva dinanzi e si abbandonava a gravi discussioni sui problemi sociali, le vecchie potenze della società si erano raggruppate, riunite e messe d'accordo, e trovarono un appoggio inatteso nella massa della nazione, nei contadini e nei piccoli borghesi, i quali, cadute le barriere della monarchia di luglio, si precipitavano tutti ad un tempo sulla scena politica.
Il secondo periodo, che va dal 4 maggio 1848 sino alla fine del Maggio 1849, è il periodo della costituzione, della fondazione della repubblica borghese. Immediatamente dopo le giornate di febbraio non soltanto l'opposizione dinastica era stata presa, alla sprovvista, dai repubblicani e questi dai socialisti, ma tutta la Francia era stata presa alla sprovvista da Parigi. L'Assemblea nazionale, che si riunì il 4 maggio 1848, essendo uscita dal suffragio della nazione, rappresentava la nazione. Era una protesta vivente contro le pretese delle giornate di febbraio e doveva ridurre i risultati della rivoluzione a misura borghese. Invano il proletariato parigino. il quale comprese immediatamente il carattere. di quest'Assemblea nazionale, tentò alcuni giorni dopo la sua riunione, il 15 maggio, di negarne con la violenza l'esistenza, di scioglierla, di scomporre di nuovo nei suoi singoli elementi costitutivi l'organismo attraverso il quale lo spirito reazionario della nazione lo minacciava. Com'è noto, il 15 maggio non ebbe nessun altro risultato all'infuori di quello di allontanare dalla pubblica scena, per tutta la durata del periodo che stiamo considerando, Blanqui e i suoi compagni, cioè i veri capi del partito proletario.
Alla monarchia borghese di Luigi Filippo può succedere soltanto la repubblica borghese, il che vuol dire che se prima una parte limitata della borghesia regnava in nome dei re, ora deve dominare in nome del popolo la totalità della borghesia. Le rivendicazioni del proletariato parigino sono fandonie utopistiche, con le quali si deve farla finita. A questa dichiarazione dell'Assemblea nazionale costituente, il proletariato parigino rispose coll'insurrezione di giugno, l'avvenimento più grandioso nella storia delle guerre civili europee. La repubblica borghese, trionfò.Essa aveva per sé l'aristocrazia finanziaria, la borghesia industriale, il ceto medio, i piccoli borghesi, l'esercito, la canaglia organizzata in Guardia mobile, gli intellettuali, i preti e la popolazione rurale. Il proletariato non aveva al suo fianco altro che se stesso. Più di 3.000 insorti vennero massacrati dopo la vittoria; 15.000 deportati senza processo. Con questa disfatta il proletariato si ritira tra le quinte della scena rivoluzionaria. Esso cerca di farsi nuovamente avanti ogni volta che il movimento sembra prendere un nuovo slancio, ma con un'energia sempre più ridotta e con un risultato sempre più piccolo. Non appena uno degli strati sociali a lui sovrastanti entra in fermento rivoluzionario, il proletariato stabilisce con esso un collegamento, e in questo modo condivide tutte le sconfitte che i vari partiti subiscono l'uno dopo l'altro. Ma questi colpi successivi diventano via via tanto più deboli quanto più si ripartiscono su tutta la superficie della società. I rappresentanti più cospicui del proletariato nell'Assemblea e nella stampa no vittime, l'uno dopo l'altro, dei tribunali, e figure sempre più equivoche prendono il loro posto. In parte, esso sì abbandona a esperimenti dottrinari, banche di scambio e associ azioni operai e, cioè a un movimento in cui rinuncia a trasformare il vecchio mondo coi grandi mezzi collettivi che gli sono propri, e cerca piuttosto di conseguire la propria emancipazione alle spalle della società, in via privata, entro i limiti delle sue meschine condizioni d'esistenza, e in questo modo va necessariamente al fallimento. Sembra ch'esso non possa più ritrovare in se stesso la grandezza rivoluzionaria né attingere nuova energia dalle alleanze nuovamente contratte, sino a che tutte le classi contro le quali ha lottato in giugno non giacciono al suolo al suo fianco. Ma, per lo meno, esso soccombe con gli onori di una grande battaglia storica. Non soltanto la Francia, ma tutta l'Europa trema davanti al terremoto di giugno , mentre le successive disfatte delle classi più elevate vengono ottenute cosi a buon mercato, che è necessaria l'insolente esagerazione del partito vittorioso per poterle far passare come avvenimenti di importanza, ed esse diventano tanto più vergognose quanto più il partito che soccombe è lontano dal partito proletario.
Certo, la disfatta degli insorti di giugno aveva preparato, spianato, il terreno su cui poteva essere fondata, stabilita, la repubblica borghese; però, aveva allo stesso tempo mostrato che si ponevano in Europa ben altri problemi che di "repubblica o monarchia"; aveva rivelato che repubblica borghese significa dispotismo assoluto di una classe su altre classi; aveva provato che in paesi di vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con condizioni di produzione moderne e una coscienza spirituale in cui tutte le idee tradizionali sono state dissolte da un lavoro secolare, la repubblica non è altro, in generale, che la forma politica del rovesciamento della società borghese, ma non la forma della sua conservazione, come avviene, per esempio, negli Stati Uniti d'America, dove classi sociali esistono già, senza dubbio, ma non si sono ancora fissate, e in un flusso continuo modificano continuamente le loro parti costitutive e se le cedono; dove i moderni mezzi di produzione, invece di coincidere con un eccesso di popolazione stagnante, compensano piuttosto la relativa scarsezza di teste e di braccia; e dove infine lo slancio giovanilmente febbrile della produzione materiale, che deve conquistarsi un mondo nuovo, non ha ancora lasciato né il tempo né l'opportunità di far piazza pulita del vecchio mondo spirituale.
Tutte le classi e tutti i partiti si erano uniti durante le giornate di giugno nel partito dell'ordine per fronteggiare la classe proletaria, considerata come il partito dell'anarchia. del socialismo, del comunismo. Essi avevano "salvato" la società dai "nemici della società". Essi avevano dato alle loro truppe le parole d'ordine della vecchia società: "Proprietà, famiglia, religione, ordine", e gridato alla crociata controrivoluzionaria: "In questo segno vincerai!". A partire da questo momento, non appena uno dei numerosi partiti che sotto questa insegna si erano schierati contro gli insorti di giugno cerca, nel suo proprio interesse di classe, di tenere il campo della rivoluzione, viene schiacciato al grido di "proprietà, famiglia, religione, ordine". La società viene salvata tanto Più spesso, quanto più si restringe la cerchia dei suoi dominatori, quanto più un interesse più ristretto prevale sugli interessi più larghi. Ogni rivendicazione della più semplice riforma finanziaria borghese, del liberalismo più ordinario, del repubblicanesimo più formale, della democrazia più volgare, viene ad un tempo colpita come "attentato contro la società" e bollata come "socialismo". E alla fine gli stessi grandi sacerdoti della "religione e dell'ordine" vengono cacciati a pedate dai loro tripodi pitici, strappati in piena notte dai loro letti, stivati nelle vetture cellulari, gettati in carcere o spediti in esilio. Il loro tempio viene raso al suolo, la loro bocca suggellata, la loro penna spezzata, la loro legge infranta, in nome della religione, della proprietà, della famiglia, dell'ordine. Borghesi fanatici dell'ordine vengono fucilati ai loro balconi da bande di soldati ubriachi, il sacrario della loro famiglia viene profanato, le loro case vengono bombardate per passatempo in nome della proprietà, della famiglia, della religione e dell'ordine. La feccia della società borghese forma, in ultima istanza, la falange sacra dell'ordine e Crapülinski, l'eroe, fa il suo ingresso alle Tuileries come "salvatore della società".
II
Riprendiamo il filo dell'esposizione.
A partire dalle giornate di giugno, la storia dell'Assemblea nazionale costituente è la storia del dominio e della disgregazione della frazione della borghesia repubblicana, frazione conosciuta col nome di repubblicani tricolori, repubblicani puri, repubblicani politici, repubblicani formalisti, ecc.
Sotto la monarchia di Luigi Filippo questa frazione aveva costituito l'opposizione repubblicana ufficiale, ed era stata quindi parte integrante riconosciuta del mondo politico di allora. Essa aveva i suoi rappresentanti nelle Camere e una notevole sfera d'influenza nella stampa. Il suo organo parigino, il Nazional era, nel suo genere, considerato rispettabile quanto il Journal des Débats. A questa posizione che essa aveva avuto sotto la monarchia costituzionale corrispondeva il suo carattere. Non si trattava di una frazione della borghesia tenuta assieme da grandi interessi comuni e delimitata da particolari condizioni di produzione. Si trattava piuttosto di una consorteria di borghesi, di scrittori, di avvocati, di ufficiali e di impiegati di convinzioni repubblicane, l'influenza dei quali si fondava sull'antipatia personale del paese per Luigi Filippo, sui ricordi della vecchia repubblica, sulla fede repubblicana di un certo numero di sognatori, ma soprattutto sul nazionalismo francese, di cui essa manteneva desto l'odio contro i trattati di Vienna e contro l'alleanza con l'Inghilterra. Una gran parte dell'influenza che il National aveva sotto Luigi Filippo era dovuta a questo imperialismo latente, a cui più tardi, perciò, sotto la repubblica, poté contrapporsi un concorrente vittorioso nella persona di Luigi Bonaparte. Esso combatteva l'oligarchia finanziaria, come tutta la rimanente opposizione borghese. La polemica contro il bilancio, che era in Francia strettamente legata alla lotta contro l'aristocrazia finanziaria, forniva una popolarità troppo a buon mercato e materia troppo copiosa a leading artieles puritani, perché non la si dovesse sfruttare. La borghesia industriale era riconoscente al National per la sua servile difesa del sistema protezionista francese, che esso nel frattempo aveva intrapreso più per motivi nazionali che per motivi economici; e la borghesia nel suo assieme gli era riconoscente per le sue denunce piene d'odio contro il socialismo e il comunismo. Per il resto il partito del National era repubblicano puro, cioè voleva una forma repubblicana invece di una forma monarchica di dominio della borghesia e, soprattutto, voleva avere in questo dominio la parte del leone. Delle condizioni di questa trasformazione esso non aveva nessuna idea chiara. Ciò che invece gli era chiaro come la luce del sole, ciò che era stato dichiarato apertamente, negli ultimi tempi del regno di Luigi Filippo, nei banchetti per la riforma, era la sua impopolarità tra i piccoli borghesi democratici, e specialmente tra il proletariato rivoluzionario. Questi repubblicani puri, come si conviene a puri repubblicani, stavano già per accontentarsi di una reggenza della duchessa di Orléans, quando scoppiò la rivoluzione di febbraio che dette un posto nel governo provvisorio ai loro rappresentanti più conosciuti. Naturalmente, essi godevano in anticipo della fiducia della borghesia e della maggioranza dell'Assemblea nazionale costituente. Dalla commissione esecutiva, formata dall'Assemblea nazionale sin dalla sua prima riunione, vennero subito esclusi gli elementi socialisti del governo provvisorio, e il partito del National approfittò dello scoppio dell'insurrezione di giugno per dare il benservito anche alla Commissione esecutiva e sbarazzarsi in questo modo dei suoi rivali più prossimi, i repubblicani piccolo-borghesi o democratici (Ledru-Rollin, ecc.). Cavaignac, il generale del partito repubblicano borghese, che aveva diretto la battaglia di giugno, prese il posto della Commissione esecutiva, con una specie di potere dittatoriale. Marrast, già redattore capo del National, divenne presidente perpetuo dell'Assemblea nazionale costituente, e i ministeri, come tutti gli altri posti importanti, caddero in mano dei repubblicani puri.
La frazione dei repubblicani borghesi, che da tempo si era considerata erede legittima della monarchia di luglio, vide così superati i propri ideali, ma giunse a dominare non già come aveva sognato sotto Luigi Filippo, attraverso una rivolta liberale della borghesia contro il trono, bensì attraverso una sommossa, repressa a colpi di mitraglia, del proletariato contro il capitale. Ciò che essa si era rappresentato come l'avvenimento più rivoluzionario, si riproduceva, in realtà, come il più controrivoluzionario. Il frutto le cadeva in grembo, ma cadeva dall'albero della scienza, non dall'albero della vita.
L'esclusivo dominio dei repubblicani borghesi durò soltanto dal 24 giugno sino al 10 dicembre 1848. La sua storia si riassume nella elaborazione di una Costituzione repubblicana e nello stato d'assedio di Parigi.
