L’A.B.C. del Comunismo
Indice:
Introduzione:
Il nostro programma L'«A.B.C. del Comunismo» scritto sul finire del 1919 fu tra i
primi saggi che la III Internazionale raccomandò a tutti i Partiti comunisti
del mondo come efficace strumento di volgarizzazione del programma e
dell'impostazione tattica del comunismo, e come tale fu tradotto e pubblicato
nel 1921 dal Partito Comunista d'Italia (Biblioteca dell'Internazionale
Comunista) limitatamente alla prima parte, di natura teorica generale, e con
esclusione della seconda, che esponeva le realizzazioni pratiche contingenti del
regime bolscevico nell'immediato post-rivoluzione. Esso è di attualità oggi a riaffermazione semplice e pacata di
quei valori rivoluzionari, antigradualisti ed antidemocratici del comunismo che
sono stati alla base della costituzione della III Internazionale, e l'abbandono
dei quali da parte dello stalinismo ha costato agli autori la morte e a questo
loro vademecum del comunista l'ostracismo. Lo ripubblica ora «Prometeo», rivista del Partito Comunista
Internazionalista, perché ad ogni militante sia chiara la via che la
Rivoluzione di Ottobre additò come l'unica capace di condurre all'abbattimento
della società borghese ed alla costruzione della società comunista. Le «Edizioni Prometeo», Milano 1948 L'A.B.C. del comunismo Sviluppo e decadenza del capitalismo Prefazione È nostro proposito che l'«A.B.C. del comunismo» costituisca
il manuale elementare del sapere comunista. L'esperienza quotidiana dei
propagandisti ed agitatori ci ha dimostrato che un consimile «manuale» è
diventato urgente necessità. Ogni giorno vengono a noi nuove schiere, ma fanno
difetto gl'insegnanti e i libri d'insegnamento, perfino nelle scuole del
Partito. È chiaro che non ci si può più servire dell'antica
letteratura marxistica, ad esempio il «Programma di Erfurt»; ed è assai
difficile trovar risposta ai nuovi quesiti, essendo tutto ciò disseminato in
riviste, libri ed opuscoli. Ci proponiamo appunto di colmare queste lacune. Consideriamo il
nostro «A.B.C.» come un corso elementare da svolgersi nelle scuole del
Partito, ma ci sforziamo di scriverlo in modo tale che possa leggerlo da sé
ogni operaio e ogni contadino, che voglia conoscere il programma del nostro
Partito. Ogni compagno, che prende in mano questo libro, deve però
leggerlo sino alla fine per farsi un'idea chiara degli scopi e dei compiti del
comunismo. Il libro è scritto in modo da far corrispondere l'ordinamento della
materia al testo del Programma del Partito Comunista di Russia). Le considerazioni fondamentali sono stampate in caratteri
ordinari; le illustrazioni un po' ampie, gli esempi, i dati numerici ecc., in
caratteri più piccoli. Quest'ultima parte è destinata principalmente a quei
compagni lavoratori, che costumano studiare da sé e non hanno tempo né
opportunità di trovare sollecitamente il corredo di dati materiali. Per coloro i quali vogliono ampliare la propria cultura è data
alla fine di ciascun capitolo la letteratura più importante. Gli autori sanno bene, che questo libro presenterà molti
difetti. Esso fu scritto frammentariamente e «in punta di penna». In generale
i comunisti sono obbligati a scrivere in circostanze tutt'altro che normali e
sotto questo riguardo il presente libro è un esempio interessante: infatti poco
mancò che il manoscritto (e con esso gli autori) andassero alla malora
nell'esplosione al Comitato di Mosca... Tuttavia per quanti difetti possa avere
il libro, riteniamo necessario di farlo comparire al più presto possibile.
Vorremmo soltanto pregare i compagni di portare a nostra conoscenza le
esperienze pratiche che ne avran fatto. Tutta la parte teorica, cioè la prima parte, il principio della
seconda, e così pure i capitoli sul potere soviettista, sull'organizzazione
dell'industria e la tutela della sanità pubblica, sono opera di Bucharin; il
resto di Preobragenski. Si intende però che entrambi sono solidalmente
responsabili. La designazione di «A.B.C.» data al nostro libro deriva dallo
scopo propostoci. Se esso sarà di aiuto ai compagni principianti e ai
lavoratori propagandisti sapremo che il nostro lavoro non sarà stato inutile. Mosca, 15 ottobre 1919. N. Bucharin E. Preobragenski Introduzione: Che cosa è un programma? Ogni partito persegue determinati obiettivi, sia esso un partito
di latifondisti o capitalisti che di operai o contadini. Ogni partito deve avere
i suoi obiettivi, altrimenti esso perde il carattere di partito. Se è un
partito che rappresenta gli interessi dei latifondisti, esso perseguirà gli
obiettivi dei latifondisti: in quale modo si possa mantenere il possesso della
terra, tener soggetti i contadini, vendere il grano a prezzi più alti, ottenere
prezzi d'affitto superiori, e procurarsi operai agricoli a buon mercato. Un
partito di capitalisti, di industriali, avrà ugualmente i suoi propri
obiettivi: ottenere mano d'opera a buon mercato, tenere in freno gli operai
industriali, cercare nuove clientele alle quali si possa vendere le merci ad
alti prezzi, realizzare alti guadagni ad a tal fine aumentare le ore di lavoro,
e soprattutto creare una situazione che tolga agli operai ogni velleità di
aspirare ad un ordinamento sociale nuovo: gli operai debbono vivere nella
convinzione che padroni ve ne sono sempre stati e ve ne saranno anche
nell'avvenire. Questi gli obiettivi degli industriali. S'intende che gli operai
e contadini hanno obiettivi ben diversi, essendo ben diversi i loro interessi.
Un vecchio proverbio russo dice: «Ciò che è salutare per il russo, è mortale
per il tedesco». Sarebbe più appropriata la seguente variante: «Ciò che è
salutare per l'operaio, è mortale per il latifondista e per il capitalista».
Ciò significa che il lavoratore ha uno scopo, il capitalista un altro, il
latifondista un altro. Ma non tutti i proprietari si occupano con assiduità ed
accortezza dei loro interessi, e più di uno vive nell'ozio e nei bagordi non
curandosi nemmeno di ciò che gli presenta l'amministratore. Ma vi sono anche
molti operai e contadini che vivono in questa noncuranza ed apatia. Essi ti
dicono: «In un modo o nell'altro si camperà la vita, che m'importa il resto?
così hanno vissuto i nostri antenati e così vivremo anche noi». Questa gente
s'infischia di tutto e non comprende nemmeno i suoi propri interessi. Coloro
invece che pensano al modo migliore di far valere i propri interessi si
organizzano in un partito. Al partito non appartiene quindi l'intera classe, ma
soltanto la sua parte migliore, la parte più energica, ed essa guida tutto il
rimanente. Al partito dei lavoratori (Il partito dei comunisti bolscevichi)
aderiscono i migliori operai e contadini. Al partito dei latifondisti e
capitalisti («Cadetti», «Partito della libertà popolare» ) aderiscono i
più energici latifondisti e capitalisti ed i loro servitori: avvocati,
professori, ufficiali, generali, ecc. Ogni partito abbraccia quindi la parte
più cosciente di quella classe i cui interessi esso rappresenta. Perciò un
latifondista o capitalista organizzato in un partito combatterà i suoi
contadini od operai con maggiore efficacia di uno non organizzato. Nello stesso
modo un operaio organizzato lotterà contro il capitalista o latifondista con
maggiore successo di uno non organizzato; e ciò perché egli si è reso conscio
degli interessi e delle finalità della classe operaia, e conosce i metodi più
efficaci e più rapidi per conseguirli. L'insieme degli obiettivi, cui un partito aspira nella difesa
degli interessi della propria classe, forma il programma di questo partito. Nel
programma sono formulate le aspirazioni di una data classe. Il programma del
partito comunista contiene quindi le aspirazioni degli operai e dei contadini
poveri. Il programma è la cosa più importante per ogni partito. Dal programma
si può sempre giudicare di chi un dato partito rappresenti gli interessi. 2. Quale era il nostro vecchio programma? Il nostro attuale programma venne approvato dall'VIII Congresso
del Partito, verso la fine di marzo 1919. Fino ad allora non avevamo un programma ben definito e
formulato. Il vecchio programma, elaborato dal II Congresso del 1903, risaliva
all'epoca in cui bolscevichi e menscevichi formavano un partito unico ed avevano
quindi anche un programma comune. La classe operaia cominciava allora appena ad
organizzarsi. Le fabbriche e le officine erano ancora rare. Molti dubitavano
persino che la nostra classe operaia avesse un avvenire. I «Narodniki» (i
predecessori dell'attuale partito dei Socialrivoluzionari) sostenevano allora
che la classe operaia in Russia non avesse nessuna possibilità di sviluppo,
come pure che non aumenterebbe il numero delle nostre fabbriche ed officine. I
socialdemocratici marxisti (sia gli attuali bolscevichi che gli attuali
menscevichi) erano invece dell'opinione che in Russia, come in tutti gli altri
paesi, la classe operaia si sarebbe sempre più sviluppata e sarebbe divenuta
l'elemento rivoluzionario principale. La storia smentì l'opinione dei «Narodniki»
e diede ragione ai socialdemocratici. Ma all'epoca in cui i socialdemocratici nel loro II Congresso
elaborarono il loro programma (all'elaborazione parteciparono sia Lenin che
Plechanof), le forze della classe operaia erano ancora troppo esigue. Perciò
nessuno pensava allora seriamente alla possibilità di poter abbattere subito la
borghesia. Si pensava soltanto alla possibilità di abbattere lo zarismo, di
conquistare la libertà di organizzazione per gli operai e contadini e per tutti
gli altri, di realizzare la giornata di otto ore e di mozzare un po' le unghie
ai latifondisti. Ma nessuno pensava ancora di poter instaurare un duraturo
governo della classe operaia e di espropriare immediatamente le fabbriche e le
officine della borghesia. Tale era il nostro antico programma del 1903. 3. Perché si dovette formulare un nuovo programma? Da quell'epoca alla rivoluzione del 1917 sono trascorsi molti
anni, e le condizioni si sono notevolmente cambiate. La grande industria in
Russia ebbe in questo periodo un enorme sviluppo e con essa la classe operaia.