La nuova Costituzione non fu altro, in sostanza, che l'edizione repubblicana della Carta costituzionale del 1830. Il ristretto censo elettorale della monarchia di luglio, che escludeva dal potere una grande parte della borghesia stessa, era compatibile con l'esistenza della repubblica borghese. La rivoluzione di febbraio aveva immediatamente proclamato, al posto di quel censo, il suffragio universale diretto. I repubblicani borghesi non potevano sopprimere questo fatto. Essi dovettero perciò accontentarsi di aggiungervi la clausola restrittiva di un domicilio di sei mesi nel collegio elettorale. La vecchia organizzazione amministrativa, municipale, giudiziaria, militare, ecc., rimase immutata, e dove la Costituzione la modificava, la modificazione riguardava i titoli dei capitoli, non il contenuto; i nomi, non la cosa.
L'inevitabile stato maggiore delle libertà del 1848, la libertà personale, la libertà di stampa, di parola, di associazione, di riunione, di insegnamento e di religione, ecc., indossarono una veste costituzionale che le rendeva invulnerabili. Ognuna di queste libertà venne proclamata come diritto assoluto del cittadino francese, ma con la costante nota marginale che essa era illimitata nella misura in cui non le veniva posto un limite dagli "eguali diritti di altri e dalla sicurezza pubblica", o dalle "leggi", le quali hanno appunto il compito di mantenere questa armonia (delle libertà individuali tra di loro e con la sicurezza pubblica). Per esempio: "I cittadini hanno il diritto di associarsi, di riunirsi pacificamente e senz'armi, di presentare petizioni e di esprimere le loro opinioni a mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo. Il godimento di questi diritti non ha altri limiti che gli eguali diritti degli altri e la sicurezza pubblica" (Cap. II della Costituzione francese, $ 8). - "L'insegnamento è libero. La libertà dell'insegnamento deve essere esercitata nelle condizioni fissate dalla legge e sotto il controllo supremo dello Stato" (Ibidem, $ 9). - "Il domicilio di ogni cittadino è inviolabile, eccetto che nelle forme prescritte dalla legge" (Cap. Il, $ 3). E cosi via. - La Costituzione rinvia perciò continuamente a future leggi organiche, che debbono spiegare quelle note marginali e regolare il godimento di quelle libertà illimitate, in modo che esse non si urtino a vicenda e non offendano la sicurezza pubblica. Le leggi organiche vennero elaborate in seguito dagli amici dell'ordine, e tutte quelle libertà vennero regolate in modo tale che la borghesia, nel godimento di esse, non si urtasse agli uguali diritti delle altre classi. Tutte le volte che essa proibì completamente "agli altri" queste libertà, o ne permise l'esercizio soltanto a condizioni che sono altrettante trappole poliziesche, ciò avvenne sempre nell'interesse della "sicurezza pubblica", cioè della sicurezza della borghesia, così come prescrive la Costituzione. Perciò in seguito ebbero diritto di appellarsi alla Costituzione tanto gli amici dell'ordine, che sopprimevano tutte queste libertà, quanto i democratici, che le reclamavano integralmente. Ogni paragrafo della Costituzione contiene infatti la sua propria antitesi, la sua Camera alta e la sua Camera bassa: nella proposizione generale, la libertà, nella nota marginale, la soppressione della libertà. Sino a che, dunque, il nome della libertà venne rispettato e venne soltanto ostacolata, con mezzi legali s'intende, la vera realizzazione di essa, l'esistenza costituzionale della libertà rimase illesa, intatta, benché la sua esistenza reale venisse distrutta.
Questa Costituzione, resa inviolabile in modo cosi ingegnoso, era però vulnerabile in un punto, come Achille; non nel tallone, ma nella testa, o piuttosto nelle due teste in cui culminava: l'Assemblea legislativa da una parte, il presidente dall'altra. Si scorra la Costituzione, e si vedrà che i soli paragrafi assoluti, positivi, senza contraddizioni, incontrovertibili, sono quelli in cui sono determinati i rapporti del presidente con l'Assemblea legislativa. Qui infatti si trattava, per i repubblicani borghesi, di garantire se stessi. I paragrafi 45-70 della Costituzione sono formulati in modo che l'Assemblea nazionale può costituzionalmente deporre il presidente, mentre il presidente può sbarazzarsi dell'Assemblea nazionale solo andando contro la Costituzione, solo sopprimendo la Costituzione stessa. In questo modo dunque la Costituzione esige la propria soppressione violenta. Non solo essa consacra, come la Carta del 1830, la divisione dei poteri, ma la estende sino a farla diventare una intollerabile contraddizione. Il giuoco dei poteri costituzionali, come Guizot chiamava le risse parlamentari tra il potere legislativo e il potere esecutivo, secondo la Costituzione del 1848 viene costantemente giocato va banque. Da una parte 750 rappresentanti del popolo, eletti dal suffragio universale e rieleggibili, i quali costituiscono un'Assemblea nazionale incontrollabile, indissolubile, indivisibile, un'Assemblea nazionale che gode di una onnipotenza legislativa, che decide in ultima istanza della guerra, della pace e dei trattati di commercio, che possiede da sola il diritto di amnistia ed essendo permanente occupa continuamente la ribalta della scena politica. Dall'altra parte il presidente, con tutti gli attributi del potere regio, con la facoltà di nominare e di revocare i suoi ministri indipendentemente dall'Assemblea nazionale, con tutti i mezzi del potere esecutivo concentrati nelle sue mani, con la facoltà di disporre di tutti gli impieghi e quindi di decidere in Francia dell'esistenza per lo meno di un milione e mezzo di persone, giacché tale è il numero di coloro che sono legati ai 500.000 impiegati e agli ufficiali di tutti i gradi. Egli ha ai suoi ordini tutte le forze armate. Gode del privilegio di poter graziare i criminali, di poter sospendere le guardie nazionali, di poter sciogliere, d'accordo con il Consiglio di Stato, i Consigli generali, cantonali e municipali eletti dai cittadini stessi. L'iniziativa e la direzione nella conclusione di tutti i trattati con l'estero gli sono riservate. Mentre l'Assemblea è continuamente sulla scena, esposta alla critica e indiscreta luce del giorno, il presidente conduce un'esistenza ritirata nei Campi Elisi, avendo costantemente davanti agli occhi e nel cuore l'articolo 45 della Costituzione, che quotidianamente gli ripete: Frère, il faut mourir! Il tuo potere scade la seconda domenica del bel mese di maggio del quarto anno dalla tua elezione! Allora saran finiti gli splendori; la commedia non si ripete, e se hai dei debiti, pensa a tempo a regolarli coi 600.000 franchi che ti largisce la Costituzione, a meno che tu non preferisca andar a finire nella prigione di Clichy, il secondo lunedì del bel mese di maggio! - Se la Costituzione attribuisce in questo modo al presidente il potere di fatto, essa cerca di assicurare all'Assemblea nazionale il potere morale. Ma prescindendo dal fatto che è impossibile creare un potere morale con paragrafi di legge, la Costituzione qui torna a distruggersi da sola, facendo eleggere il presidente da tutti i francesi, a suffragio diretto. Mentre i voti della Francia si disperdono sui 750 membri dell'Assemblea nazionale, qui invece si concentrano su un solo individuo. Mentre ogni singolo rappresentante del popolo rappresenta soltanto questo o quel partito, questa o quella città, questa o quella testa di ponte, o anche semplicemente la necessità di eleggere un settecentocinquantesimo qualunque, senza considerare troppo per il sottile ne la cosa, ne l'uomo, egli è l'eletto della nazione, e l'atto della sua elezione è la briscola che il popolo sovrano giuoca una volta ogni quattro anni. L'Assemblea nazionale eletta è unita alla nazione da un rapporto metafisico, il presidente eletto è unito alla nazione da un rapporto personale. E', ben vero che l'Assemblea nazionale presenta nei suoi rappresentanti i molteplici aspetti dello spirito nazionale; ma nel presidente questo spirito si incarna. Egli possiede rispetto all'Assemblea una specie di diritto divino; egli è per grazia del popolo.
Teti, la dea del mare, aveva predetto ad Achille ch'egli sarebbe morto nel fiore della gioventù. La Costituzione, che aveva il suo punto debole, come Achille, aveva pure il presentimento, come Achille, che le sarebbe toccato morire di morte prematura. Senza che Teti uscisse dal mare a confidare loro il segreto, i repubblicani puri della Costituente non avevano che da abbassare lo sguardo dal cielo nebuloso della loro repubblica ideale sul mondo profano, per vedere come l'arroganza dei monarchici, dei bonapartisti, dei democratici, dei comunisti, e il loro proprio discredito aumentassero di giorno in giorno, nella stessa misura in cui si avvicinavano al compimento della loro grande opera d'arte legislativa. Essi cercarono d'ingannare la sorte con l'astuzia costituzionale dello articolo 111 della Costituzione, secondo cui ogni proposta di revisione della Costituzione doveva essere votata in tre dibattiti successivi, con un mese intiero di distanza l'uno dall'altro, da almeno tre quarti dei voti, a condizione inoltre che partecipassero al voto almeno 500 membri dell'Assemblea nazionale. Essi facevano cosi il tentativo disperato di continuare ad esercitare come minoranza parlamentare, a cui già nel loro spirito profetico si vedevano ridotti, quel potere che di giorno in giorno sfuggiva dalle loro deboli mani, nel momento in cui disponevano ancora della maggioranza parlamentare e di tutti i mezzi del potere governativo.
Infine, in un paragrafo melodrammatico, la Costituzione affidava se stessa "alla vigilanza e al patriottismo del popolo francese tutto intiero, come di ogni francese in particolare", e ciò dopo aver essa stessa, in un altro paragrafo, confidato i "vigilanti" e i "patrioti" alla tenera e feroce attenzione della Corte suprema da essa inventata, la Haute Cour.
Tale era la Costituzione del 1848, che il 2 dicembre 1851 venne buttata a terra dal contatto non con una testa, ma con un cappello; vero è che si trattava del tricorno di Napoleone.
Mentre i repubblicani borghesi erano occupati, nell'Assemblea, a ponzare, discutere e votare questa Costituzione, Cavaignac, al di fuori dell'Assemblea, manteneva lo stato d'assedio a Parigi. Lo stato d'assedio a Parigi fu l'ostetrico della Costituente durante i dolori del suo parto repubblicano. Se più tardi la Costituzione venne soppressa a colpi di baionette, non sì deve dimenticare che essa aveva dovuto essere difesa colle baionette, e spianate contro il popolo, quando era ancora nel seno materno, e che era stata messa al mondo dalle baionette. Gli avi dei "repubblicani dabbene" avevano fatto fare al loro simbolo, il tricolore, il giro dell'Europa. I loro epigoni fecero anch'essi una invenzione, che si aprì da sé il cammino per tutto il continente, per ritornare in Francia con sempre rinnovato amore, fino ad acquistar diritto di cittadinanza nella metà dei suoi dipartimenti. Questa invenzione si chiama lo stato d'assedio. Invenzione eccellente, applicata periodicamente in ognuna delle crisi che si succedettero nel corso della rivoluzione francese. Ma la caserma e il bivacco, che così venivano imposti periodicamente alla società francese per comprimerle il cervello e farla diventare una persona tranquilla; la sciabola e il moschetto, cui si attribuivano periodicamente le funzioni di giudice e di amministratore, di tutore e di censore, di poliziotto e di guardiano notturno; i mustacchi e l'uniforme del soldato, che venivano periodicamente esaltati come la saggezza suprema e la guida della società; - la caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i mustacchi e l'uniforme da soldato, non dovevano alla fine arrivare alla conclusione che era meglio salvare la società una volta per sempre, proclamando il proprio regime come forma suprema del regime politico e liberando la società borghese dalla preoccupazione di governarsi da sé? La caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i mustacchi e l'uniforme da soldato dovevano arrivare tanto più facilmente a queste conclusioni, in quanto in tal caso avevano anche il diritto di aspettarsi un miglior pagamento in contanti per questo loro grande merito, mentre negli stati d'assedio semplicemente periodici e nei salvataggi fugaci della società agli ordini di questa o di quella frazione della borghesia vi era in sostanza poco da guadagnare, all'infuori di alcuni morti e feriti e di alcune smorfie amichevoli della borghesia. Non dovevano dunque i militari giocare allo stato d'assedio nel proprio interesse e per proprio conto e in pari tempo porre l'assedio alle tasche della borghesia? Non si dimentichi del resto, sia detto di sfuggita, che il colonnello Bernard, lo stesso presidente della commissione militare che sotto Cavaignac aveva senza giudizio spedito alla deportazione 15.000 insorti, in questo momento si trovava di nuovo alla testa delle commissioni militari che funzionavano a Parigi.
Se i repubblicani dabbene e puri avevano preparato, con lo stato d'assedio di Parigi, il terreno su cui dovevano crescere i pretoriani del 2 dicembre 1851, essi però meritano un elogio, d'altra parte, perché invece di esagerare il sentimento nazionale come sotto Luigi Filippo, ora che disponevano del potere nazionale strisciavano davanti allo straniero, e invece di liberare l'Italia la lasciavano riconquistare dagli austriaci e dai napoletani. L'elezione di Luigi Bonaparte a presidente, il 10 dicembre 1848, pose fine alla dittatura di Cavaignac e alla Costituente.
Nel paragrafo 44 della Costituzione è detto: "Il Presidente della Repubblica francese non deve mai aver perduto la qualità di cittadino francese". Il primo presidente della Repubblica francese, L. N. Bonaparte, non solo aveva perduto la sua qualità di cittadino francese, non solo era stato un funzionario della polizia inglese in servizio speciale, ma era persino naturalizzato svizzero.
Ho già spiegato altrove l'importanza dell'elezione del 10 dicembre. Non ritornerò dunque su questo argomento. Qui è sufficiente rilevare che essa fu una reazione dei contadini, che avevano dovuto pagare le spese della rivoluzione di febbraio, contro le altre classi della nazione; una reazione della campagna contro la città. Essa fu accolta con grande simpatia dall'esercito, a cui i repubblicani del National non avevano procacciato né gloria né vantaggi dalla grande borghesia, che salutò Bonaparte come un ponte di transizione verso la monarchia; e dai proletari e dai piccoli borghesi, che videro in lui il castigo per Cavaignac. Avrò occasione in seguito di esaminare con maggiore attenzione la posizione dei contadini verso la rivoluzione francese.
Il periodo che va dal 20 dicembre 1848 sino allo scioglimento della Costituente nel maggio 1849 abbraccia la storia della caduta dei repubblicani borghesi. Dopo aver fondato una repubblica per la borghesia, sbarazzato il terreno dal proletariato rivoluzionario e ridotto temporaneamente al silenzio la piccola borghesia democratica, essi stessi vengono messi in un canto dalla massa della borghesia, che a buon diritto mette questa repubblica sotto sequestro, come sua proprietà. Ma questa massa borghese era monarchica. Una parte di essa, i grandi proprietari fondiari, aveva dominato sotto la Restaurazione, e perciò era legittimista. Gli altri, l'aristocrazia finanziaria dei grandi industriali, avevano dominato sotto la monarchia di luglio, e perciò erano orleanisti. I grandi dignitari dell'esercito, dell'università, della Chiesa, del barreau, dell'accademia e della stampa si ripartivano tra queste due correnti, sebbene in proporzioni disuguali. Nella repubblica borghese, che non portava né il nome dei Borboni né quello degli Orléans, ma il nome di capitale, essi avevano trovato la forma di Stato in cui potevano dominare in comune. Già l'insurrezione di giugno li aveva tutti riuniti nel "partito dell'ordine". Ora era necessario innanzi tutto sbarazzarsi della consorteria dei repubblicani borghesi, che detenevano ancora i seggi dell'Assemblea nazionale. Quanto questi repubblicani puri erano stati brutali nell'abusare della forza fisica contro il popolo, altrettanto essi furono vili, pusillanimi, timorosi, inetti, incapaci di lottare nel ritirarsi, ora che era giunto il momento di far valere contro il potere esecutivo e contro i monarchici il loro repubblicanesimo e il loro diritto legislativo. Non tocca a me raccontare qui la storia ignominiosa della loro decomposizione. Non fu un tramonto, fu un svanire. La loro storia finisce per sempre, e nel periodo seguente, sia all'interno che all'esterno dell'assemblea, essi figurano soltanto come ricordi, che sembrano rivivere ogni volta che ritorna a galla il solo nome della repubblica e ogni volta che il conflitto rivoluzionario minaccia di scendere al livello più basso. Noterò di sfuggita che il giornale che aveva dato il suo nome a questo partito, il National, si converti, nel periodo successivo, al socialismo.
Prima di chiudere questo periodo dobbiamo ancora gettare uno sguardo retrospettivo sui due poteri di cui l'uno distrusse l'altro il 2 dicembre 1851, mentre dal 20 dicembre 1848 sino alla fine dell'Assemblea costituente erano vissuti in buoni rapporti coniugali. Mi riferisco da una parte a Luigi Bonaparte, dall'altra parte al partito dei monarchici coalizzati, al partito dell'ordine, dell'alta borghesia. Assumendo la presidenza, Bonaparte formò immediatamente un ministero del partito dell'ordine, alla testa del quale pose Odilon Barrot, il vecchio capo, si noti bene, della frazione più liberale della borghesia parlamentare. Il signor Barrot aveva finalmente messo le mani sul portafoglio ministeriale la cui ombra lo perseguitava sin dal 1830, anzi, sulla presidenza del Ministero. Ma egli non vi giungeva, come se l'era immaginato sotto Luigi Filippo, in qualità di capo più avanzato dell'opposizione parlamentare; bensì col compito di dare il colpo di grazia a un parlamento, e in qualità di alleato di tutti i suoi nemici giurati, i gesuiti e i legittimisti.
Egli sposava finalmente la sua fidanzata, ma dopo che questa i era prostituita. Quanto a Bonaparte, egli si ritirava, in apparenza, dietro le quinte. Il partito dell'ordine lavorava per lui.
Sin dal primo consiglio dei ministri venne decisa la spedizione di Roma, e ci si mise d'accordo di intraprenderla all'insaputa dell'Assemblea nazionale e di strapparle sotto un falso pretesto i mezzi necessari, Si cominciò a questo modo con una truffa verso l'Assemblea nazionale e con una cospirazione segreta con le potenze assolute dell'estero contro la repubblica romana rivoluzionaria. Allo stesso modo e con le stesse manovre Bonaparte preparò il suo colpo del 2 dicembre contro l'Assemblea legislativa monarchica e contro la sua repubblica costituzionale. Non dimentichiamo che lo stesso partito che il 20 dicembre 1848 formava il ministero di Bonaparte, il 2 dicembre 1851 formava la maggioranza dell'Assemblea nazionale legislativa.
La Costituente aveva deciso in agosto di non sciogliersi prima di aver elaborato e promulgato tutta una serie di leggi organiche, destinate a completare la Costituzione. Il 6 gennaio 1849 il partito dell'ordine le fece proporre, a mezzo del suo rappresentante Rateau, di lasciar correre le leggi organiche e di decidere piuttosto il proprio scioglimento. Non solo il ministero con a capo Odilon Barrot, ma tutti i membri monarchici dell'Assemblea nazionale dimostrarono all’Assemblea in questo momento che il suo scioglimento era necessario per il ristabilimento del credito, per il consolidamento dell'ordine, per metter fine alla situazione provvisoria e confusa e creare uno stato di cose definitivo; le dimostrarono ch'essa intralciava la produttività del nuovo governo e cercava di prolungare la propria esistenza per puro rancore, mentre il paese era stanco di lei. Bonaparte prendeva nota di tutte queste invettive contro il potere legislativo, le imparava a memoria, e il 2 dicembre 1851 mostrò ai monarchici del parlamento che aveva ben imparato da loro. E ritorse contro di loro i loro stessi argomenti.
Il ministero Barrot e il partito dell'ordine andarono più avanti. Organizzarono in tutta la Francia delle petizioni all'Assemblea nazionale, nelle quali questa era garbatamente invitata ad andarsene. Diressero così e infiammarono contro l'Assemblea nazionale, espressione costituzionalmente organizzata del popolo, le masse del popolo inorganizzate, insegnarono a Bonaparte a fare appello al popolo contro le assemblee parlamentari. Infine, il 29 gennaio 1849, arrivò il giorno in cui la Costituente doveva decidere del proprio scioglimento. L'Assemblea nazionale trovò il locale delle proprie riunioni occupato militarmente; Changarnier, il generale del partito dell'ordine nelle cui mani era riunito il comando supremo della Guardia nazionale e delle truppe di linea, organizzò in Parigi una grande rivista, come se si fosse alla vigilia di una. battaglia, e i monarchici coalizzati dichiararono in tono minaccioso all'Assemblea che se non fosse stata arrendevole si sarebbe fatto ricorso alla forza. L'Assemblea fu arrendevole e mercanteggiò soltanto un breve rinvio. Che cosa fu il 29 gennaio, se non il coup d'Etat del 2 dicembre 1851, perpetrato contro l'Assemblea nazionale repubblicana dai monarchici insieme con Bonaparte? Quei signori non notarono e non vollero notare che Bonaparte sfruttò il 29 gennaio 1849 per far sfilare una parte delle truppe davanti alle Tuileries e davanti a se, e colse avidamente a volo questo primo appello pubblico al potere militare contro il potere parlamentare per far presagire Caligola. Essi non vedevano che il loro Changarnier.
Una delle ragioni che spingevano in modo particolare il partito dell'ordine ad abbreviare con la violenza la vita della Costituente, erano le leggi organiche destinate a completare la Costituzione, come la legge sull'insegnamento, sui culti, ecc. I monarchici coalizzati volevano ad ogni costo fare essi queste leggi e non volevano lasciarle fare dai repubblicani diventati diffidenti. Tra queste leggi organiche ve n'era anche una circa la responsabilità del Presidente della Repubblica. Nel 1851 l'Assemblea legislativa era precisamente intenta alla elaborazione di una legge simile, quando Bonaparte prevenne il colpo col colpo del 2 dicembre. Che cosa non avrebbero dato i monarchici coalizzati, nella loro campagna parlamentare d'inverno del 1851, per trovare bella e fatta la legge sulla responsabilità, e fatta da un'Assemblea repubblicana diffidente e piena d'odio!
Dopo che la Costituente ebbe spezzato il 29 gennaio 1849 la sua ultima arma, il ministero Barrot e gli amici dell'ordine la spinsero alla morte, non risparmiarono nulla di ciò che poteva umiliarla, e strapparono alla sua debolezza disperata delle leggi che le costarono gli ultimi residui di stima di cui ancora godeva nel pubblico. Bonaparte, preso dalla sua idea fissa napoleonica, fu tanto audace da sfruttare pubblicamente questa degradazione del potere parlamentare. Quando infatti l'Assemblea nazionale, l'8 maggio 1849, inflisse un voto di biasimo al ministero per l'occupazione di Civitavecchia da parte di Oudinot, e ordinò che la spedizione romana venisse ricondotta ai suoi scopi presunti, la stessa sera Bonaparte pubblicò nel Moniteur una lettera a Oudinot in cui lo felicitava per le sue gesta eroiche, e posò a protettore magnanimo dell'esercito in contrapposto ai pennaiuoli del Parlamento. I monarchici sorrisero. Credevano che egli fosse semplicemente il loro dupe. Infine quando Marrast, presidente della Costituente, credette per un istante in pericolo la sicurezza dell'Assemblea nazionale e, forte della Costituzione, requisì un colonnello col suo reggimento, il colonnello, richiamandosi alla disciplina, lo rinviò a Changarnier, il quale respinse con ironia la sua richiesta facendogli notare che non gli piacevano le bayonettes intelligents. Nel novembre 1851, quando i monarchici coalizzati vollero impegnare la battaglia decisiva contro Bonaparte, essi cercarono, nella loro famigerata "legge dei questori" di attuare il principio della requisizione diretta delle truppe da parte del presidente dell'Assemblea nazionale. Uno dei loro generali, Lefló, aveva firmato il progetto di legge. Invano Changarnier votò per la proposta e Thiers rese omaggio alla chiaroveggenza della vecchia Costituente. Il Ministro della guerra Saint-Arnaud gli rispose colle stesse parole con cui Changarnier aveva risposto a Marrast, e tra gli applausi della Montagna.
In questo modo il partito dell'ordine, quando non era ancora Assemblea nazionale, quando era ancora soltanto ministero, aveva screditato il regime parlamentare. E si mette a strillare quando il 2 dicembre 1851 lo bandì dalla Francia!
Noi gli auguriamo buon viaggio
III
Il 29 maggio 1849 si riunì l'Assemblea nazionale legislativa. Il 2 dicembre 1851 essa fu sciolta. Questo periodo abbraccia tutta l'esistenza della repubblica costituzionale o parlamentare.
Nella prima rivoluzione francese al dominio dei costituzionali segue il dominio dei girondini, e al dominio dei girondini il dominio dei giacobini. Ognuno di questi partiti si appoggia su quello che è più avanzato di lui. Non appena ha portato la rivoluzione tanto avanti che, nonché precederla, non può più nemmeno seguirla, viene scartato dall'alleato più ardito che è dietro di lui e viene mandato alla ghigliottina. Così la rivoluzione si sviluppa secondo una linea ascendente.