Già durante la rivoluzione del 1905 questa si manifestò come un elemento
potente. Ed al tempo della seconda rivoluzione si vide chiaramente che la
rivoluzione non poteva vincere senza la vittoria della classe operaia. Ma ora la
classe operaia non poteva più accontentarsi di quel poco che l'avrebbe
soddisfatta nel 1905. Essa era diventata così potente da poter pretendere la
espropriazione delle fabbriche, la conquista del potere e la soppressione della
classe capitalistica. E ciò perché le condizioni interne della Russia, dalla
formulazione del primo programma in poi, s'erano fondamentalmente mutate. Ma
anche le condizioni esterne, il che è ancora più importante, avevano subito un
profondo mutamento. Nel 1905 regnava in tutta Europa «pace e tranquillità».
Nel 1917 invece ad ogni persona intelligente era chiaro che dal grembo della
guerra mondiale doveva uscire la rivoluzione mondiale. Alla rivoluzione russa
del 1905 succedettero soltanto un debole movimento degli operai austriaci e
sconvolgimenti nei Paesi arretrati dell'Oriente: nella Persia, nella Turchia e
nella Cina. La rivoluzione russa del 1917 invece è stata seguita da
rivoluzioni, non soltanto in Oriente, ma anche in Occidente, dove la classe
operaia ha ingaggiato la lotta per l'abbattimento del capitale. Noi vediamo che
attualmente le condizioni interne ed esterne sono completamente differenti da
quelle dell'anno 1903, e sarebbe quindi assurdo che il partito della classe
operaia mantenesse nel 1917-1919 il vecchio programma del 1903. Quando i menscevichi ci rimproverano di aver rinnegato il nostro
vecchio programma e quindi anche la dottrina di Carlo Marx, noi rispondiamo
loro, che secondo la dottrina di Marx i programmi non escono dai cervelli, ma
scaturiscono dalla vita. Quando la vita si è profondamente trasformata, anche
il programma non può rimanere immutato. Le pellicce si portano d'inverno.
D'estate soltanto un pazzo porterebbe una pelliccia. Lo stesso vale per la
politica. È stato proprio Carlo Marx ad insegnarci di osservare le condizioni
storiche contingenti e di agire in corrispondenza. Da ciò non consegue che
dobbiamo cambiare le nostre convinzioni come una signora i suoi guanti.
L'obiettivo principale della classe operaia è la realizzazione dell'ordine
sociale comunista. Questo è l'obiettivo costante e immutabile della classe
operaia. Ma si intende che a seconda della distanza in cui essa si trova da
questa meta varieranno anche le sue rivendicazioni immediate. Durante il regime
autocratico la classe operaia doveva agire in segreto, visto che il suo partito
veniva perseguitato come un'associazione a delinquere. Ora la classe operaia è
al potere ed il suo partito è il partito governante. Soltanto una persona
irragionevole può quindi pretendere che il programma del 1903 sia ancora valido
ai nostri giorni. Il mutamento delle condizioni interne della vita politica
russa, nonché quello di tutta la situazione internazionale, hanno provocato la
necessità di un mutamento anche del nostro programma. 4. L’importanza del nostro programma Il nostro programma (di Mosca) è il primo programma di un
partito della classe operaia che si trovi già da parecchio tempo al potere. Per
questa ragione il nostro partito doveva accogliere in esso tutte le esperienze
acquistate dalla classe operaia nell'amministrazione e nella costruzione di un
nuovo assetto sociale. Ciò è importante non soltanto per noi, per gli operai e
per i contadini russi, ma anche per i compagni stranieri. Non soltanto noi
impariamo dai nostri successi ed insuccessi, dai nostri errori e dai nostri
equivoci, ma l'intero proletariato internazionale. Pertanto il nostro programma
non contiene soltanto ciò che il nostro partito intende realizzare, ma anche
ciò che esso ha già in parte realizzato. Il nostro programma deve essere noto
in tutti i suoi particolari ad ogni membro del partito. Poiché membro del
partito può essere soltanto colui che ha riconosciuto il programma, cioè che
lo ritiene giusto. Ma ciò non è possibile se non lo si conosce. Vi è
certamente molta gente, che senza avere mai visto un programma si insinua nel
partito comunista per ottenere qualche vantaggio o per occupare qualche
posticino. Di questa gente non abbiamo bisogno; essi non ci sono che nocivi.
Senza conoscere il nostro programma, nessuno può diventare un vero comunista.
Ogni operaio e contadino povero cosciente deve conoscere il nostro partito. Ogni
proletario straniero deve studiarlo per approfittare delle esperienze della
rivoluzione russa. 5. Il carattere scientifico del nostro programma Abbiamo già detto che un programma non deve essere il prodotto
artificioso di una mente, ma deve esser tratto dalla vita stessa. Prima di Marx
molti difensori della classe operaia avevano tracciato quadri incantevoli del
paradiso futuro, ma nessuno si era domandato se esso fosse raggiungibile e quale
via vi conducesse. Marx seguì un metodo ben diverso. Egli partì da un esame
accurato dell'ordinamento cattivo, ingiusto e barbaro che vige fino ad ora in
tutto il mondo. Marx esaminò l'ordinamento sociale capitalistico con
l'obiettività e precisione con cui si esamina un orologio od una macchina
qualunque. Supponiamo che esaminando un orologio abbiamo trovato che due ruote
non ingranano bene, e che ad ogni nuovo giro si incastrino sempre più l'una
nell'altra. In questo caso noi possiamo prevedere che le ruote si arresteranno e
che tutto l'orologio si fermerà. Marx non esaminò un orologio, ma il sistema
capitalistico, studiò la vita sociale come essa si presenta sotto la
dominazione del capitale. Da questo suo studio egli trasse la conclusione che il
capitale si scava la propria fossa, che questa macchina si spezzerà, e
precisamente per l'inevitabile sollevazione dei lavoratori, che trasformeranno
tutto il mondo secondo la loro volontà. Marx raccomandò a tutti i suoi allievi
di studiare in primo luogo la vita nelle sue manifestazioni reali. Soltanto
così si può elaborare un giusto programma. Perciò è naturale che il nostro
programma cominci con una esposizione del dominio del capitale. Ora il dominio del capitale in Russia è infranto. Le previsioni
di Carlo Marx si avverano davanti ai nostri occhi. La vecchia società sta
crollando. Le corone cadono dal capo agli imperatori ed ai re. Ovunque gli
operai s'avviano alla rivoluzione e all'instaurazione del potere dei Sovieti.
Per comprendere come tutto ciò sia avvenuto, bisogna conoscere esattamente come
era costituito l'ordinamento capitalistico. Noi vedremo allora che esso doveva
inevitabilmente crollare. Ma quando avremo riconosciuto che non si può
ritornare indietro, che la vittoria del proletariato è sicura, noi continueremo
con maggior lena e risolutezza la lotta per la nuova società del lavoro. Letteratura: Capitolo I: 6. L’economia mercantile Se noi consideriamo più da vicino l'economia come essa si è
sviluppata sotto la dominazione del capitalismo, vediamo innanzi tutto che vi si
producono merci. Che cosa c'è di straordinario in ciò?, potrebbe domandare
qualcuno. Ciò che vi è di notevole è il fatto che la merce non è un prodotto
qualsiasi, bensì un prodotto destinato per il mercato. Un prodotto non è una merce finché esso viene prodotto per il
proprio bisogno. Quando il contadino semina il grano, lo miete, lo trebbia, lo
macina e ne cuoce il pane per sé e la sua famiglia, questo pane non è ancora
una merce, ma semplicemente pane. Esso diventa una merce quando lo si vende e si compera, vale a
dire, quando lo si produce per il mercato. Nel regime capitalista tutti i prodotti sono destinati per il
mercato, essi diventano tutti quanti merci. Ogni fabbrica, ogni azienda ed ogni
officina produce generalmente un solo dato prodotto, ed ognuno comprenderà che
questa merce non può essere destinata al proprio bisogno. Il proprietario di
un'impresa di pompe funebri, che esercisce un'officina per la fabbricazione di
casse mortuarie, non produce certamente queste casse per sé ed i suoi
famigliari, ma per il mercato. Il fabbricante di olio di ricino, anche se
soffrisse ogni giorno di disturbi gastrici, non consumerebbe che una minima
parte dell'olio da lui prodotto. La stessa cosa avviene nella società
capitalistica per tutti gli altri prodotti. I milioni di prodotti che vengono prodotti in una fabbrica di
questa specialità non sono destinati al panciotto del proprietario della
fabbrica, ma al mercato. Tutto ciò che viene prodotto nella società
capitalistica è destinato al mercato, dove confluiscono guanti e salcicce,
libri e lucido da scarpe, macchine e liquori, pane, stivali, fucili, insomma
tutto ciò che viene prodotto. Il presupposto dell'economia mercantile è necessariamente la
proprietà privata. L'artigiano e l'esercente, che produce delle merci, possiede il
suo laboratorio ed i suoi utensili; l'industriale ed il proprietario d'officina
la sua fabbrica e la sua officina con tutti gli stabili, le macchine ed altri
beni. E la proprietà privata e l'economia mercantile sono sempre accompagnate
dalla lotta per il compratore, dalla concorrenza fra i venditori. Quando non
esistevano ancora industriali, proprietari di officine e grandi capitalisti, ma
soltanto artigiani lavoratori, anche questi erano in lotta fra di loro per il
compratore. E quell'artigiano che era più forte e più abile, che possedeva
migliori attrezzi, e soprattutto si era messo da parte qualche piccolo capitale,
faceva strada, conquistava la clientela, rovinava gli altri artigiani, e si
faceva una fortuna. La piccola proprietà produttrice e l'economia mercantile
basata su di essa, contenevano in sé il germe della grande proprietà, ed erano
causa della rovina di molti. La prima caratteristica dell'ordinamento sociale capitalistico
è quindi l'economia mercantile, vale a dire una economia che produce per il
mercato. 7. La monopolizzazione dei mezzi di produzione per opera della
classe capitalistica Per caratterizzare il capitalismo non basta indicare la sola
caratteristica dell'economia mercantile. Vi può essere un'economia mercantile
senza capitalisti, come, ad esempio, nell'artigianato. L'artigianato lavora per
il mercato e vende i suoi prodotti; i suoi prodotti sono quindi merci e l'intera
sua produzione è una produzione di merci. Ma ciò nonostante questa economia
mercantile non è ancora una produzione capitalistica, ma una semplice
produzione di merci. Perché questa semplice produzione di merci si trasformi in
produzione capitalistica è necessario che, da una parte, i mezzi di produzione
(attrezzi, macchine, fabbricati, terreni, ecc.) diventino proprietà di una
piccola classe di ricchi capitalisti, e dall'altra, che numerosi artigiani e
contadini indipendenti diventino operai. Noi abbiamo già visto che la semplice economia mercantile
recava in sé il germe della rovina degli uni e dell'arricchimento degli altri.