Il contrario succede nella rivoluzione dei 1848. Il partito proletario si presenta come appendice dei partito democratico piccolo-borghese. Questo tradisce il primo e lo lascia cadere il 16 aprile, il 15 maggio e nelle giornate di giugno. Il partito democratico, a sua volta, si appoggia alle spalle del partito repubblicano borghese. Non appena i repubblicani borghesi credono di avere una base solida si sbarazzano dell'inopportuno compagno e si appoggiano a loro volta alle spalle del partito dell'ordine. Ma questo scrolla le spalle, manda a gambe all'aria i repubblicani borghesi e si appoggia alle spalle della forza armata. Crede ancora di poggiare sopra di esse quando un bel mattino si accorge che le spalle si sono cambiate in baionette. Ogni partito recalcitra contro quello che lo spinge in avanti, e si appoggia a quello che lo spinge indietro. Non fa maraviglia che in questa posizione ridicola perda l'equilibrio, e dopo inevitabili smorfie, cada al suolo con strane capriole. Così la rivoluzione si sviluppa secondo una linea discendente. Essa ha già iniziato questo movimento all'indietro prima ancora che l'ultima barricata di febbraio sia stata demolita e sia stata costituita la prima autorità rivoluzionaria.
Il periodo che ci sta dinanzi presenta il miscuglio più bizzarro di contraddizioni stridenti: costituzionali che cospirano apertamente contro la Costituzione; rivoluzionari che sono, per loro confessione, costituzionali; un'Assemblea nazionale che vuol essere onnipotente e rimane esclusivamente parlamentare; una Montagna che fa della sopportazione la sua professione e mette riparo alle disfatte presenti con la profezia di vittorie future; monarchici che fanno i patres conscripti della repubblica e sono costretti dalla situazione a mantenere in esilio le avverse case reali di cui sono fautori e a conservare in Francia la repubblica che odiano; un potere esecutivo che trova la sua forza nella sua debolezza stessa, e la sua rispettabilità nel disprezzo che ispira; una repubblica che non è altro che l'infamia combinata di due monarchie, della Restaurazione e della monarchia di luglio, sotto un'etichetta imperialistica; unioni la cui prima clausola è la scissione; battaglie la cui prima legge è la mancanza di decisione; in nome dell'ordine una agitazione confusa e senza contenuto; in nome della rivoluzione la più solenne predicazione di pace; passioni senza verità, verità senza passione, eroi senza azioni eroiche, storia senza avvenimenti; una evoluzione la cui unica molla sembra essere il calendario, e che stanca per la ripetizione costante degli stessi momenti di tensione e di distensione; contrasti che sembrano acutizzarsi periodicamente soltanto per attutirsi e precipitare, senza riuscire a risolversi; sforzi presuntuosi e ostentati e paure della borghesia davanti al pericolo della fine del mondo, e da parte dei salvatori del mondo, in pari tempo, i più meschini intrighi e le commedie di palazzo più meschine, che nel loro laisser aller ricordano piuttosto i tempi della fronda che il giorno del giudizio universale; tutto il genio ufficiale della Francia messo alla gogna dalla astuta dappocaggine di un solo individuo; la volontà collettiva della nazione, ogni volta che si esprime nel suffragio universale, cerca la sua espressione adeguata nei nemici inveterati degl'interessi delle masse, sino a che la trova finalmente nell'arbitrio di un filibustiere. Se mai epoca della storia è stata dipinta in grigio su grigio, è ben questa. Uomini e avvenimenti appaiono come degli Schlemihl a rovescio, come ombre cui è stato tolto il corpo. La rivoluzione stessa paralizza i suoi fautori e riempie di violenza e di passione soltanto i suoi avversari. Quando finalmente appare lo "spettro rosso", continuamente evocato e scongiurato dai controrivoluzionari, esso non appare col berretto frigio dell'anarchia sul capo, ma nell'uniforme dell'ordine, in pantaloni rossi.
Abbiamo visto che il ministero installato dal Bonaparte il 20 dicembre 1848, il giorno della sua ascensione era un ministero del partito dell'ordine, della coalizione legittimista e orleanista. Questo ministero Barrot-Falloux era sopravvissuto alla Costituente repubblicana, di cui aveva più o meno violentemente abbreviato l'esistenza, e si trovava ancora al potere. Changarnier, il generale dei monarchici coalizzati, continuava a riunire nella sua persona il comanda generale della prima divisione militare e quello della Guardia nazionale di Parigi. Le elezioni generali avevano finalmente assicurato al partito dell'ordine una grande maggioranza nell'Assemblea nazionale. I deputati e i pari di Luigi Filippo s'imbatterono in una sacra falange di legittimisti, per i quali le numerose schede elettorali della nazione erano diventate biglietti d'ingresso alla scena politica. I rappresentanti del popolo bonapartisti erano troppi rari, per poter formare un partito parlamentare indipendente. Essi apparivano soltanto come mauvaise queue del partito dell'ordine. In questo modo il partita dell'ordine si trovava in possesso del potere governativo, dell'esercito e dei corpo legislativo, in una parola di tutto il potere dello Stato; ed era stato rafforzato moralmente dalle elezioni generali, che facevano apparir il sui dominio come espressione della volontà dei popolo, e dalla contemporanea vittoria della controrivoluzione su tutto il continente europeo.
Mai partito era entrato in campagna con mezzi più rilevanti e sotto più favorevoli auspici.
I repubblicani puri, superstiti dal naufragio, si trovarono ridotti nell'Assemblea nazionale legislativa a una cricca di circa cinquanta uomini, con a capo i generali africani Cavaignac, Lamoricière, Bedeau. Ma il grande partito d'opposizione era costituito dalla Montagna. Con questo nome si era battezzato il partito socialdemocratico. Esso disponeva di più di duecento dei settecentocinquanta voti dell'Assemblea nazionale ed era quindi per lo meno altrettanto forte quanto una qualsiasi delle tre frazioni del partito dell'ordine prese separatamente. La sua posizione di minoranza relativa rispetto all'assieme della coalizione monarchica appariva compensata da circostanze particolari. Non soltanto le elezioni dipartimentali avevano dimostrato ch'esso si era conquistato un'influenza considerevole tra la popolazione delle campagne, ma contava nel suo seno quasi tutti i deputati di Parigi. L'esercito aveva fatto una dichiarazione di fede democratica eleggendo tre sottufficiali; e il capo della Montagna, Ledru-Rollin, a differenza di tutti i rappresentanti del partito dell'ordine, era stato elevato alla dignità parlamentare da cinque dipartimenti i quali avevano raccolto i loro suffragi sul suo nome. Il 29 maggio 1849, dunque, dato che era inevitabile che le diverse frazioni monarchiche venissero tra di loro a conflitto, e che il partito dell'ordine come tale venisse a conflitto con Bonaparte, la Montagna sembrava aver davanti a sé tutti gli elementi del successo. Quindici giorni dopo aveva perduto tutto. Compreso l'onore.
Prima di procedere nella storia parlamentare sono necessarie alcune osservazioni, per evitare le consuete illusioni circa il carattere dell'epoca che ci sta davanti. Secondo il modo di vedere dei democratici, durante tutto il periodo dell'Assemblea nazionale legislativa, si trattava, come nel periodo della Costituente, della semplice lotta tra repubblicani e monarchici Ma il movimento stesso essi lo riassumono in una sola parola: "reazione" notte in cui tutti i gatti sono grigi, e che permette loro di ripetere i loro luoghi comuni da guardiani notturni. Non vi è dubbio che a prima vista il partito dell'ordine presenta un groviglio di varie frazioni monarchiche, che non solo intrigano l'una contro l'altra per elevare al trono ciascuna il proprio pretendente e dare scacco al pretendente del partito avverso, ma sono pure tutte unite nell'odio comune e nei comuni attacchi contro la "repubblica". La Montagna invece, in opposizione a questa cospirazione monarchica. appare come il rappresentante della "repubblica". Il Partito dell'ordine sembra continuamente occupato a un'opera di "reazione" che si dirige, né più né meno che in Prussia, contro la stampa, il diritto di associazione, e simili e si traduce, come in Prussia, in brutali inframmettenze poliziesche della burocrazia, della gendarmeria e dell'autorità giudiziaria. La "Montagna", dal canto suo, è continuamente occupata a respingere questi attacchi e a difendere, quindi, i "diritti eterni dell'uomo", come più o meno hanno fatto da circa un secolo e mezzo tutti i partiti cosiddetti popolari. Ma se si considerino la situazione e i partiti più da vicino, questa apparenza superficiale, che nasconde la lotta di classe e la peculiare fisionomia di questo periodo, scompare.
Legittimisti e orleanisti costituivano, come s'è detto, le due grandi frazioni del partito dell'ordine. Ma ciò che univa queste frazioni ai loro pretendenti e le opponeva l'una all'altra non era forse qualcos'altro che il giglio e il tricolore la casa di Borbone e la casa di Orléans, una diversa sfumatura nello spirito monarchico e, in generale, la professione di fede nella monarchia? Sotto i Borboni aveva regnato la grande proprietà terriera, coi suoi preti e i suoi lacchè; sotto gli Orléans l'alta finanza, la grande industria, il grande commercio, cioè il capitale, col suo seguito di avvocati, professori e retori. La monarchia legittima era soltanto l'espressione politica del dominio ereditario dei grandi proprietari fondiari, mentre la monarchia di luglio non era altro che l'espressione politica del dominio usurpato dei parvenus borghesi. Dunque ciò che opponeva l'una all'altra queste frazioni non erano dei cosiddetti princìpi, erano le condizioni materiali d'esistenza, due diverse specie della proprietà; era il vecchio contrasto tra la città e la campagna, la rivalità tra il capitale e la proprietà fondiaria. Che in pari tempo vecchi ricordi, ostilità personali, timori e speranze, pregiudizi e illusioni, simpatie e antipatie, convinzioni, articoli di fede e principi legassero all'una o all'altra delle case reali, non lo si può negare. Al di sopra delle differenti norme di proprietà e delle condizioni sociali di esistenza si eleva tutta una sovrastruttura di impressioni, di illusioni, di particolari modi di pensare e di particolari concezioni della vita. La classe intiera crea questa sovrastruttura e le dà una forma sulla base delle sue proprie condizioni materiali e delle corrispondenti relazioni sociali. L'individuo singolo, cui queste cose pervengono attraverso la tradizione e l'educazione, può immaginarsi che esse costituiscano i veri motivi determinanti e il punto di partenza della sua attività. Benché gli orleanisti, i legittimisti, ogni frazione, cercasse di persuadere se stessa e di persuadere la frazione avversa che ciò che le divideva era il fatto che ciascuna di esse sosteneva la propria casa regnante, la realtà doveva provare in seguito che era piuttosto la divergenza dei loro interessi a impedire l'unione delle due case. E come nella vita privata si fa distinzione tra ciò che un uomo pensa e dice di sé e ciò che dice e fa in realtà, tanto più nelle lotte della storia si deve far distinzione fra le frasi e le pretese dei partiti e il loro organismo reale e i loro reali interessi, tra ciò che essi si immaginano di essere e ciò che in realtà sono. Orleanisti e legittimisti si trovano gli uni accanto agli altri nella repubblica con eguali pretese. Se ognuna delle due frazioni voleva conseguire, contro l'altra, la restaurazione della propria casa reale, ciò non significava altro se non che i due grandi interessi che dividono la borghesia - la proprietà fondiaria e il capitale - cercavano, ognuno per conto suo, di restaurare la propria supremazia e la subordinazione dell'interesse opposto. E parliamo di due interessi della borghesia perché la grande proprietà fondiaria, malgrado civettasse col feudalismo e malgrado il suo orgoglio di razza, era, in conseguenza dello sviluppo della società moderna, completamente imborghesita. Così in Inghilterra i tories si immaginarono per molto tempo di essere entusiasti della monarchia, della Chiesa e delle bellezze della vecchia costituzione inglese, sino a che il pericolo strappò loro la confessione che erano entusiasti soltanto della rendita fondiaria.
I monarchici coalizzati intrigavano gli uni contro gli altri nella stampa, a Ems, a Claremont, fuori del Parlamento. Dietro le quinte tornavano a indossare le loro vecchie livree orleaniste e legittimiste e riprendevano i loro vecchi tornei. Ma sulla pubblica scena, nelle loro azioni capitali e statali, come grande partito parlamentare, facevano alle loro rispettive case reali delle semplici riverenze e rinviavano in infinitum la restaurazione della monarchia. Essi adempivano la loro vera funzione come partito dell'ordine, cioè sotto una bandiera sociale, non sotto una bandiera politica; come rappresentanti dell'ordinamento borghese e non come cavalieri serventi di principesse erranti; come classe borghese contro altre classi e non come monarchici contro i repubblicani. E come partito dell'ordine essi hanno esercitato sulle altre classi della società un dominio più illimitato e più duro di quello che avevano esercitato sotto la Restaurazione o sotto la monarchia di luglio, un dominio che era possibile, in generale, soltanto nella forma della repubblica parlamentare, perché soltanto sotto questo regime le due grandi frazioni della borghesia francese potevano unirsi e porre quindi all'ordine dei giorno il dominio della loro classe, anziché il regime di una sua frazione privilegiata. E se, ciò malgrado, anche come partito dell'ordine, essi insultano la repubblica e danno libero corso alla loro avversione per essa, questo avviene soltanto grazie alle reminiscenze monarchiche. Il loro istinto li avvertiva che, se era vero che la repubblica rendeva completo il loro dominio politico, essa minava però in pari tempo la loro base sociale, perché ora erano costretti ad affrontarsi con le classi oppresse e a lottare contro di esse senza intermediari, senza lo schermo della corona, senza poter sviare l'interesse della nazione con le loro lotte reciproche secondarie e con le lotte contro la monarchia. Era un senso di debolezza che li faceva arretrare tremando davanti alle condizioni pure del loro proprio dominio di classe e faceva loro rimpiangere le forme meno complete, meno sviluppate, e quindi prive di pericoli, di questo stesso dominio. Al contrario, ogni volta che i monarchici coalizzati entrano in conflitto col pretendente che sta loro di fronte, con Bonaparte, ogni volta che credono la loro onnipotenza parlamentare minacciata dal potere esecutivo, ogni volta, dunque, che debbono presentare il titolo politico del loro dominio, essi si presentano come repubblicani e non come monarchici, a partire dall'orleanista Thiers, il quale ammonisce l'Assemblea nazionale che la repubblica è il regime che meno li divide, sino al legittimista Berryer, che il 2 dicembre 1851, cinta la sciarpa tricolore e fattosi tribuno, arringa il popolo davanti al palazzo municipale del 10° mandamento, in nome della repubblica. Ma la eco beffarda gli risponde: "Enrico V! Enrico V!".
Di fronte alla borghesia coalizzata si era formata una coalizione di piccoli borghesi e di operai, il cosiddetto partito socialdemocratico. I piccoli borghesi si erano visti mal ricompensati dopo le giornate del giugno 1848; i loro interessi materiali erano minacciati, e le garanzie democratiche, che avrebbero dovuto permetter loro di far valere questi interessi, erano messe in forse dalla controrivoluzione. Perciò si avvicinavano agli operai. La loro rappresentanza parlamentare, d'altra parte, la Montagna, messa in disparte sotto la dittatura dei repubblicani borghesi durante la seconda metà della vita della Costituente aveva riconquistato la sua popolarità lottando contro Bonaparte e contro i ministri monarchici. Essa aveva concluso un'alleanza coi capi socialisti. Nel febbraio 1849 si organizzarono dei banchetti di riconciliazione. Venne abbozzato un programma comune, vennero formati dei comitati elettorali comuni e vennero presentati dei candidati comuni. Alle rivendicazioni sociali del proletariato venne smussata la punta rivoluzionaria e data una piega democratica. Alle pretese democratiche della piccola borghesia venne tolto il carattere puramente politico e dato rilievo alla loro punta socialista. Così sorse la Socialdemocrazia. La nuova Montagna, che fu il risultato di questa combinazione, tolti alcuni elementi della classe operaia che facevano da comparse, e alcuni membri delle sètte socialiste conteneva gli stessi elementi della vecchia Montagna, ma era numericamente più forte. Nel corso degli avvenimenti, però, si era mutata, al pari della classe che essa rappresentava. Il carattere proprio della socialdemocrazia si riassume nel fatto che vengono richieste istituzioni democratiche repubblicane non come mezzi per eliminare entrambi gli estremi, il capitale e il lavoro salariato, ma come mezzi per attenuare il loro contrasto e trasformarlo in armonia. Ma per quanto diverse siano le misure che possono venir proposte per raggiungere questo scopo, per quanto queste misure si possano adornare di rappresentazioni più o meno rivoluzionarie, il contenuto rimane lo stesso. Questo contenuto è la trasformazione della società per via democratica, ma una trasformazione che non oltrepassa il quadro della piccola borghesia. Non ci si deve rappresentare le cose in modo ristretto, come se la piccola borghesia intendesse difendere per principio un interesse di classe egoistico. Essa crede, il contrario, che le condizioni particolari della sua liberazione siano le condizioni generali, entro alle quali soltanto la società moderna può essere salvata e la lotta di classe evitata. Tanto meno si deve credere che i rappresentanti democratici siano tutti shopkrepers o che nutrano per questi un'eccessiva tenerezza. Possono essere lontani dai bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi i rappresentanti del piccolo borghese è il fatto che la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo borghese stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e ,alle stesse soluzioni a cui l'interesse materiale e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe che essi rappresentano.
Da quanto si è detto è ovvio che se la Montagna lotta continuamente contro il partito dell'ordine per la repubblica e per i cosiddetti diritti dell'uomo, né la repubblica né i diritti dell'uomo sono il suo scopo supremo: così come un esercito che si cerca di disarmare, e che resiste, non entra in campo solo per restare in possesso delle proprie armi.
Il partito dell'ordine provocò la Montagna sin dall'apertura dell'Assemblea nazionale. La borghesia sentiva ora la necessità di finirla con i piccoli borghesi democratici, come un anno prima aveva compreso la necessità di finirla col proletariato rivoluzionario. Ma la situazione dei nemico era diversa. La forza del partito proletario era nella strada, quella dei piccoli borghesi nell'Assemblea nazionale stessa. Si trattava quindi di attirarlo dall'Assemblea nazionale nella strada e di spingerlo a spezzare da sé la propria forza parlamentare, prima che il tempo e le occasioni potessero consolidarla. La Montagna si precipitò a occhi chiusi nella trappola.
Il bombardamento di Roma da parte delle truppe francesi fu l'esca che le venne lanciata. Esso costituiva una violazione dell'articolo V della Costituzione, che proibiva alla repubblica francese di impiegare le sue forze militari contro le libertà di un altro popolo. Inoltre l'articolo 54 proibiva pure ogni dichiarazione di guerra da parte del potere esecutivo senza il consenso dell'Assemblea nazionale; e la Costituente, colla sua decisione dell'8 maggio, aveva disapprovato la spedizione romana. Fondandosi su questi fatti, l’11 giugno 1849 Ledru-Rollin depose un atto d'accusa contro Bonaparte e i suoi ministri. Irritato dalle punture di spillo di Thiers, egli si lasciò trascinare a minacciare di voler difendere la Costituzione con tutti i mezzi, e anche con le armi alla mano. La Montagna si levò come un sol uomo e ripeté questo appello alle armi. Il 12 giugno l'Assemblea nazionale respinse l'atto di accusa, e la Montagna abbandonò il Parlamento. Gli avvenimenti del 13 giugno sono conosciuti: il proclama di una parte della Montagna, secondo cui Bonaparte e i suoi ministri erano dichiarati "fuori della Costituzione"; la pacifica dimostrazione di strada delle guardie nazionali democratiche che, disarmate come erano, si dispersero al primo incontro con le truppe di Changarnier, ecc., ecc. Una parte della Montagna fuggi all'estero, un'altra parte venne deferita all'Alta Corte di Bourges, e un regolamento parlamentare sottopose il resto alla sorveglianza pedantesca del presidente dell'Assemblea nazionale. Parigi venne di nuovo dichiarata in stato di assedio, e la parte democratica della sua Guardia nazionale venne sciolta. Così vennero spezzate l'influenza della Montagna nel Parlamento e la forza dei piccoli borghesi a Parigi.
Lione, che il 13 giugno aveva dato il segnale di una sanguinosa insurrezione operaia, venne pure dichiarata in stato di assedio insieme ai cinque dipartimenti circonvicini, e questo stato d'assedio dura tuttora.
Il grosso della Montagna aveva lasciato in asso la propria avanguardia, negando le firme al suo proclama. La stampa aveva disertato, perché solo due giornali avevano osato rendere pubblico il pronunciamento. I piccoli borghesi tradirono i loro rappresentanti, perché le guardie nazionali rimasero a casa e, dove apparvero, impedirono la costruzione di barricate. I rappresentanti avevano ingannato i piccoli borghesi perché non fu possibile vedere da nessuna parte i cosiddetti affiliati ch'essi avevano nell'esercito. Infine, invece di trarre dal proletariato nuove forze, il partito democratico aveva trasmesso al proletariato la propria debolezza e, come avviene di solito nelle grandi azioni democratiche, i capi avevano la soddisfazione di poter accusare il loro "popolo" di diserzione e il popolo aveva la soddisfazione di poter accusare i suoi capi di averlo gabbato.
Raramente un'azione era stata annunciata con maggior fracasso dell'imminente campagna della Montagna, raramente un avvenimento era stato lanciato a suon di tromba con maggior sicurezza e più tempo prima come una vittoria inevitabile della democrazia. Non vi è dubbio: i democratici credono alle trombe, agli squilli delle quali crollarono le mura di Gerico, e ogni volta che si trovano di fronte alle mura del dispotismo cercano di ripetere il miracolo. Se la Montagna voleva vincere nel Parlamento, non doveva fare appello alle armi. Se faceva appello alle armi nel Parlamento, non doveva però comportarsi in modo parlamentare nella strada. Se si pensava seriamente a una dimostrazione pacifica, era però sciocco non prevedere che essa sarebbe stata accolta in modo bellicoso. Se si prevedeva una vera battaglia, era strano deporre le armi con cui la battaglia doveva essere condotta. Ma le minacce rivoluzionarie dei piccoli borghesi e dei loro rappresentanti democratici sono semplici tentativi di intimidire l'avversario. E quando si sono cacciati in un vicolo cieco, quando si sono compromessi a un punto tale che sono costretti a tradurre in atto le loro minacce, ciò viene fatto in modo equivoco, che non evita altro che i mezzi adatti allo scopo e cerca avidamente dei pretesti di disfatta. Il rimbombante preludio che annunciava la battaglia si perde in un debole mormorio non appena questa dovrebbe incominciare; gli attori cessano di prendersi au sérieux e l'azione fallisce in modo lamentevole, come un pallone forato con uno spillo.
Nessun partito più del democratico esagera a se stesso i propri mezzi, nessuno s'inganna con maggior leggerezza circa la situazione. Poiché una parte dell'esercito le aveva dato i suoi voti, la Montagna era convinta che l'esercito sarebbe insorto in suo favore. E in che occasione? In un'occasione che, secondo il modo di vedere delle truppe, non aveva altro senso se non che i rivoluzionari prendevano partito per i soldati romani contro i soldati francesi. D'altra parte i ricordi dei giugno 1848 erano ancora troppo freschi, perché non dovesse esistere una profonda avversione del proletariato contro la Guardia nazionale e una profonda diffidenza dei capi delle società segrete per i capi democratici. Perché queste divergenze venissero appianate era necessario che fossero in gioco dei grandi interessi comuni. La violazione di un astratto paragrafo della Costituzione non poteva presentare questo intesse. La Costituzione non era stata violata ripetutamente, secondo quanto confessavano i democratici stessi? I giornali più popolari non avevano ballato la Costituzione come un ordigno controrivoluzionario? Ma il democratico, poiché rappresenta la piccola borghesia, cioè una classe intermedia, in seno alla quale si smussano in pari tempo gli interessi di due classi, si immagina di essere superiore, in generale, ai contrasti di classe. I democratici riconoscono di aver davanti a sé una classe privilegiata, ma essi, con tutto il resto della nazione che li circonda, costituiscono il popolo. Ciò che essi rappresentano è il diritto del popolo; ciò che li interessa è l'interesse del popolo. Essi non hanno dunque bisogno, prima di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e le posizioni delle diverse classi. Non hanno bisogno di ponderare troppo accuratamente i propri mezzi. Non hanno che da lanciare il segnale, perché il popolo, con tutte le sue inesauribili risorse, si scagli sugli oppressori. Se poi, all'atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro forza un'impotenza, la colpa o è di quegli sciagurati sofisti che dividono il popolo indivisibile in diversi campi nemici; o dell'esercito, troppo abbrutito e troppo accecato per comprendere che i puri scopi della democrazia sono il proprio bene; o di un particolare dell'esecuzione che ha fatto fallire l'assieme; o di un caso imprevisto che, per quella volta, ha fatto andare a monte tutto l'affare. Ad ogni modo, il democratico esce sempre senza macchia dalla più grave sconfitta, come senza colpa vi è entrato, e ne esce con la rinnovata convinzione che egli deve vincere, non che egli stesso e il suo partito dovranno cambiare il loro vecchio modo di vedere, ma, al contrario, che gli avvenimenti, maturando, gli dovranno venire incontro.
Non ci si deve dunque immaginare che la Montagna, decimata, spezzata, umiliata dal nuovo regolamento parlamentare, fosse troppa infelice. Se il 13 giugno aveva eliminato i suoi capi, esso aveva però fatto posto a uomini di second'ordine, che la nuova situazione lusingava. Se la loro impotenza in Parlamento non poteva più venir messa in dubbio, essi erano dunque in diritto di limitare la loro attività a scoppi di indignazione morale e declamazioni rumorose. Se il partito dell'ordine fingeva di vedere in essi, ultimi rappresentanti .ufficiali della rivoluzione, l'incarnazione di tutti gli orrori dell'anarchia, essi potevano quindi essere in realtà altrettanto più banali e moderati. Del 13 giugno essi si consolarono con questa frase profonda: Ma che non si osi metter mano sul suffragio universale! Allora mostreremo quello che siamo! Nous verrons.