Ciò è divenuto realtà. In tutti i paesi gli artigiani lavoranti ed i piccoli
maestri d'arte sono andati per la maggior parte in rovina. Il più povero, dopo
aver venduto in ultimo anche i suoi ordegni, da maestro d'arte ch'era diventò
un uomo che non possiede altro che le proprie braccia. Coloro invece che erano
un po' più ricchi divennero ancora più ricchi; essi ingrandirono le proprie
officine, acquistarono migliori attrezzi e più tardi anche macchine,
cominciarono ad occupare molti operai, e si trasformarono così in fabbricanti. Tutto ciò che è necessario per la produzione, le fabbriche, le
materie prime, i depositi, le case, le miniere, le ferrovie, i piroscafi, passò
gradatamente nelle mani di questi ricchi. Tutti questi mezzi di produzione
divennero proprietà esclusiva della classe capitalistica (o come si suol dire
«monopolio» della classe capitalista). Un piccolo numero di ricchi domina
tutto; la maggioranza dei poveri non possiede altro che la propria forza di
lavoro. Questo monopolio della classe capitalista sui mezzi di produzione è la
seconda caratteristica dell'ordinamento sociale capitalista. 8. Il lavoro salariato La numerosa classe di uomini che sono rimasti senza alcuna
proprietà si è trasformata in classe di lavoratori salariati del capitale.
Infine che cosa altro restava da fare al contadino o all'artigianato impoverito?
Egli poteva o entrare al servizio del grande proprietario terriero, oppure
andare in città e diventare operaio salariato in una fabbrica od in una
officina. Non gli restava altra scelta. Così si sviluppò il lavoro salariato,
la terza caratteristica dell'ordinamento capitalista. Che cosa è veramente il lavoro salariato? In altri tempi,
quando esisteva ancora la schiavitù, si poteva comperare o vendere ogni
schiavo. Uomini di carne ed ossa erano proprietà privata del padrone. Il
padrone bastonava a morte lo schiavo, come nell'ubriachezza rompeva una sedia od
una poltrona. Lo schiavo o servo della gleba era semplicemente un oggetto. Gli
antichi romani dividevano infatti ogni proprietà padronale necessaria alla
produzione in «mezzi di lavoro muti» (oggetti), «mezzi di lavoro
semi-parlanti» (bestiame da lavoro, pecore, vacche, buoi, ecc.) e «mezzi di
lavoro parlanti» (schiavi, uomini). Lo schiavo era un mezzo di lavoro alla
stessa stregua della vanga e del bue, che il padrone poteva comperare, vendere o
distruggere. Nel lavoro salariato l'uomo di per sé non viene comperato né
venduto. Si compera e si vende non lui, ma soltanto la sua forza-lavoro, la sua
capacità di lavoro. L'operaio salariato è personale libero; l'industriale non
può né bastonarlo, né venderlo o barattarlo col suo vicino contro un giovane
cane da caccia, come era possibile ai tempi del servaggio. L'operaio viene
soltanto assoldato. A prima vista sembra addirittura che il capitalista e
l'operaio siano ugualmente liberi: «se non vuoi lavorare, puoi farne a meno;
nessuno ti costringe a lavorare»: così dicono i signori capitalisti. Essi
pretendono perfino di essere loro a nutrire l'operaio, dandogli da lavorare. In realtà però operai e capitalisti non si trovano nella
stessa situazione. Gli operai sono tenuti alla catena mediante la fame. La fame
li costringe ad assoldarsi, vale a dire, a vendere la loro forza-lavoro.
L'operaio non ha nessun'altra via d'uscita, non gli rimane nessun'altra scelta.
Con le sole mani non si può produrre nulla! mettetevi senza macchine e senza
ordegni a fucinare l'acciaio, a fabbricare tessuti o a costruire vagoni! Essendo
poi tutta la terra di proprietà privata, è impossibile fermarsi in un luogo
qualsiasi per impiantarvi un'azienda agricola. La libertà per l'operaio di
vendere la sua forza produttiva, la libertà per il capitalista di comperarla,
la uguaglianza del capitalista e dell'operaio, tutto ciò non è altro che una
catena di fame che costringe l'operaio a lavorare per il capitalista. L'essenza del lavoro salariato consiste dunque nella vendita
della mano d'opera, ossia nella trasformazione della forza-lavoro in merce.
Nell'economia mercantile primitiva, di cui parlammo sopra, si poteva trovare sul
mercato latte, pane, stoffe, scarpe, ecc., ma non mano d'opera. La mano d'opera
non era in vendita. Il suo proprietario, l'artigiano, possedeva, oltre ad essa,
anche una cassetta ed i suoi attrezzi. Egli lavorava personalmente, conduceva la
sua economia produttiva, impiegava la propria forza lavoro nella propria
azienda. Nel regime capitalista le cose sono ben differenti. Colui che
lavora non possiede mezzi di produzione; egli non può impiegare la propria
forza-lavoro nella propria azienda. Per non morire di fame egli deve vendere la
sua forza-lavoro al capitalista. Accanto al mercato sul quale si vendono cotone,
formaggio o macchine, si costituisce il mercato della mano d'opera, sul quale i
proletari, cioè gli operai salariati, vendono la loro forza-lavoro. L'economia
capitalista si distingue quindi dall'economia mercantile primitiva per il fatto,
che nell'economia capitalista anche la forza-lavoro diventa una merce. La terza caratteristica dell'ordinamento sociale capitalistico
è quindi il lavoro salariato. 9. I rapporti capitalistici di produzione L'essenza dell'ordinamento sociale capitalista è quindi data
dalle tre seguenti caratteristiche: la produzione per il mercato (produzione di
merci); la monopolizzazione dei mezzi di produzione per opera della classe
capitalista; il lavoro salariato, vale a dire, il lavoro basato sulla vendita
della mano d'opera. Tutte queste caratteristiche si connettono con la questione di
determinare in quali reciproci rapporti entrino gli uomini attraverso la
produzione e la distribuzione dei prodotti. Che cosa significano le definizioni:
«economia mercantile» o «produzione per il mercato»? Significano che gli
uomini producono l'uno per l'altro, ma ognuno nella propria economia produce per
il mercato senza sapere prima a chi egli venderà la propria merce. Prendiamo ad
esempio l'artigiano A ed il contadino B. L'artigiano A porta gli stivali da lui
prodotti sul mercato, e col denaro che ne ricava compera del pane da B. Lo A,
andando al mercato, non sapeva di trovare colà B ed il B non sapeva di
incontrarsi coll'A; sia l'uno che l'altro andavano semplicemente al mercato.
Quando lo A ebbe comprato il pane dal B ed il B gli stivali dall'A, fu come se
il B avesse lavorato per lo A e viceversa lo A per il B; soltanto che la cosa
non era così riconoscibile a prima vista. Il movimento del mercato nasconde il
fatto che essi lavorano realmente l'uno per l'altro, come se l'uno non potesse
vivere senza l'altro. Nell'economia mercantile gli uomini lavorano l'uno per
l'altro, ma in modo inorganico ed indipendente, senza accorgersi che in realtà
l'uno dipende dall'altro. Nella produzione mercantile le funzioni degli uomini
sono quindi distribuite in un dato modo, gli uomini stanno in determinati
rapporti l'uno verso l'altro; qui si tratta dunque di reciproci rapporti tra
uomini. Quando si parla di «monopolizzazione dei mezzi di produzione»
o di «lavoro salariato», si tratta ugualmente di reciproci rapporti tra
uomini. Ed infatti che cosa significa questa «monopolizzazione»?. Essa
significa che gli uomini possono produrre merci, a condizione che i produttori
lavorino con mezzi di produzione appartenenti ad altri, che i produttori siano
sottomessi ai proprietari di questi mezzi di produzione, ecc. insomma, anche qui
si tratta di rapporti reciproci tra gli uomini nel corso della produzione.
Questi reciproci rapporti tra gli uomini nel corso della produzione si chiamano
rapporti di produzione. Non è difficile riconoscere che i rapporti di produzione non
furono sempre uguali. In tempi remoti gli uomini vivevano in piccole comunità;
tutti lavoravano insieme da camerati (andavano a caccia, pescavano,
raccoglievano frutta e radici) e ripartivano poi tutto fra di loro. Questa è
una forma dei rapporti di produzione. Ai tempi della schiavitù vigevano altri
rapporti di produzione. Nel regime capitalistico di nuovo altri, ecc. Vi sono
dunque diversi generi di rapporti di produzione. Questi generi dei rapporti di
produzione formano ciò che si chiama comunemente la struttura economica della
società od il sistema di produzione. «I rapporti della produzione
capitalistica» o, ciò che è lo stesso, «la struttura capitalistica della
società» od «il sistema di produzione capitalistico», non sono altro che i
rapporti tra gli uomini nell'economia mercantile, nel possesso monopolistico dei
mezzi di produzione da parte di un piccolo numero di capitalisti e nel lavoro
salariato della classe operaia. 10. Lo sfruttamento della mano d’opera Qui sorge il quesito: per quale motivo la classe capitalistica
assume degli operai? Ognuno sa che ciò non avviene perché gli industriali
vogliano dare da mangiare agli operai affamati, ma per spremere da essi qualche
profitto. Per il profitto l'industriale fa costruire la sua fabbrica, per il
profitto egli assume i suoi operai, per il profitto egli va in cerca di una
buona clientela. Il profitto è la molla di tutte le sue azioni. In ciò si
manifesta un tratto caratteristico della società capitalistica. In essa non è
già la società quella che produce ciò che le occorre e le è utile, bensì è
la classe capitalista quella che costringe gli operai a produrre ciò che viene
meglio pagato, ciò che apporta un maggior profitto. La grappa, ad esempio, è
un liquore nocivo e l'alcool dovrebbe essere prodotto soltanto per scopi tecnici
o medicinali. Ma noi vediamo invece che i capitalisti di tutto il mondo
coltivano questa produzione, per la semplice ragione che dall'alcolismo del
popolo si può trarre un enorme profitto. Ora dobbiamo renderci chiaro come si formi il profitto, e a tale
scopo vogliamo considerare la questione più da vicino. Il capitalista riceve il
profitto in forma di denaro, realizzato con la vendita della merce prodotta
nella sua fabbrica. Quanto denaro riceve egli per la sua merce? Ciò dipende dal
prezzo della merce. Ora sorge il quesito: come si determina questo prezzo?