Quanto ai Montagnardi fuggiti all'estero, basterà osservare qui che Ledru-Rollin, poiché era riuscito a rovinare senza via di scampo, in appena due settimane, il potente partito alla testa del quale si trovava, per questo si credette designato a fondare un governo francese in partibus; che la sua figura, nella lontananza, fuori del terreno dell'azione, sembrò ingrandirsi, a misura che il livello della rivoluzione cadeva e le grandezze ufficiali della Francia ufficiale si facevano più minuscole; che egli poté presentarsi come pretendente repubblicano per il 1852, e mandare circolari periodiche ai Valacchi e ad altri popoli, minacciando i despoti del Continente delle gesta sue e dei suoi alleati. Non aveva del tutto torto Proudhon, quando gridava a questi signori: "Vous n'étes que des blagueurs"?
Il 13 giugno il partito dell'ordine non aveva soltanto abbattuto la Montagna; aveva pure realizzata la subordinazione della Costituzione alle decisioni della maggioranza dell'Assemblea nazionale. Ed intendeva la repubblica in questo modo: la borghesia governa nelle forme parlamentari, senza trovare un limite al suo dominio, come sotto la monarchia, nel veto del potere esecutivo o nella possibilità che il Parlamento venga sciolto. Tale era la repubblica parlamentare, come la chiamava Thiers. Ma se la borghesia aveva assicurato il 13 giugno la propria onnipotenza all'interno dell'edificio parlamentare, non aveva essa colpito il Parlamento di inguaribile debolezza, agli occhi del potere esecutivo e del popolo, scacciandone la parte più popolare? Abbandonando numerosi deputati, senz'altre cerimonie, alle richieste dell'autorità giudiziaria, essa soppresse la propria immunità parlamentare. Il regolamento umiliante a cui essa sottopose la Montagna, elevava il presidente della repubblica nella stessa misura in cui abbassava i singoli rappresentanti del popolo. Bollando come anarchica e sovversiva l'insurrezione in difesa della Costituzione, la Montagna interdiceva a se stessa l'appello all'insurrezione nel caso che il potere esecutivo volesse violare la Costituzione ai suoi danni. E l'ironia della storia vuole che il generale che aveva bombardato Roma per incarico di Bonaparte, e in questo modo aveva offerto il pretesto immediato alla sommossa del 13 giugno, che Oudinot, il 2 dicembre 1851, venga presentato al popolo dal partito dell'ordine, con insistenza e invano, come generale della Costituzione contro Bonaparte. Un altro eroe del 13 giugno, Vieyra, che aveva avuto felicitazioni dall'alto della tribuna dell'Assemblea nazionale per le brutalità da lui compiute nei locali di giornali democratici, a capo di una banda di guardie nazionali devote all'alta finanza, questo stesso Vieyra fu iniziato alla congiura di Bonaparte e contribuì efficacemente a privare l'Assemblea nazionale, nell'ora della sua morte, di ogni appoggio della Guardia nazionale.
Il 13 giugno ebbe anche un altro significato. La Montagna aveva voluto strappare la messa in stato d'accusa di Bonaparte. La sua sconfitta fu quindi una vittoria diretta di Bonaparte, un suo trionfo personale sui suoi nemici democratici. Il partito dell'ordine combatté per ottenere la vittoria; Bonaparte non ebbe che da riscuoterla. E' ciò ch'egli fece. Il 14 giugno si poté leggere sul muri di Parigi un proclama in cui il presidente, come se la cosa non d pendesse da lui, suo malgrado, costretto dalla pura forza degli avvenimenti, usciva dal suo isolamento claustrale, si doleva, come virtù misconosciuta, delle calunnie dei suoi avversari, e mentre sembrava identificare la sua persona con la causa dell'ordine, identificava invece la causa dell'ordine con la sua persona. Inoltre, se l'Assemblea ,nazionale aveva ratificato, sebbene con ritardo, la spedizione contro Roma, l'iniziativa era stata presa da Bonaparte. Dopo aver di nuovo insediato in Vaticano il sommo sacerdote Samuele, egli poteva sperare di insediare se stesso, come re Davide, nelle Tuileries. Aveva conquistato i preti.
La sommossa del 13 giugno si limitò, come abbiamo visto, a una dimostrazione pacifica di strada. Non vi erano dunque stati allori guerrieri da conquistare contro di essa. Ciò non pertanto, in questo periodo povero di eroi e di avvenimenti, il partito dell'ordine trasformò questa battaglia senza spargimento di sangue in una seconda Austerlitz. La tribuna e la stampa celebrarono l'esercito come la potenza dell'ordine, in opposizione alle masse popolari rappresentanti l'impotenza dell'anarchia, e glorificarono Changarnier come il "baluardo della società". Mistificazione alla quale finì per credere egli stesso. Ma i corpi che sembravano di dubbia fedeltà venivano intanto allontanati da Parigi alla chetichella; i reggimenti nei quali le elezioni avevano dato i risultati più democratici venivano deportati dalla Francia in Algeria; le teste calde fra la truppa inviate alle compagnie di disciplina; e infine, la stampa veniva bandita sistematicamente dalla caserma e la caserma isolata dalla società civile.
Siamo arrivati alla svolta decisiva nella storia della Guardia nazionale francese. Nel 1830 essa aveva deciso della caduta della Restaurazione. Sotto Luigi Filippo tutte le sommosse in cui la Guardia nazionale si era messa dalla parte dell'esercito erano fallite. Quando nelle giornate di febbraio del 1848 essa aveva avuto un atteggiamento di passività verso l'insurrezione, ed equivoco verso Luigi Filippo, questi si era considerato perduto, e lo era. In questo modo si era radicata la convinzione che la rivoluzione non poteva vincere senza la Guardia nazionale e che l'esercito non poteva vincere contro di essa. Si manifestava così la fede superstiziosa dell'esercito nell'onnipotenza dei borghesi. Le giornate del giugno 1848, in cui l'intiera Guardia nazionale, insieme con le truppe di linea, aveva schiacciato l'insurrezione, aveva rafforzato la superstizione. Dopo l'andata al potere di Bonaparte la posizione della Guardia nazionale era però stata indebolita, in conseguenza del fatto che, contrariamente alla Costituzione, il suo comando era stato riunito, nella persona di Changarnier, al comando della prima divisione militare.
Come il comando della Guardia nazionale appariva qui come un attributo del comandante militare supremo, così la Guardia nazionale stessa appariva soltanto come un'appendice delle truppe di linea. Il 13 giugno, infine, essa venne spezzata, e non soltanto in conseguenza dei suo scioglimento parziale, che da quel momento si ripeté periodicamente in tutti i punti della Francia e non ne lasciò sussistere che i frantumi. La dimostrazione dei 13 giugno era stata anzitutto una dimostrazione delle guardie nazionali democratiche. E’ vero che esse avevano opposto all'esercito non le loro armi, ma le loro uniformi; ma proprio in quell'uniforme stava il talismano. L'esercito si convinse che quell'uniforme era uno straccio di lana come tutti gli altri. L'incanto era rotto. Nelle giornate di giugno 1848 borghesia e piccola borghesia, come Guardia nazionale, si erano unite con l'esercito contro il proletariato; il 13 giugno 1849 la borghesia fece disperdere dall'esercito la Guardia nazionale piccolo-borghese; il 2 dicembre 1851 scomparve anche la Guardia nazionale della borghesia, e Bonaparte, quando più tardi ne firmò il decreto di scioglimento, non fece altro che prender atto del fatto compiuto. Così la borghesia aveva spezzato essa stessa la sua ultima arma contro l'esercito, e l'aveva dovuta spezzare a partire dal momento in cui la piccola borghesia, invece di continuare ad essere sottomessa come un vassallo, si era levata contro di essa in atteggiamento di ribelle. Allo stesso modo la borghesia, dal momento che essa stessa era diventata assolutista, doveva spezzare con le proprie mani, in generale, tutti i suoi mezzi di difesa contro l'assolutismo.
Frattanto il partito dell'ordine celebrava la riconquista di un potere che sembrava aver perduto nel 1848 solo per ritrovarlo nel 1849 liberato da tutte le pastoie, e lo celebrava con invettive contro la Repubblica e contro la Costituzione, maledicendo tutte le rivoluzioni passate, presenti e future, compresa quella che era stata fatta dai suoi propri capi, e promulgando leggi che imbavagliavano la stampa, sopprimevano il diritto di associazione e facevano della stato d'assedio un'istituzione organica di governo. L'Assemblea nazionale si aggiornò quindi dalla metà di agosto alla metà di ottobre, dopo aver nominato, per il periodo delle sue vacanze, una commissione permanente. Durante queste ferie i legittimisti intrigarono a Ems, gli orleanisti a Claremont, Bonaparte facendo dei viaggi principeschi, e i consigli dipartimentali discutendo della revisione della Costituzione, fatti che si riproducono regolarmente nel periodi di vacanza dell'Assemblea nazionale e di cui mi occuperò quando assumeranno il valore di avvenimenti. Per ora basti notare che l'Assemblea nazionale agiva poco politicamente disparendo dalla scena durante periodi di tempo abbastanza lunghi e lasciando che si vedesse a capo della repubblica una sola figura, fosse pure meschina, quella di Luigi Bonaparte e ciò mentre il partito dell'ordine, con scandalo dei pubblico, si divideva nei suoi differenti elementi monarchici e si abbandonava alle proprie contrastanti velleità di restaurazione. Ogniqualvolta, durante queste vacanze, i rumori assordanti del Parlamento si estinguevano, e il suo corpo si dissolvevi nella nazione, appariva in modo incontrovertibile che mancava ormai soltanto una cosa per rendere completa la vera immagine di questa repubblica: rendere permanenti le vacanze del Parlamento e sostituire al motto della repubblica: Liberté, égalité, fraternité, le parole di significato non equivoco: Fanteria, cavalleria, artiglieria.
IV
A metà ottobre 1849 l'Assemblea nazionale tornò a riunirsi. Il I novembre Bonaparte li sorprese con un messaggio in cui annunciava il licenziamento del ministero Barrot-Falloix e la formazione di un nuovo ministero. Mai servitori furono messi alla porta con meno cerimonie di quello che Bonaparte fece coi suoi ministri. I calci destinati all'Assemblea nazionale li ricevettero per il momento Barrot e compagni.
Il ministero Barrot, come abbiamo visto, era composto di legittimisti e di orleanisti; era un ministero del partito dell'ordine. Bonaparte ne aveva avuto bisogno per sciogliere la Costituente repubblicana, intraprendere la spedizione contro Roma e spezzare il partito democratico. Egli si era apparentemente eclissato dietro questo ministero, aveva affidato il potere governativo al partito dell'ordine e s'era messo la maschera modesta che portavano sotto Luigi Filippo i gerenti responsabili dei giornali, la maschera dell'homme de paille. Ora egli si liberava di un travestimento che non era più il velo leggero dietro al quale egli potesse nascondere il suo viso, ma una maschera di ferro che gli impediva di mostrare la sua vera fisionomia. Aveva insediato al potere il ministero Barrot per disciogliere, in nome del partito dell'ordine, l'Assemblea nazionale repubblicana; lo licenziava per dimostrare che il suo proprio nome non dipendeva dall'Assemblea nazionale del partito dell'ordine.
I pretesti plausibili per questo licenziamento non mancano. Il ministero Barrot aveva trascurato persino le convenienze che avrebbero dovuto far apparire il Presidente della repubblica come un potere accanto all'Assemblea nazionale. Durante le vacanze dell'Assemblea, Bonaparte aveva pubblicato una lettera a Edgar Ney, in cui sembrava disapprovasse la condotta illiberale del Papa, allo stesso modo che, in contrasto con la Costituente, aveva pubblicato una lettera in cui elogiava Oudinot per il suo attacco alla repubblica romana. Quando l'Assemblea nazionale aveva votato i crediti per la spedizione romana, Victor Hugo, per sedicente liberalismo, aveva messo in discussione quella lettera. Il partito dell'ordine aveva soffocato, con interruzioni sprezzantemente incredule, la trovata consistente nell'attribuire alle uscite di Bonaparte un qualsiasi valore politico. Nessuno dei ministri aveva raccolto il guanto per lui. In un'altra occasione Barrot, con la sua ben conosciuta enfasi, aveva lasciato cadere dalla tribuna parole di sdegno a proposito degli "abominevoli intrighi" che secondo lui si tramavano negli ambienti che circondavano più da vicino il presidente. Infine il ministero, mentre otteneva dall'Assemblea nazionale una pensione per la duchessa d'Orléans, respingeva ogni proposta di aumento della lista civile del presidente. E in Bonaparte il pretendente imperiale si confondeva così intimamente col cavaliere d'industria in rovina, che la sua unica grande idea, di essere chiamato a restaurare l'Impero, era sempre integrata dall'altra, che il popolo francese fosse chiamato a pagare i suoi debiti.