Perché il prezzo di una merce è alto, quello di un'altra basso? Non è
difficile riconoscere che, quando in una qualunque industria vengono introdotte
nuove macchine e quindi il lavoro vien reso più produttivo, i prezzi della
merce scendono. Viceversa se la produzione viene ostacolata ed il lavoro reso
meno produttivo, vale a dire se si producono meno merci, il loro prezzo aumenta
. Se la società deve impiegare molto lavoro per produrre una data
merce, il prezzo di tale merce sarà alto: se vi è stato impiegato poco lavoro,
il prezzo sarà basso. La somma del lavoro sociale impiegato nella produzione di
una data merce, dato un livello tecnico medio (cioè, né con le peggiori, né
con le migliori macchine e attrezzi), determina il prezzo di questa merce. Ora
vediamo che il prezzo è determinato dal valore. Nella pratica il prezzo è ora
superiore, ora inferiore al valore, ma per maggiore chiarezza vogliamo ammettere
che esso sia uguale. Parlavamo prima dell'assunzione degli operai. La assunzione
degli operai non è altro che la compera di una merce speciale chiamata «mano
d'opera». La mano d'opera divenuta merce assume tutti i caratteri di qualunque
altra merce. Un proverbio russo dice: «Se ti chiami fungo devi andar a finire
nella cesta». Quando il capitalista assume l'operaio, gli paga il prezzo per la
sua forza lavoro (o più semplicemente il suo valore). Come viene determinato
questo valore? Abbiamo visto che il valore di tutte le merci viene determinato
dalla somma del lavoro che è stato impiegato nella sua produzione. Lo stesso
vale per la forza-lavoro. Ma che cosa s'intende sotto l'espressione: produzione
della forza produttiva? La forza- lavoro non viene prodotta in una fabbrica come
la tela, il lucido da scarpe o qualche macchina. Come bisogna intendere la cosa?
Basta considerare la vita attuale nel regime capitalista per capire di che si
tratti. Ammettiamo che gli operai abbiano in questo momento cessato di lavorare.
Essi sono esausti dalla dura fatica, spremute sono le loro energie. La loro
forza-lavoro è quasi consumata. Che cosa è necessario per rigenerarla?
Mangiare, riposarsi, dormire, rinvigorire l'organismo per restaurare in questo
modo le forze. Solo con ciò essi riacquistano la facoltà di lavorare, e la
loro capacità produttiva, la loro forza-lavoro è restaurata. Il nutrimento, il
vestiario, l'alloggio, insomma, il soddisfacimento dei bisogni dell'operaio
rappresenta la produzione della forza-lavoro. Vi si aggiungano ancora altre
cose, come le spese di un eventuale tirocinio se si tratta di operai
qualificati, ecc. Tutto ciò che la classe operaia consuma per rinnovare la sua
forza-lavoro ha un valore. Il valore degli articoli di consumo e le spese per il
tirocinio determinano quindi il valore della forza-lavoro. Differenti merci
hanno anche un differente valore. Così anche ogni genere di forza-lavoro ha un
differente valore: la forza-lavoro di un tipografo ha un valore differente da
quella di un manovale, ecc. Ora ritorniamo alla fabbrica. Il capitalista acquista materie
prime e combustibile, macchine e lubrificanti, ed altre cose indispensabili;
infine egli acquista la forza-lavoro, egli «assume operai». Egli paga tutto in
contanti. La produzione comincia il suo corso: gli operai lavorano, le macchine
corrono, il combustibile arde, il lubrificante si consuma, l'edificio si logora,
la forza-lavoro si esaurisce. Ma in compenso una nuova merce esce dalla
fabbrica. Questa merce ha come tutte le altre un valore. Quale è il suo valore?
In primo luogo essa contiene il valore dei mezzi di produzione consumati: le
materie prime, i combustibili, il logoramento delle macchine, ecc. In secondo
luogo vi è contenuto il lavoro degli operai. Se per la produzione di questa
merce 30 operai impiegarono 30 ore di lavoro essi vi impiegarono
complessivamente 900 ore lavorative. Il valore totale della merce prodotta sarà
quindi dato dal valore delle materie consumate (ammettiamo che questo valore
corrisponda a 600 ore lavorative) e dal nuovo valore aggiuntovi dal lavoro degli
operai (900 ore), e sarà quindi rappresentato da 600 più 900 ore uguale a 1500
ore. Ma quanto viene a costare al capitalista questa merce? Per le
materie prime l'intero importo corrispondente a 600 ore lavorative. E per la
mano d'opera? Ha egli pagato le intere 900 ore? Qui sta appunto la questione.
Egli paga secondo il nostro calcolo l'intero valore della forza-lavoro per i
giorni di lavoro. Se 30 operai lavorano per 30 ore, 3 giorni a 10 ore, il
fabbricante paga la somma necessaria per il restauro della forza-lavoro
consumata in questi giorni. Quale è l'ammontare di questa somma? La risposta è
semplice: essa è di gran lunga inferiore al valore di 900 ore. Perché? Perché
la somma di lavoro necessaria per il mantenimento della mia forza-lavoro è
inferiore alla somma di lavoro che io posso fornire in una giornata. Io sono
capace di lavorare 10 ore al giorno, mentre il nutrimento che io consumo, il
vestiario che io logoro in un giorno, corrisponderanno forse ad un valore di 5
ore. Io sono quindi capace di lavorare molto più di quanto sia necessario per
il mantenimento della mia forza-lavoro. Ammettiamo nel nostro caso che gli
operai consumino in tre giorni viveri e vestiario per un valore di 450 ore,
mentre essi prestano un lavoro del valore di 900 ore; 450 ore restano al
capitalista e formano la fonte del suo profitto. Come abbiamo visto, la merce
costa, al capitalista, 1050 ore (600 più 450), mentre egli la vende per il
valore di 1500 ore (600 più 900); le 450 ore che vanno a profitto del
fabbricante sono il plusvalore creato dalla forza produttiva. Metà del tempo
gli operai lavorano per ricostituire ciò che essi personalmente consumano, e
l'altra metà interamente per il capitalista. Ora consideriamo tutta la
società. A noi non interessa ciò che fa il singolo industriale o il singolo
operaio. Noi vogliamo sapere come è congegnata questa enorme macchina chiamata
società capitalista. La classe capitalistica da lavoro alla numerosissima
classe operaia. In milioni di fabbriche, di miniere, di boschi e di campi
lavorano come le formiche centinaia di milioni di operai. Il capitale paga loro
il salario, il valore della forza-lavoro, col quale essi rinnovano continuamente
questa forza produttiva a profitto del capitale. La classe operaia col suo
lavoro non soltanto paga se stessa, ma crea anche gli introiti delle classi
dominanti, crea il plusvalore. Per mille vie questo plusvalore confluisce nelle
tasche della classe dominante: una parte la riceve il capitalista stesso, e ne
costituisce il profitto; una parte la riceve il latifondista, il proprietario
terriero; una parte va a finire, sotto forma di imposte, nelle mani dello Stato
capitalista; una parte va nelle tasche dei commercianti, dei mediatori, delle
chiese e dei postriboli, dei commedianti e dei pennaiuoli borghesi, ecc., ecc.
Di questo plusvalore vivono tutti i parassiti che la società capitalista nutre
nel suo seno. Una parte del plusvalore viene però di nuovo investita dai
capitalisti. Essi aumentano in questo modo il loro capitale, ingrandiscono le
loro aziende, assumono nuovi operai, acquistano macchine più moderne. Un
maggior numero di operai produce per essi un maggior plusvalore. Le aziende
capitalistiche diventano sempre più grandi. Così il capitale progredisce
accumulando plusvalore. Il capitale aumenta spremendo dalla classe operaia il
plusvalore, sfruttandola. 11. Il capitale Ora vediamo chiaramente che cosa sia il capitale. Esso è
innanzi tutto un dato valore, sia sotto forma di denaro, macchine, materie
prime, fabbricati, sia sotto forma di merce finita. Ma è un valore che serve a
produrre un nuovo valore, il plusvalore. La produzione capitalistica è la
produzione del plusvalore. Nella società capitalistica le macchine e i fabbricati appaiono
come capitale. Ma macchine e fabbricati sono essi sempre capitale? Certo che no.