Il ministero Barrot-Falloux fu il primo e l'ultimo ministero parlamentare formato da Bonaparte. Il suo licenziamento costituisce quindi una svolta decisiva. Con esso il partito dell'ordine perdette, per non riconquistarlo mai più, il controllo sul potere esecutivo, posizione indispensabile per la difesa del regime parlamentare. Si capisce senz'altro che in un paese come la Francia, in cui il potere esecutivo ha sotto di sé un esercito di più di mezzo milione di funzionari, e dispone quindi continuamente, in modo assoluto, di una massa enorme di interessi e di esistenze; in cui lo Stato, dalle più ampie manifestazioni della vita fino ai movimenti più insignificanti, dalle sue forme di esistenza più generali sino alla vita privata, avvolge la società borghese, la controlla, la regola, la sorveglia e la tiene sotto tutela; in cui questo corpo di parassiti, grazie alla più straordinaria centralizzazione, acquista una onnipresenza, una onniscienza, una più rapida capacità di movimento e un'agilità che trova il suo corrispettivo soltanto nello stato di dipendenza e di impotenza e nell'incoerenza informe del vero corpo sociale, si capisce che in un paese simile l'Assemblea nazionale, insieme alla possibilità di disporre dei posti ministeriali, perdesse ogni influenza reale, a meno che non avesse in pari tempo semplificato l'amministrazione dello Stato, ridotto il più possibile l'esercito degli impiegati, in una parola, fatto in modo che la società civile e l'opinione pubblica si creassero i loro propri organi, indipendenti dal potere governativo. Ma l'interesse materiale della borghesia francese è precisamente legato nel modo più stretto al mantenimento di quella grande e ramificata macchina statale. Qui essa mette a posto la sua popolazione superflua; qui essa completa, sotto forma di stipendi statali, ciò che non può incassare sotto forma di profitti. interessi, rendite e onorari. D'altra parte il suo interesse politico la spingeva ad aumentare di giorno in giorno la repressione, cioè i mezzi e il personale del potere dello Stato. In pari tempo essa doveva condurre una lotta ininterrotta contro l'opinione pubblica, mutilare e paralizzare per diffidenza gli organi autonomi del movimento sociale, e dove ciò non le riusciva, amputarli completamente. Così la borghesia francese era spinta dalla sua stessa situazione di classe, da un lato, ad annientare le condizioni di esistenza di ogni potere parlamentare, e quindi anche dei suo proprio, dall'altro lato a rendere irresistibile il potere esecutivo che le era ostile.
Il nuovo ministero si chiamò ministero d'Hautpou. Non che il generale d'Hautpoul vi avesse ottenuto il rango di presidente del consiglio. Insieme con Barrot, Bonaparte si sbarazzò anche di questa carica che condannava il presidente della repubblica alla nullità legale di un re costituzionale, ma di un re costituzionale senza trono e senza corona, senza scettro e senza spada, senza irresponsabilità, senza il possesso imprescrittibile della più alta dignità dello Stato, e ciò che era la cosa più fatale, senza lista civile. Il ministero d'Hautpoul contava un solo parlamentare di grido, l'ebreo Fould, uno degli uomini più famigerati dell'alta finanza. Gli venne affidato il ministero delle finanze. Si consultino le quotazioni della borsa di Parigi, e si troverà che a partire dal I° novembre 1849 i valori salgono e scendono a seconda che salgono o scendono le azioni di Bonaparte. Mentre così Bonaparte aveva trovato nella borsa il suo uomo, in pari tempo metteva le mani sulla polizia, e nominava Carlier prefetto di polizia di Parigi.
Le conseguenze del cambiamento di ministero non potevano però farsi sentire che durante il corso degli avvenimenti. Per il momento Bonaparte non aveva fatto un passo avanti che per esser respinto indietro in modo più evidente. Il suo brutale messaggio fu seguito dalla più servile dichiarazione di sottomissione all'Assemblea nazionale. Ogni volta che i ministri facevano il timido tentativo di presentare le sue bizzarrie personali sotto forma di progetti di legge, si aveva l'impressione che essi adempissero, contro la loro volontà, costretti dalla loro situazione, a incarichi comici, del cui insuccesso erano convinti in precedenza. Ogni volta che Bonaparte, all'insaputa dei ministri, divulgava le sue intenzioni e faceva sfoggio delle sue "idées napoléoniennes", i suoi propri ministri lo sconfessavano dall'alto della tribuna dell'Assemblea nazionale. Sembrava che le sue velleità di usurpazione non si manifestassero per altro scopo che quello di dare alimento alle maligne risate dei suoi avversari. Si dava le arie di un genio incompreso, considerato da tutti come uno sciocco. Mai come durante questo periodo era stato oggetto del disprezzo cosi generale di tutte le classi. Mai la borghesia aveva dominato in modo più assoluto; mai essa aveva ostentato con maggior vanagloria le insegne del potere.
Non è mio compito fare qui la storia della sua attività legislativa, che durante questo periodo si riassume in due leggi: nella legge che ristabilisce l'imposta sul vino e nella legge sull'insegnamento che abolisce la miscredenza. Se si rendeva più difficile ai francesi bere vino, in cambio si largiva loro con tanto maggiore generosità l'acqua della vera vita. Se la borghesia, con la legge dell'imposta sul vino, dichiarava intangibile il vecchio odioso sistema fiscale francese, con la legge sull'istruzione cercava di mantenere nelle masse il vecchio stato d'animo che glielo rendeva sopportabile. Ci si è meravigliati di vedere gli orleanisti, i liberali borghesi, questi vecchi apostoli del volterianismo e della filosofia eclettica, confidare la direzione dello spirito francese ai loro nemici ereditari, i gesuiti. Ma se orleanisti e legittimisti potevano combattersi a proposito del pretendente al trono, essi comprendevano che il loro dominio comune imponeva l'unificazione dei mezzi di oppressione di due epoche, che i mezzi di asservimento della monarchia di luglio dovevano essere completati e rafforzati con quelli della Restaurazione.
I contadini, delusi in tutte le loro speranze, più che mai schiacciati, da un lato dal basso prezzo dei cereali, dall'altro lato dal peso crescente delle imposte e del debito ipotecario incominciavano ad agitarsi nei dipartimenti. Si rispose loro dando la caccia al maestri di scuola, che furono sottomessi agli ecclesiastici; dando la caccia ai sindaci, che furono sottoposti ai prefetti; e instaurando un sistema di spionaggio cui tutti vennero assoggettati. A Parigi e nelle grandi città la reazione assume la fisionomia della sua epoca e, anziché abbattere, provoca. Nelle campagne essa diventa volgare, grossolana, gretta. fastidiosa, molesta, in una parola, diventa gendarme. Si comprende come tre anni di regime del gendarme, consacrato dal regime dei preti, dovessero demoralizzare delle masse immature.
Per quanto grande fosse la somma di passione e di retorica che il partito dell'ordine poteva lanciare contro la minoranza dall'alto della tribuna parlamentare, i suoi discorsi rimanevano monosillabici, come quelli del cristiano, le cui parole debbono essere: Sí, sí; no, no! Monosillabici alla tribuna come nella stampi. Insipidi come un indovinello di cui si conosce in anticipo la soluzione. Che si trattasse del diritto di petizione o dell'imposta sul vino, della libertà di stampa o della libertà di commercio, dei clubs o della costituzione municipale, della difesa della libertà personale o del regolamento del bilancio, si ritorna sempre alla parola d'ordine, il tema rimane sempre lo stesso, la sentenza è sempre pronta ed è invariabilmente la stessi : "socialismo!". Socialista viene dichiarato persino il liberalismo borghese, socialista li cultura borghese, socialista la riforma finanziaria borghese. Era socialista costruire una ferrovia dove già esisteva un canale, ed era socialista difendersi col bastone, quando si era assaliti con una spada.
Né ciò era un semplice modo di parlare, una moda, una tattica di partito. La borghesia vedeva giustamente che tutte le armi da lei forgiate contro il feudalesimo volgevano la punta contro di lei, che tutti i mezzi di istruzione da lei escogitati insorgevano contro la sua propria civiltà, che tutti gli dèi da lei creati l'abbandonavano Essa capiva che tutte le cosiddette libertà e istituzioni progressive borghesi attaccavano e minacciavano il suo dominio di classe tanto nella sua base sociale quanto nella sua sommità politica; erano cioè diventate "socialiste". In questa minaccia e in questo attacco essa vedeva il segreto del socialismo, di cui giudicava il con ragione il senso e la tendenza meglio di quanto non sappia giudicarsi il socialismo stesso; il quale non può capire perché la borghesia gli sia così inesorabilmente inaccessibile, sia che egli gema flebilmente sulle miserie dell'umanità, o annunci da buon cristiano l'avvento del regno millenario e la fratellanza universale, o umanisticamente fantastichi di spirito, cultura e libertà, oppure si faccia dottrinario e inventi un sistema di conciliazione e di prosperità per tutte le classi. Ma ciò che la borghesia non comprendeva era la conseguenza che il suo proprio regime parlamentare, e in generale il suo dominio politico dovevano anche essi sottostare alla generale sentenza di condanna come socialisti. Sino a che il dominio della borghesia non si fosse organizzato completamente, non avesse acquistato a sua espressione politica pura, anche il contrasto con le altre classi non poteva presentarsi in modo puro, e dove esso si presentava, non poteva assumere quel corso pericoloso che trasforma ogni lotta contro il potere della Stato in uni lotta contro il capitale. Se in ogni palpito della vita sociale la borghesia vedeva un pericolo per la "calma", come poteva voler conservare, alla testa della società, il regime della irrequietezza, il suo proprio regime, il regime parlamentare, questo regime che, secondo l'espressione di uno dei suoi oratori, vive nella lotta e per la lotta, Il regime parlamentare vive della discussione: come può proibire la discussione? Ogni interesse, ogni provvedimento sociale viene trasformato nel regime parlamentare in idea generale e trattato come idea; come può quindi un interesse qualsiasi, un provvedimento qualsiasi, elevarsi al di sopra dei pensiero e imporsi come articolo di fede? La lotta degli oratori alla tribuna provoca le polemiche violente dei giornali; quel club di discussione che è il Parlamento viene necessariamente completato dai club di discussione dei salotti e delle osterie; i rappresentanti che continuamente fanno appello alla opinione pubblica autorizzano l'opinione pubblica a esprimere la sua vera opinione mediante petizioni. Il regime parlamentare rimette tutto alla decisione delle maggioranze: come le grandi maggioranze non dovrebbero voler decidere al di fuori del Parlamento? Se alla sommità dell'edificio dello Stato si suona il violino, come non aspettarsi che quelli che stanno in basso si mettano a ballare?
Tacciando dunque di eresia "socialista" ciò che prima aveva esaltato come "liberale", la borghesia confessa che il suo proprio interesse le impone di sottrarsi al pericolo dell'autogoverno; che per mantenere la calma nel paese deve anzitutto essere ridotto alla calma il suo Parlamento borghese; che per mantenere intatto il suo potere sociale deve essere spezzato il suo potere politico; che i singoli borghesi possono continuare a sfruttare le altre classi e a godere tranquillamente della proprietà, della famiglia, della religione e dell'ordine soltanto a condizione che la loro classe venga condannata a essere uno zero politico al pari di tutte le altre classi; che per salvare la propria borsa essa deve perdere la propria corona, e la spada che la deve proteggere deve in pari tempi pendere come una spada di Damocle sulla propria testa.
Nel campo degli interessi generali della borghesia l'Assemblea nazionale si mostrò tanto improduttiva che, per esempio, le discussioni sulla ferrovia Parigi -Avignone, iniziatesi nell'inverno 1850, non potevano ancora essere concluse il 2 dicembre 1851. Dove non faceva opera di repressione e di reazione, era colpita da inguaribile sterilità.
A volte il ministero di Bonaparte prendeva l'iniziativa di leggi nel senso del partito dell'ordine, a volte esagerava ancora la durezza nell'applicarle e nell'eseguirle. Bonaparte cercava di conquistarsi una popolarità con proposte insulse e infantili, cercava di far risaltare la propria opposizione all'Assemblea nazionale e di accennare ad un potere segreto a cui solo le circostanze impedivano, momentaneamente, di largire al popolo francese i suoi tesori nascosti. Perciò egli proponeva di accordare ai sottufficiali un soprassoldo giornaliero di quattro soldi. Perciò proponeva l'istituzione di una banca di prestiti d'onore per gli operai. Ricevere denaro in regalo o in prestito: ecco la prospettiva con la quale egli sperava di adescare le masse. Regalare e prendere a prestito: a questo si limita la scienza finanziaria dei sottoproletariato, sia esso nobile o plebeo. A ciò si riducevano le molle che Bonaparte sapeva mettere in azione. Mai pretendente ha speculato in modo così volgare sulla volgarità delle masse.