Se l'intiera società costituisse una economia di compagni producenti tutto per
sé stessi, né le macchine né i fabbricati sarebbero capitale, perché essi
non costituirebbero i mezzi per creare profitto a favore di pochi ricchi. Le
macchine diventano capitale solo quando esse sono proprietà privata della
classe capitalista, quando servono allo sfruttamento del lavoro salariato e alla
produzione del plusvalore. La forma del valore è in questo caso differente:
esso può consistere in dischi metallici, monete, oppure in biglietti di banca,
coi quali il capitalista compera la forza-lavoro ed i mezzi di produzione;
questo valore può essere anche rappresentato da macchine con le quali gli
operai lavorano, o da materie prime con le quali essi producono le merci, o da
merce finita destinata alla vendita. Quando questo valore serve per la
produzione del plusvalore esso diventa capitale. Il capitale cambia di solito il suo rivestimento esteriore. Ora
vediamo come avviene tale trasformazione: a) il capitalista non ha ancora acquistato né la mano d'opera
né i mezzi di produzione. Egli bensì desidera assumere operai, acquistare il
macchinario, le materie prime, i combustibili, ecc.; ma per ora non possiede che
danaro. In questo caso il capitale si presenta nella sua forma monetaria; b) con questo danaro egli va sul mercato (s'intende non
personalmente; vi è il telefono e il telegrafo).Qui avviene l'acquisto dei
mezzi di produzione e della mano d'opera. Il capitalista ritorna nella sua
fabbrica senza denaro, ma con operai, macchine, materie prime e combustibile.
Adesso tutte queste cose non sono più merci; esse non vengono più vendute. Il
denaro si trasforma in mezzi di produzione, in mano d'opera. Il capitale si è
spogliato della sua forma monetaria ed appare in quella di capitale industriale. Poi comincia il lavoro. Le macchine sono in azione, le ruote
girano, le leve si muovono, gli operai e le operaie si affaticano, le macchine
si logorano, le materie prime si consumano, la forza produttiva si esaurisce; c) le materie prime e il macchinario logorati, la forza
produttiva consumata si trasformano ora a poco a poco in merce. A questo punto
il capitale si sveste della sua forma di impianto industriale ed appare come un
cumulo di merci. Ecco il capitale nella sua forma di merce. Ma esso non ha
cambiato soltanto la forma. Esso è pure aumentato di valore, poiché il
processo di produzione vi ha aggiunto il plusvalore; d) ma il capitalista non fa produrre la merce per il proprio
uso, bensì per il mercato, per la vendita. Ciò che è stato accumulato nei
suoi magazzini deve vendersi. Dapprincipio il capitalista andò sul mercato come
compratore; ora, vi ritorna come venditore. Prima egli aveva in mano denari e
voleva merci (mezzi di produzione). Ora egli dispone di merci e desidera denaro.
Quando la sua merce viene venduta il capitale passa di nuovo dalla forma di
merce nella forma di denaro. Sennonchè la forma di denaro che il capitalista
riceve non è più quella originariamente spesa, poiché essa è aumentata
dell'importo dell'intero plusvalore. Ma con ciò il movimento del capitale non è ancora terminato.
Il capitale aumentato viene di nuovo messo in circolazione e produce un maggior
plusvalore. Questo plusvalore viene in parte aggiunto al capitale e comincia un
nuovo ciclo. Il capitale procede come una palla di neve ed ad ogni giro vi resta
attaccata una maggiore quantità di plusvalore. In altre parole, la produzione
capitalistica si sviluppa e si espande. In questo modo il capitale spreme alla classe operaia il
plusvalore e si espande dappertutto. Il suo rapido sviluppo si spiega colle sue
particolari qualità. Lo sfruttamento di una classe da parte di un'altra si
conosceva anche in altri tempi. Prendiamo p. es. un feudatario ai tempi del
servaggio od un proprietario di schiavi nei tempi antichi. Essi opprimevano i
loro servi e schiavi. Tutto ciò che questi producevano veniva consumato dai
loro padroni stessi o dal loro seguito, e dai loro numerosi parassiti. La
produzione di merci era ancora poco sviluppata. Non si poteva vendere in nessun
luogo. Se i latifondisti avessero costretto i loro servi e schiavi a produrre
monti di pane, di carne, di pesci ecc., tutto ciò sarebbe putrefatto. La
produzione si limitava allora al soddisfacimento dei bisogni fisici del
proprietario e della sua brigata. Sotto il capitalismo la cosa è del tutto
differente. Qui non si produce più per il soddisfacimento dei bisogni, ma per
il profitto. Qui si produce la merce per venderla, per ricavarne un guadagno,
per poter accumulare profitto. Quanto maggiore il profitto, tanto meglio. Con
ciò si spiega la pazzesca caccia al profitto della classe capitalistica. Questa
ingordigia non conosce limiti. Essa è il perno, la molla principale della
produzione capitalista. 12. Lo stato capitalista La società capitalistica è, come abbiamo visto, basata sullo
sfruttamento della classe operaia. Una piccola minoranza di uomini domina tutto;
la maggioranza degli operai non possiede nulla. I capitalisti comandano; gli
operai vengono sfruttati. Tutta la natura della società capitalistica consiste
in questo implacabile, sempre crescente sfruttamento. La produzione è una efficace pompa che serve ad attingere il
plusvalore. Come questa pompa si mantiene fino ad un certo tempo in efficienza?
Perché tollerano gli operai questo stato di cose? A questa domanda non è tanto facile dare senz'altro una
risposta. Ma in generale vi sono due ragioni: in primo luogo, che
l'organizzazione ed il potere si trovano nelle mani della classe capitalistica;
in secondo luogo, che la borghesia signoreggia spesso la mente della classe
operaia. Il mezzo più sicuro di cui si serve a questo scopo la borghesia
è l'organizzazione statale. In tutti i paesi capitalistici lo Stato non è
altro che una associazione degli imprenditori. Prendiamo qualunque paese,
l'Inghilterra o gli Stati Uniti, la Francia o il Giappone. I ministri, gli alti
funzionari, i deputati sono dappertutto gli stessi capitalisti, latifondisti,
imprenditori e banchieri od i loro fedeli e ben rimunerati servitori: avvocati,
direttori di banca, professori, generali, arcivescovi e vescovi. Il complesso di tutti questi dipendenti della borghesia, che
abbraccia tutto il paese e lo domina, si chiama Stato. Questa organizzazione
della borghesia ha due scopi: in primo luogo, e ciò è la cosa principale,
quello di reprimere tutti i movimenti e le insurrezioni degli operai, di
assicurare l'indisturbato sfruttamento della classe operaia ed il rafforzamento
del sistema di produzione capitalistico, ed in secondo luogo quello di
combattere altre simili organizzazioni (cioè altri Stati borghesi) per la
ripartizione del plusvalore spremuto dalla classe operaia. Lo Stato
capitalistico è quindi un'associazione di imprenditori, che garantisce lo
sfruttamento. Solo gli interessi del capitale guidano l'attività di questa
associazione brigantesca. Contro questa concezione dello Stato borghese può essere
elevata la seguente obiezione. Voi affermate che lo Stato si basa interamente sugli interessi
del capitale. Ma guardate; in tutti i paesi capitalistici esistono leggi sulle
fabbriche che proibiscono o limitano il lavoro dei fanciulli e riducono l'orario
di lavoro in confronto di prima. In Germania, per es., esisteva già ai tempi di
Guglielmo II un'assicurazione operaia statale relativamente buona; in
Inghilterra è stata introdotta una assicurazione operaia dal solerte ministro
borghese Lloyd George; in tutti gli Stati borghesi vengono aperti ospedali e
case di salute per gli operai, si costruiscono ferrovie sulle quali possono
viaggiare tutti, ricchi e poveri, acquedotti, canalizzazioni, ecc.: cose che
godono tutti. Dunque, ci si obbietta, anche nei paesi dove domina il capitale,
lo Stato agisce non soltanto nell'interesse del capitale ma anche in quello
degli operai. Lo Stato punisce talvolta perfino gl'industriali che
trasgrediscono le leggi di fabbrica. Tali argomenti sono falsi. E precisamente per le seguenti
ragioni: è vero che il potere borghese emana talvolta leggi e disposizioni che
sono utili anche per la classe operaia. Ma tutto ciò avviene nell'interesse
della borghesia stessa. Prendiamo l'esempio delle ferrovie. Esse vengono usate
anche dagli operai, sono utili anche ad essi. Ma esse non vennero costruite per
gli operai. I commercianti, gl'industriali ne hanno bisogno per il trasporto
delle loro merci, per il movimento delle truppe, per il trasporto degli operai,
ecc. Il capitale ha bisogno di ferrovie e le costruisce per i propri interessi.
Lo Stato capitalista non costruisce le ferrovie perché esse sono utili anche
agli operai. Osserviamo ora da vicino la così detta «sanità pubblica», la
pulizia delle strade, gli ospedali. In questo campo la borghesia pensa anche ai
quartieri operai. È vero che in confronto ai quartieri borghesi del centro, i
sobborghi dove abitano gli operai sono sporchi e malsani; ma qualche cosa la
borghesia fa ad ogni modo. Perché? Semplicemente perché in caso diverso le
malattie si propagherebbero per tutta la città ed anche la borghesia ne
soffrirebbe. Anche qui lo Stato e gli organismi locali fanno gl'interessi della
borghesia stessa. Ancora un altro esempio. In Francia gli operai negli ultimi
decenni impararono dalla borghesia a limitare artificialmente la procreazione:
non nascono più figli od al massimo due per ogni famiglia. La miseria tra gli
operai è così grande che ad essi riesce quasi impossibile mantenere una
numerosa famiglia. Il risultato è che la popolazione della Francia quasi non
aumenta. Alla borghesia francese vengono quindi a mancare i soldati. Essa grida
perciò: «La nazione va alla rovina. I Tedeschi si propagano più presto di
noi! Essi avranno più soldati!». A ciò va aggiunto che le reclute erano di
anno in anno sempre più meschine: piccole di statura, strette di torace, deboli
di fisico. La borghesia divenne perciò ad un tratto «generosa»; essa
cominciò spontaneamente ad introdurre miglioramenti per la classe operaia,
affinché gli operai si rimettessero un po' e producessero più figli. Poiché
quando si ammazza la gallina questa cessa di fare le uova. In tutti questi casi la borghesia adotta misure, che sono bensì
utili per la classe operaia, ma con le quali essa persegue i propri interessi.