L'Assemblea nazionale si indignò parecchie volte di questi tentativi manifesti di rendersi popolare alle sue spalle, vedendo crescere il pericolo che questo avventuriero pungolato dal debiti e non trattenuto da nessuna reputazione acquisita osasse un colpo disperato. Il disaccordo fra il partiti dell'ordine e il Presidente aveva preso un carattere minaccioso, quando un avvenimento inatteso spinse nuovamente quest'ultimo, pentito, nelle braccia del primo. Alludiamo alle elezioni supplementari del 10 marzo 1850. Queste elezioni ebbero luogo per occupare i posti vacanti di quei deputati che, dopo il 13 giugno, erano stati imprigionati e mandati in esilio.
Parigi elesse soltanto dei candidati socialdemocratici, e riunì persino la maggior parte dei voti sul nome di un insorto del giugno 1848, De Flotte. In questo modo la piccola borghesia di Parigi, alleata del proletariato, si vendicava per la sua sconfitta del 13 giugno 1849. Sembrava che nel momento del pericolo essa fosse scomparsa dal teatro della lotta per apparirvi in un momento più favorevole, con forze più considerevoli e con una parola d'ordine più audace. Una circostanza parve accrescere il pericolo di questa vittoria elettorale. L'esercitò votò a Parigi per gli insorti di giugno, contro La Hitte, un ministro di Bonaparte, e nei dipartimenti votò in maggioranza per i montagnardi, che anche qui, sebbene non in modo così decisi come a Parigi, ebbero il sopravvento sui loro avversari.
All'improvviso Bonaparte vide la rivoluzione levarsi di nuovo contro di lui. Come il 29 gennaio 1849, come il 13 giugno 1849, così il 10 marzo 1850 egli si eclissò dietro il partito dell'ordine. Si piegò, offrì umilmente le sue scuse, profferse di nominare qualsiasi ministero, secondo gli ordinasse la maggioranza parlamentare; giunse persino a implorare i capi di partito orleanisti e legittimisti, i Thiers, i Berryer, i Broglie, i Molé, in una parola i cosiddetti burgravi, a prendere in persona il timone dello Stato. Il partito dell'ordine non seppe sfruttare quest'occasione, che non si sarebbe mai più ripresentata. Invece di impadronirsi con audacia del potere che gli veniva offerto, non costrinse neppure Bonaparte a rimettere al potere il ministero licenziato il I° novembre. Si accontentò di umiliarlo col perdono, e di aggregare al ministero d'Hautpoul il signor Baroche. Questo Baroche aveva infierito in qualità di pubblico ministero davanti all'Alta Corte di giustizia di Bourges, una volta contro i rivoluzionari del 15 maggio, la seconda volta contro i democratici del 13 giugno, ambe le volte per attentato contro l'Assemblea nazionale. Nessuno dei ministri di Bonaparte contribuì in seguito più di lui a degradare l'Assemblea nazionale e, dopo il 2 dicembre 1851, lo troviamo ben installato e ben pagato al posto di vicepresidente del Senato. Aveva sputato nella zuppa dei rivoluzionari, affinché Bonaparte la mangiasse.
Il partito socialdemocratico, dal canto suo, sembrava non cercasse altro che pretesti per rimettere in questione la propria vittoria e spezzarne la punta. Vidal, uno dei nuovi deputati eletti a Parigi, era stato in pari tempo eletto a Strasburgo. Lo si indusse a rinunciare al seggio di Parigi e ad optare per Strasburgo. Dunque, invece di dare alla propria vittoria elettorale un carattere definitivo e così obbligare il partito dell'ordine a disputargliela immediatamente nel Parlamento; invece di costringere l'avversario alla lotta nel momento in cui il popolo era pieno di entusiasmo e lo stato d'animo dell'esercito era favorevole, il partito democratico stancò Parigi, durante i mesi di marzo e di aprile, con una agitazione elettorale; lasciò che le passioni popolari eccitate si consumassero in questo nuovo effimero episodio elettorale; lasciò che l'energia rivoluzionarla si appagasse di successi costituzionali, si perdesse in piccoli intrighi, in vuote azioni e in movimenti fittizi; lasciò che la borghesia raccogliesse le sue forze e prendesse le sue precauzioni; lasciò, infine, che l'importanza delle elezioni di marzo trovasse un commento sentimentale e che la indeboliva con l'elezione di Eugenio Sue alle elezioni complementari di aprile. In una parola, trasformò il 10 marzo in un pesce d'aprile.
La maggioranza parlamentare si rese conto della debolezza del suo avversario. Poiché Bonaparte le aveva lasciato la direzione e la responsabilità dell'attacco, i suoi diciassette burgravi elaborarono una nuova legge elettorale, e il signor Faucher, che aveva reclamato per sé questo onore, venne incaricato di presentarla. L'8 maggio egli presentò la legge che aboliva il suffragio universale, imponeva agli elettori l'obbligo di un domicilio di tre anni nel luogo dell'elezione, e infine faceva dipendere la prova di questo domicilio, per gli operai, dalla testimonianza dei loro datori di lavoro.
Quanto erano stati rivoluzionari i democratici nelle loro agitazioni e nelle loro smanie durante la lotta elettorale costituzionale, altrettanto furono costituzionali, ora che si trattava di dimostrare con le armi alla mano la serietà di quelle vittorie elettorali, nel predicare l'ordine, una calma maestosa (calme majestueux), un atteggiamento legale, cioè la cieca sottomissione al volere della controrivoluzione, che si imponeva come legge. Durante il dibattito, la Montagna confuse il partito dell'ordine, opponendo alla passione rivoluzionaria di quest'ultimo l'atteggiamento tranquillo del brav'uomo che si mantiene sul terreno legale, e schiacciando il partito dell'ordine con l'accusa terribile di procedere in modo rivoluzionario. Perfino i deputati allora eletti si sforzarono di dimostrare, con un contegno corretto e ragionevole, quanto fosse errato accusarli di essere anarchici e presentare la loro elezione come una vittoria della rivoluzione. Il 31 maggio la nuova legge elettorale venne approvata. La Montagna si accontentò di introdurre una protesta nella tasca dei presidente, di contrabbando. Alla legge elettorale tenne dietro una nuova legge sulla stampa che sopprimeva completamente i giornali rivoluzionari. Essi avevano meritato questa sorte. Dopo questi marea, il National e la Presse, due organi borghesi, rimasero come gli estremi avamposti della rivoluzione.
Abbiamo visto come durante i mesi di marzo e di aprile i capi democratici avessero fatto di tutto per impegnare il popolo di Parigi in una lotta illusoria; e come, dopo l'8 maggio, essi facessero di tutto per distoglierlo da una lotta reale. Inoltre non dobbiamo dimenticare che il 1850 fu uno degli anni più brillanti per quanto riguarda la prosperità dell'industria e del commercio, e che quindi il proletariato di Parigi era completamente occupato. Però la legge elettorale del 31 maggio 1850 lo escludeva da ogni partecipazione al potere politico. Lo escludeva dal terreno stesso della lotta, e rigettava gli operai nella situazione di parla che essi avevano avuto prima della rivoluzione di febbraio. Lasciandosi dirigere, di fronte a un tale avvenimento, dai democratici, dimenticando, per un benessere passeggero, l'interesse rivoluzionario della loro classe, gli operai rinunziavano all'onore di essere un potere conquistatore; si sottomettevano al loro destino; provavano che la disfatta del giugno 1848 li aveva resi incapaci per anni di combattere e che il processo storico doveva nuovamente incominciare a svolgersi al di sopra delle loro teste. Quanto alla democrazia piccolo-borghese, che il 13 giugno aveva gridato: "Ma se si toccherà il suffragio universale, allora...!" - essa si consolava ora dicendo che il colpo controrivoluzionario che l'aveva colpita non era un colpo e che la legge del 31 maggio non era una legge. La seconda [domenica] di maggio del 1852 ogni francese sarebbe andato alle urne tenendo in una mano la scheda elettorale e nell'altra la spada. Di questa profezia essa si accontentava. L'esercito, infine, veniva punito dal suoi superiori, come per le elezioni del 29 maggio 1849, così per quelle del marzo e dell'aprile 1850. Ma questa volta esso si disse in modo deciso: "La rivoluzione non ci ingannerà una terza volta".
La legge del 31 maggio 1850 fu il colpo di stato della borghesia Tutte le sue precedenti vittorie sulla rivoluzione avevano soltanto un carattere provvisorio. Esse sarebbero state poste in forse non appena l'attuale Assemblea nazionale fosse scomparsa dalla scena: dipendevano dal caso di nuove elezioni generali; e la storia delle elezioni, a partire dal 1848, aveva provato in modo inconfutabile che l'autorità morale della borghesia sulle masse popolari andava perduta nella stessa misura in cui il dominio di fatto della borghesia si sviluppava. Il 10 marzo il suffragio universale si era dichiarato direttamente avverso al dominio della borghesia. La borghesia rispose dando il bando al suffragio universale. La legge del 31 maggio era una delle necessità della lotta di classe. D'altro canto la Costituzione, affinché l'elezione del presidente fosse valevole, richiedeva un minimo di due milioni di voti. Se nessuno dei candidati alla Presidenza raggiungeva questo minimo, toccava all'Assemblea nazionale scegliere il presidente tra i tre candidati che avessero raccolto il maggior numero di suffragi. Quando la Costituente aveva fatto questa legge, dieci milioni di elettori erano iscritti nelle liste elettorali. Secondo lo spirito di questa legge era quindi sufficiente un quinto degli elettori per rendere valida l'elezione presidenziale. La legge del 31 maggio cancellava dalle liste elettorali per lo meno tre milioni di voti, riduceva il numero degli elettori a sette milioni e, ciò nondimeno, manteneva il minimo legale di due milioni per l'elezione del Presidente. Essa elevava dunque il minimo legale da un quinto a circa un terzo dei voti validi, cioè faceva di tutto, per far passare alla chetichella l'elezione del presidente dalle mani del popolo alle mani dell'Assemblea nazionale. In questo modo sembrava che il partito dell'ordine avesse, con la legge elettorale del 31 maggio, doppiamente rafforzato il proprio dominio, affidando alla parte stazionaria della società tanto l'elezione dell'Assemblea nazionale quanto quella del presidente della repubblica.
V
Superata la crisi rivoluzionaria e soppresso il suffragio universale, la lotta tornò subito a divampare tra l'Assemblea nazionale e Bonaparte.
La Costituzione aveva fissato lo stipendio di Bonaparte a 600.000 franchi. Sei mesi appena dopo la sua installazione egli era riuscito a far raddoppiare questa somma. Infatti, Odilon Barrot aveva strappato all'Assemblea nazionale costituente un supplemento annuo di 600.000 franchi per cosiddette spese di rappresentanza. Dopo il 13 giugno Bonaparte aveva fatto delle sollecitazioni dello stesso genere, questa volta senza trovare ascolto presso Barrot. Ora, dopo il 31 maggio, egli approfittò immediatamente del momento favorevole e fece proporre dai suoi ministri all'Assemblea nazionale una lista civile di tre milioni. Una lunga avventurosa vita di vagabondo lo aveva dotato di fiuto finissimo per accorgersi dei momenti di debolezza in cui poteva spillare denaro ai suoi borghesi. Era un vero e proprio chantage. L'Assemblea nazionale aveva, col suo concorso e con la sua complicità, disonorato la sovranità popolare. Egli minacciava di denunciare il delitto al tribunale dei popolo, qualora l'Assemblea non avesse aperto la borsa e comprato il suo silenzio con tre milioni all'anno. Essa aveva defraudato tre milioni di francesi del diritto di voto. Per ogni francese messo fuori corso egli esigeva un franco a corso legale, cioè esattamente tre milioni di franchi in tutto. Egli, l'eletto di sei milioni, chiedeva un risarcimento per i voti che gli erano stati posticipatamente borseggiati. La commissione della Assemblea nazionale oppose un rifiuto all'impudente. La stampa bonapartista minacciò. Poteva l'Assemblea nazionale rompere col presidente della repubblica proprio nel momento in cui aveva rotto in linea di principio e definitivamente con la massa della nazione? Essa respinse dunque la lista civile annua; ma concesse, una volta tanto, un supplemento di 2.160.000 franchi. In questo modo essa si rendeva colpevole di due debolezze: quella di concedere il denaro e quella di mostrare, col suo cattivo umore, che lo concedeva di malavoglia. Vedremo in seguito perché Bonaparte aveva bisogno del denaro. Dopo questo epilogo disgustoso che s