In altri casi queste misure vengono prese dallo Stato borghese sotto la
pressione della classe operaia. Di tali leggi ve ne sono molte. Quasi tutte le
«leggi di fabbrica» vennero ottenute in questo modo: in seguito alle minacce
degli operai. La prima riduzione di orario in Inghilterra, a 10 ore, venne
ottenuta dietro minacce degli operai; in Russia il governo zarista emanò le
prime leggi di fabbrica impaurito dalle agitazioni operaie e dagli scioperi. Lo
Stato, questa organizzazione di imprenditori ostile alla classe operaia, fa nel
perseguire i propri interessi il seguente calcolo: «Vale meglio cedere oggi che
dover domani accordare il doppio o rischiare la propria pelle». Allo stesso
modo l'industriale che cede agli scioperanti accordando loro un piccolo aumento,
non cessa di essere borghese sol perché, davanti alla minaccia di disordini,
getta al proletariato qualche piccolo osso. Lo Stato borghese non è soltanto l'organizzazione più grande e
più potente della borghesia, ma anche la organizzazione più complicata, divisa
in numerosi dicasteri, i quali estendono in tutte le direzioni i loro tentacoli.
E tutto ciò serve allo scopo principale: la difesa, il consolidamento e
l'espansione dello sfruttamento della classe operaia. Contro la classe operaia
lo Stato borghese dispone dei mezzi di coercizione brutale e di quelli
dell'asservimento mentale; essi formano gli organi più importanti dello Stato
capitalista. I mezzi di coercizione brutale sono soprattutto l'esercito, la
polizia e gendarmeria, le carceri ed i tribunali, e i loro organi sussidiari: le
spie, gli agenti provocatori, l'organizzazione di crumiri, di sicari ecc. L'esercito dello Stato capitalistico è organizzato in modo
speciale. Alla testa dell'esercito sta la casta degli ufficiali «dalle spalline
d'oro e d'argento». Essi si reclutano dalle file dei latifondisti feudali,
della grande borghesia ed in parte anche degli intellettuali. Questi nemici
feroci del proletariato imparano già da ragazzi in scuole speciali (accademie
militari) come si bastonino i soldati, come si tuteli «l'onore della divisa»
cioè come si mantengano i soldati in completa servitù e li si trasformino in
tante pedine. Gli ufficiali appartenenti alla aristocrazia più alta ed alla
grande borghesia diventano generali ed immigrati ornati di nastri e di croci. Gli ufficiali non provengono mai dalle classi povere. Essi
tengono nelle proprie mani tutta la massa dei soldati, i quali vengono educati
in modo da non osar neppur di domandare per che cosa debbano combattere, e da
diventar ciechi strumenti dei loro superiori. Un tale esercito è in prima linea
destinato a tener soggetti gli operai. In Russia l'esercito servì parecchie volte come mezzo per
reprimere gli operai e i contadini. Le rivolte dei contadini sotto Alessandro II,
prima della loro emancipazione, vennero soffocate dall'esercito. Nel 1905
durante l'insurrezione di Mosca gli operai vennero mitragliati dall'esercito;
l'esercito compì le spedizioni punitive nelle province baltiche, nel Caucaso e
nella Siberia; esso soffocò negli anni 1906-1908, le rivolte dei contadini in
difesa della proprietà dei latifondisti. Durante la guerra vennero mitragliati
gli operai di Ivanovo-Vosnessensk, di Kostroma, ecc. Particolarmente feroci
furono dappertutto gli ufficiali e generali. All'estero la stessa storia. In
Germania l'esercito dello Stato capitalistico fu fedele alla funzione di
carnefice della classe operaia. La prima rivolta dei marinai di Kiel venne
soffocata dall'esercito. Le insurrezioni degli operai a Berlino, Amburgo,
Monaco, vennero pure represse dall'esercito. In Francia si impiegò spesso la
truppa per mitragliare scioperanti, ed adesso si fucilano operai e soldati
rivoluzionari russi. In Inghilterra l'esercito ha negli ultimi tempo
ripetutamente soffocato nel sangue le rivolte degli operai irlandesi, dei
semischiavi egiziani, degli Indiani, e nella stessa Inghilterra sono stati
aggrediti pacifici comizi di operai. Nella Svizzera ad ogni sciopero vengono
mobilitati i reparti mitraglieri e la cosiddetta milizia (l'esercito svizzero);
avvenne più di una volta che la milizia facesse fuoco sui proletari. Negli
Stati Uniti la truppa ha spesso raso al suolo interi alloggiamenti di operai
(per es. durante lo sciopero nel Colorado). Gli eserciti degli Stati
capitalistici vogliono ora soffocare la rivoluzione proletaria in Russia,
Ungheria, Germania e negli stati balcanici, e reprimere la sollevazione
proletaria in tutto il mondo. Polizia e gendarmeria. Lo Stato capitalistico mantiene, oltre
l'esercito regolare, anche un esercito scelto di farabutti ed un corpo speciale
addestrato alla lotta contro gli operai. Questi corpi (come la polizia) hanno
per compito anche la lotta contro la delinquenza e la difesa della cosiddetta
«sicurezza personale e materiale dei cittadini». Ma essi servono nello stesso
tempo a perseguitare, arrestare e punire gli operai malcontenti. In Russia la
polizia era la tutela più sicura dei latifondisti e dello Zar. Particolarmente
brutale è in tutti i paesi capitalistici la polizia segreta («polizia
politica», da noi chiamata «Ochrana») ed il corpo della gendarmeria.
D'accordo con essi lavora anche una massa di spie, agenti provocatori, crumiri,
ecc. Interessanti sono a questo riguardo i mezzi della polizia
segreta americana. Essa sta in stretto contatto con una infinità di «uffici di
detectives» privati e semistatali. Le famose avventure di Nat Pinkerton non
erano in sostanza che imprese contro gli operai. Gli agenti provocatori
distribuivano ai dirigenti operai delle bombe, li incitavano ad assassinare i
capitalisti, ecc. Questi sgherri assoldano anche schiere di crumiri (in America
essi si chiamano scabes) e bande di sicari armati che hanno il compito di
assassinare operai scioperanti. Non esistono malefatte che questi delinquenti non sarebbero
capaci di compiere al servizio dello Stato «democratico» dei capitalisti
americani. Il sistema giudiziario dello Stato borghese è un mezzo di
autodifesa di classe della borghesia; la giustizia borghese si vendica in prima
linea di coloro che osano intaccare la proprietà capitalistica ed offendere il
sistema borghese. Questa giustizia condannò Liebknecht ai lavori forzati, ed
assolse i suoi assassini. Le autorità carcerarie statali ed i carnefici
eseguiscono le sanzioni dei tribunali borghesi. Tutte queste istituzioni gravano
soltanto sui poveri e non sui ricchi. Queste sono le istituzioni dello Stato capitalistico che hanno
per compito di opprimere brutalmente la classe operaia. Fra i mezzi di asservimento spirituale della classe operaia di
cui dispone lo Stato capitalistico sarebbero da menzionare i tre più
importanti: la scuola di Stato, la chiesa di Stato e la stampa di Stato o
sovvenzionata dallo Stato. La borghesia capisce di non poter reprimere le masse operi colla
sola forza brutale. Essa vede che è necessario annebbiarne anche il cervello.
Lo Stato borghese considera l'operaio come bestia da soma, che deve lavorare, ma
deve essere messa anche nella impossibilità di mordere. Perciò non soltanto lo
si sferza e si uccide quando esso morde, ma lo si addomestica come nei serragli.
Perciò lo Stato capitalistico eleva specialisti per l'incretinimento e l'addomesticamento
del proletariato: insegnanti borghesi e professori, preti e vescovi, pennaiuoli
e giornalisti borghesi. Questi specialisti insegnano ai bambini sin dalla prima
infanzia ad ubbidire al capitale, a disprezzare ed odiare i «ribelli». Si
raccontano ai bambini delle favole sulla rivoluzione e sui movimenti
rivoluzionari, e si glorificano gli imperatori, i re, gli industriali ecc. I
preti, al soldo dello Stato, predicano dal pulpito che «ogni potere è
istituito da Dio». I giornali borghesi ripetono giorno per giorno questa
menzogna ai proletari (i giornali proletari vengono di solito soppressi dallo
stato capitalista). Come possono gli operai in tali condizioni uscire dal
pantano? Un brigante imperialista tedesco ha scritto: «Noi abbiamo
bisogno non soltanto delle gambe dei soldati, ma anche dei loro cervelli e dei
loro cuori». Lo Stato borghese è perciò intento a fare dell'operaio un
animale domestico, che lavora indefesso e paziente come un cavallo. Lo Stato
capitalistico si assicura in questo modo il suo sviluppo. La macchina
sfruttatrice funziona, e spreme continuamente plusvalore dalla classe operaia. E
lo Stato sta di guardia a che gli schiavi del salariato non si ribellino. 13. Le contraddizioni dell’ordinamento sociale capitalistico Ora occorre esaminare se la società capitalista borghese sia
ben costruita. Una cosa è solida e buona quando tutte le sue parti vanno
d'accordo. Prendiamo il meccanismo d'un orologio. Esso funziona regolarmente e
senza arresti soltanto se ogni ingranaggio combacia con l'altro dente per dente. Consideriamo ora la società capitalista. E noi vedremo subito
che essa non è così solidamente costruita come appare a prima vista, ma anzi
presenta grandi contraddizioni ed enormi falle. Soprattutto sotto il capitalismo
non esiste una organizzata produzione e distribuzione dei prodotti, ma bensì
un'anarchia della produzione. Che cosa significa ciò? Ciò significa che ogni imprenditore
capitalista (od ogni associazione capitalistica) produce merci indipendentemente
dall'altro. Non è che la società stabilisca quanto e che cosa ad essa occorre,
ma gli industriali fanno semplicemente produrre col miraggio di un maggiore
profitto ed al fine di battere la concorrenza. Perciò avviene talvolta che
vengono prodotte troppe merci (si tratta naturalmente dell'anteguerra) che non
possono venir vendute (gli operai non possono acquistare non avendo sufficiente
denaro). In questi casi subentra una crisi: si chiudono le fabbriche, gli operai
vengono messi sul lastrico. L'anarchia della produzione ha per conseguenza la
lotta per il mercato. Ognuno tende a portare via la clientela all'altro, a
conquistare il mercato. Questa lotta assume varie forme, vari aspetti; essa
comincia con la concorrenza fra due fabbricanti e finisce con una guerra
mondiale fra gli Stati capitalistici per la ripartizione dei mercati in tutto il
mondo. Qui abbiamo, anziché un combaciare degli organi della società
capitalistica, il loro cozzo diretto. La prima ragione del caos capitalistico sta quindi nell'anarchia
della produzione, che trova la sua manifestazione nella crisi, nella concorrenza
e nella guerra. La seconda ragione dello stato caotico della società
capitalistica sta nella sua divisione in classi. In fondo la società
capitalista non è omogenea, ma divisa in due società: il capitalista da una
parte, gli operai ed i poveri dall'altra. Queste due classi si trovano in una
continua, inconciliabile ed implacabile inimicizia, che si manifesta nella lotta
di classe. Anche qui vediamo che le varie parti della società capitalistica,
nonché armonizzare tra loro, si trovano in continuo antagonismo. Il capitalismo crollerà o no? La risposta a tale quesito
dipende dalle seguenti considerazioni. Se, esaminando lo sviluppo del
capitalismo, come esso si è verificato nel corso dei tempi, noi troviamo che il
suo stato caotico va sempre diminuendo, noi possiamo augurargli una lunga vita;
e viceversa noi troviamo che nel corso del tempo le singole parti della società
capitalistica cozzano sempre più violentemente l'una contro l'altra e ci
persuadiamo che le crepe di questa società si trasformeranno inevitabilmente in
abissi, noi possiamo celebrare il suo requiem. Bisogna quindi prendere in esame il problema dello sviluppo del
capitalismo. Letteratura: Capitolo II:
Capitolo
I: L'ordinamento sociale capitalista
Capitolo II: Lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista
Capitolo III: Comunismo e dittatura del proletariato
Capitolo IV: Come lo sviluppo del capitalismo conduca alla rivoluzione comunista
Capitolo V: La seconda e la terza internazionale
Il nostro programma
1. Protocollo della conferenza 1917;
2. materiali per la revisione del programma del Partito;
3. Rivista Spartakus, n. 4-9; articoli di BUCHARIN e SMIRNOFF;
4. articoli di N. LENIN nella rivista Prosvescenie n.1-2, annata 1917;
5. protocolli dell'VIII Congresso - Circa la questione del carattere scientifico
del programma marxista v. la lettura sul socialismo scientifico. GOLUBKOF,
Socialismo utopistico e scientifico; MARX-ENGELS, Manifesto comunista. Per lo
studio del carattere generale del programma v. l'opuscolo di BUCHARIN Il
programma dei comunisti-bolscevichi. Di tutta questa letteratura soltanto
l'ultimo scritto menzionato e in parte quello di Golubkof sono di carattere
popolare, gli altri son di difficile lettura.
L'ordinamento sociale capitalista
A. BOGDANOF, Breve sunto di dottrina economica;
C. KAUTSKY, La dottrina economica di C. Marx;
C. KAUTSKY, Programma di Erfurt;
N. LENIN, Stato e rivoluzione;
F. ENGELS, Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato;
F. ENGELS, Il socialismo dall'utopia alla scienza.
14. La lotta fra la piccola e grande azienda (fra la
proprietà di colui che lavora personalmente e la proprietà capitalistica senza
lavoro)
a) La lotta fra la piccola e la grande azienda nell'industria. Le grandi fabbriche di oggi, che occupano spesso più di diecimila operai, attrezzate con enormi macchinari, non sono esistite in tutti i campi. Esse si svilupparono lentamente e sorsero dalle rovine dell'artigianato e della piccola industria, ora quasi completamente tramontati. Per comprendere questo sviluppo, bisogna innanzi tutto tener conto del fatto, che nell'economia mercantile e nel regime della proprietà privata la lotta per il compratore, la concorrenza, è inevitabile. Chi è il vincitore in questa lotta? Colui che è capace di cattivarsi il compratore allontanandolo dal concorrente. Ma un cliente si guadagna innanzi tutto vendendo la merce a miglior prezzo di concorrenza . Ma chi può vendere ad un prezzo molto più basso? Bisogna appunto risolvere innanzi tutto questo problema. È evidente che il grande industriale può vendere ad un prezzo molto inferiore a quello del piccolo industriale od artigiano, poiché la merce gli viene a costare molto meno. La grande azienda presenta in questo campo una infinità di vantaggi. Prima di tutto quello per cui l'imprenditore capitalista è in grado di installare migliori impianti, macchine ed attrezzi. L'artigiano, che campa la vita a stento, lavora di solito a mano, con mezzi più o meno primitivi e, per mancanza di mezzi, non può nemmeno pensare all'acquisto di grandi macchine moderne. Pure il piccolo capitalista non è in grado di introdurre nella sua azienda le macchine più perfezionate e redditizie. Quindi quanto maggiore è l'impresa, tanto più perfezionato è l'attrezzamento tecnico, tanto più redditizio il lavoro, tanto meno viene a costare all'imprenditore ogni pezzo di merce.
Nelle grandi fabbriche dell'America e della Germania vi sono laboratori scientifici speciali, nei quali si inventano sempre nuovi perfezionamenti, unendo così la scienza alla produzione; tali invenzioni sono il segreto delle relative imprese e vanno a loro esclusivo profitto; nella piccola azienda, dove si lavora in parte o totalmente a mano, il prodotto viene fabbricato dal medesimo operaio dal principio alla fine; nella produzione a macchina un operaio fa una parte, un secondo un'altra, e così via. Con questo sistema, chiamato divisione del lavoro, il lavoro procede molto più spedito. Quali vantaggi ne risultino si può vedere da una statistica americana, fatta già nel 1908. Eccone i dati: Produzione di 10 aratri: lavoro a mano: 2 operai che compivano 11 lavori differenti, lavoravano complessivamente 1180 ore, guadagnando 54 dollari. Lo stesso lavoro con procedimento industriale: 52 operai, 97 differenti lavori (col numero degli operai cresce anche il numero dei vari lavori), ore di lavoro impiegate 37 e 28 minuti, salario pagato 7,9 dollari (quindi si è impiegato infinitamente minor tempo ed il lavoro è venuto a costare molto meno). Produzione di 100 fabbriche di rotelle per orologi. Lavoro a mano: 14 operai, 453 processi lavorativi, 341.866 ore, 80.822 dollari. Processo industriale: 10 operai, 1088 processi lavorativi, 8343 ore, 1799 dollari. Produzione di 500 yards di stoffa a quadri: lavorazione a mano: 3 operai, 19 operazioni (processi lavorativi), 7534 ore, 135,6 dollari. Processo industriale: 252 operai, 43 operazioni, 84 ore, 6,81 dollari. Si potrebbe addurre ancora un'infinità di questi esempi. Oltre ciò alle piccole aziende ed agli artigiani sono affatto inaccessibili una serie di rami d'industria, nei quali è indispensabile l'impiego di grandi mezzi tecnici, come la costruzione di ferrovie, di piroscafi, le miniere, ecc.
La grande azienda risparmia dappertutto; nelle costruzioni, nelle macchine e materie prime, nell'illuminazione e nel riscaldamento, nell'impiego della mano d'opera, nello sfruttamento dei residui, ecc. Immaginiamoci mille piccoli laboratori ed una grande fabbrica che produca quanto producono i mille piccoli laboratori; è molto più facile costruire un edificio che mille piccoli, le mille piccole aziende consumano più materie prime (che vanno in parte disperse, vengono sciupate, si guastano ecc.); è più facile illuminare una grande fabbrica che mille piccole capanne; anche la manutenzione, la sorveglianza, le riparazioni sono semplificate. Insomma in una grande azienda si fanno maggiori risparmi, si raggiunge una maggiore economia. Anche nell'acquisto di materie prime e di altri approvvigionamenti la grande azienda si trova avvantaggiata. La merce comperata all'ingrosso costa di meno ed è di migliore qualità; di più il grande industriale conosce meglio il mercato, e sa quindi dove e come si possa comperare a migliori condizioni. Anche nella vendita dei prodotti la grande azienda è privilegiata. Non soltanto il grande industriale sa meglio dove si possano vendere le merci a maggior prezzo (a tale scopo egli mantiene agenti e viaggiatori, sta in stretto contatto colla borsa, dove affluiscono tutte le notizie sulla richiesta delle merci, ed ha relazioni con tutto il mondo); ma un altro suo vantaggio consiste in ciò che egli può attendere. Quando per esempio i prezzi per le sue merci sono troppo bassi, egli può imboscarle nei suoi depositi, nell'attesa che i prezzi aumentino. Il piccolo proprietario non può fare lo stesso. Egli vive della vendita della sua merce, e non possiede scorte di denaro. Perciò egli deve vendere a qualunque prezzo se non vuole morire di fame. È chiaro che in tali condizioni egli si trova in condizioni d'inferiorità.
Finalmente la grande azienda presenta un altro vantaggio in ciò che riguarda il credito. Quando il grande imprenditore ha bisogno di denaro, egli trova sempre qualcuno che glielo impresta. Ad una «ditta solvibile» farà credito qualunque banca verso interessi relativamente bassi. Al piccolo proprietario invece non farà credito quasi nessuno.
Ma se qualcuno gli fa credito, è certo che egli dovrà pagare interessi usurari. In questo modo il piccolo imprenditore va facilmente a finire nelle mani di strozzini.
Tutti questi vantaggi della grande azienda ci spiegano perché la piccola azienda deve inevitabilmente sparire nella società capitalistica. Il grande capitale la mette alle strette, la rovina e ne trasforma il proprietario in un proletario e vagabondo. Il piccolo proprietario lotterà naturalmente fino all'estremo, impiegherà tutte le sue risorse, obbligherà i suoi lavoranti ed i suoi familiari a lavorare oltre le loro forze, ma in fine egli dovrà cedere il posto al grande capitale. Spesso crediamo di essere in presenza di un proprietario indipendente, ma in realtà egli dipende completamente dal grande capitalista per il quale egli lavora e senza il quale non gli è consentito di fare nemmeno un passo. Il piccolo imprenditore è spesso dipendente dall'usuraio; in tal caso la sua libertà è soltanto apparente; in realtà egli lavora per questo succhione; egli dipende anche dal cliente che compera la sua merce, o dal negozio per il quale lavora; egli è soltanto in apparenza indipendente, in realtà si è trasformato in un operaio salariato dal proprietario capitalista. In certi casi il capitalista fornisce all'artigiano le materie prime e gli attrezzi (ciò avvenne spesso coi nostri lavoratori a domicilio), nel quale caso il lavoratore a domicilio diventa una semplice appendice del capitale. Vi sono anche altri generi di asservimento al capitale: nelle vicinanze delle grandi aziende si stabiliscono spesso piccole officine di riparazioni, le quali non sono altro che piccoli ingranaggi nel congegno della grande azienda. Anche qui l'indipendenza è soltanto apparente. Talvolta avviene che artigiani, piccoli proprietari, lavoratori a domicilio, negozianti, scacciati da un ramo d'industria e di commercio, passano ad un altro dove il capitale non è ancora tanto potente. Molto spesso questi artigiani rovinati si danno al piccolo commercio ecc. Così il grande capitale soppianta passo per passo in tutti i campi la piccola produzione. Nascono gigantesche imprese, che occupano migliaia, spesso centinaia di migliaia di operai. Il grande capitale diventa il dominatore del mondo. La proprietà di chi lavora personalmente scompare e le si sostituisce la grande proprietà capitalistica.
Come esempio del tramonto della piccola industria in Russia possono servire i lavoratori a domicilio. Una parte di essi lavorava per proprio conto, con proprie materie prime, vendendo i prodotti a chicchessia (pellicciai, cestinai, ecc.). Poi essi cominciarono a lavorare per un dato capitalista (uno solo). (I cappellai di Mosca, spazzolai e lavoranti in giocattoli). Poi l'operaio riceve le materie prime dal datore di lavoro e cade in una completa servitù (i fabbri di Pavlovsk e di Burmakino). Infine l'ordinatore lo paga per pezzo (per esempio, o chiodai di Tver, i calzolai di Kimry, i coltellinai di Pavlosk, i lavoranti in copertoni di Makarjef). In un simile servaggio caddero anche i tessitori a mano. In Inghilterra la piccola industria morente ricevette il nome «Sweatingsystem» (sistema del sudore), tanto gravi erano le sue condizioni. In Germania il numero delle piccole aziende diminuì dal 1882 al 1895 del 8,6 per cento, quello delle medie aziende aumentò del 64,1 per cento e quello delle grandi aziende del 90 per cento. Da quell'epoca in poi rimase soppiantata anche una buona parte delle aziende medie. Anche in Russia la grande industria soppiantò abbastanza rapidamente i lavoranti a domicilio. Una delle industrie più importanti in Russia è quella tessile. Dal seguente specchietto, che ci mostra le proporzioni degli operai industriali e di quelli lavoranti a domicilio nell'industria cotoniera, si può rilevare con quale rapidità la fabbrica soppianta i lavoratori a domicilio:
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ANNI |
NUMERO DEGLI OPERAI OCCUPATI NELLE FABBRICHE |
NUMERO DEGLI OPERAI A DOMICILIO |
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1866 |
94.569 |
66.178 |
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1879 |
162.691 |
50.152 |
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1894-95 |
242.151 |
20.475 |
Nell'anno 1886 c'erano, su ogni cento operai tessili occupati nelle fabbriche, 70 operai lavoranti a domicilio, negli anni 1894-95 soltanto 8. La grande industria si sviluppò in Russia più presto perché il capitale straniero fondò subito grandi aziende. Già nel 1902 le grandi aziende occupavano quasi la metà (il 40 per cento) degli operai industriali.
Nel 1903 le fabbriche che occupavano più di 100 operai costituivano il 17 per cento di tutte le fabbriche ed occupavano il 76,6 per cento degli operai industriali.
La vittoria della grande industria in tutti i paesi è accompagnata dalla rovina dei piccoli produttori. Talvolta interi distretti ed intere categorie (come i tessitori della Slesia e nelle Indie, ecc.) sono condannati a morte.
b) La lotta fra la piccola e la grande azienda nell'agricoltura. - La stessa lotta che si combatte fra piccola e grande azienda nell'industria, si verifica sotto il capitalismo anche nell'agricoltura. Il latifondista che conduce la sua azienda come l'industriale la sua fabbrica, il grande contadino, il medio contadino, il contadino povero, che deve spesso andare a lavorare dal grande proprietario perché il suo pezzo di terra non gli consente di vivere, corrispondono nell'industria al grande capitalista, al medio proprietario di officina, all'artigiano, al lavoratore a domicilio ed all'operaio salariato. Nella campagna come nella città la grande proprietà si trova in condizioni più favorevoli in confronto alla piccola.
Il grande proprietario è in grado di acquistare impianti tecnici moderni. Le macchine agricole (aratri elettrici ed a vapore, mietitrici, seminatrici, trebbiatrici) restano quasi inaccessibili al piccolo proprietario. Come sarebbe assurdo installare nel laboratorio di un piccolo artigiano una grande macchina (gli mancherebbe del resto anche il denaro per comperarla), così anche il piccolo contadino non può impiegare un aratro a vapore; perché una macchina di questo genere sia conveniente, è necessaria una estensione di terreno di gran lunga superiore al pezzo di terra che possiede il piccolo proprietario.
L'utilizzazione delle macchine e degli attrezzi dipende dall'estensione del terreno. Un aratro a traino animale viene sfruttato integralmente su un terreno di 30 ettari; una seminatrice, una mietitrice e trebbiatrice su 70 ettari; una trebbiatrice a vapore su 250 ettari; un aratro a vapore su 1000 ettari. Recentemente si vanno impiegando per la coltivazione della terra macchine elettriche; ma esse non possono venir utilmente impiegate che nelle grandi aziende.
L'irrigazione, il prosciugamento di paludi, il drenaggio, la costruzione di ferrovie agricole possono trovare applicazione soltanto nella grande azienda agraria. Questa, come la grande industria, risparmia sulle materie prime, sulla mano d'opera, sulla illuminazione, sul riscaldamento, ecc.
Nella grande azienda si hanno anche per ogni ettaro meno siepi, steccati, ecc. e si perdono meno sementi.
Oltre a ciò i grandi proprietari possono impiegare agronomi specializzati e condurre la loro economia secondo sistemi scientifici.
Nel campo del commercio e del credito avviene la stessa cosa che nell'industria: il grande imprenditore conosce meglio il mercato, può attendere, acquista a migliori prezzi tutto il necessario e vende a prezzi superiori. Al piccolo proprietario non resta altro che lottare tendendo tutte le sue forze; egli non può campare la vita che compiendo sopralavoro e limitando i propri bisogni. Soltanto in questo modo egli può mantenersi nel regime capitalista; e il suo immiserimento viene accelerato dalle alte imposte. Lo Stato capitalistico aggrava la piccola proprietà terriera di un'enorme fardello; basta ricordare che cosa significassero le imposte zariste per i contadini: «vendi tutto, ma paga le imposte».
In generale si può dire che la piccola produzione nell'agricoltura è molto più resistente che nell'industria. Mentre nelle città i piccoli imprenditori ed artigiani vanno in rovina relativamente presto, la piccola proprietà agricola si mantiene in tutti i paesi su basi più solide. Ma anche qui l'impoverimento progredisce, benché non sia tanto evidente. Spesso un'azienda che per estensione di terreno non è grande, è in realtà ricca di capitali ed occupa un grande numero di operai (per esempio i giardini ed orti nei dintorni delle grandi città). Spesso crediamo di trovarci in presenza di tanti piccoli proprietari del tutto indipendenti, ma in realtà si tratta quasi sempre di operai salariati che vanno a lavorare nelle grandi tenute come lavoratori stagionali od anche in città. Fra la classe dei contadini si verifica lo stesso fenomeno che abbiamo osservato nell'artigianato. Pochi di essi si trasformano in strozzini che arrotondano la loro proprietà, mentre la maggioranza vive di stenti e va completamente in rovina; questi ultimi vendono prima la vacca ed il cavallo poi il loro pezzo di terra e vanno a cercare lavoro in città o come servi su qualche tenuta. Il contadino più povero, rimasto senza cavallo, diventa così operaio salariato; la sanguisuga usuraria, che può tenere operai salariati, diventa latifondista o capitalista.
Così anche nell'agricoltura una gran parte della terra, degli attrezzi, delle macchine, del bestiame si trova nelle mani di un piccolo nucleo di grandi proprietari capitalisti, al servizio dei quali lavorano milioni di contadini.
In America, dove il capitale ha raggiunto il più alto grado di sviluppo, vi sono delle grandi aziende agricole sulle quali si lavora come in una fabbrica. Come nella fabbrica anche qui viene prodotta una sola specialità. Vi sono delle tenute coltivate soltanto a frutta; altre per l'allevamento di volatili; la coltivazione del grano impiega dappertutto macchine agricole. Molte branche della produzione agraria sono concentrate in poche mani. Così per esempio esiste un «re del pollame», un «re delle uova», ecc.
15. La dipendenza del proletariato, la riserva industriale, il lavoro delle donne e dei fanciulli
Sempre maggiori masse popolari si trasformano sotto il regime capitalista in operai salariati. Tutti gli artigiani, piccoli proprietari, contadini, commercianti falliti, insomma tutti coloro che sono stati rovinati dal capitale, finiscono nelle file del proletariato. A misura che le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi capitalisti, le masse popolari si trasformano sempre più in schiere di schiavi salariati.
Dato il continuo decrescere delle classi medie, il numero degli operai esorbita i bisogni del capitale, ed incatena l'operaio al capitale. Egli è costretto a lavorare per il capitalista: in caso contrario il capitalista troverebbe cento altri al suo posto.
Questa dipendenza dal capitale viene consolidata anche in altro modo, che non sia la rovina di sempre nuovi strati sociali. Il capitale rinsalda il suo dominio sulla classe operaia mettendo sul lastrico gli operai superflui e creandosi in questo modo una riserva di mano d'opera. Come avviene questo fenomeno? Nel modo seguente: noi abbiamo visto più sopra che ogni industriale tende a ridurre il prezzo di costo dei suoi prodotti. Per tale ragione egli introduce sempre nuove macchine. Ma la macchina sostituisce generalmente l'operaio, rende superflua una parte degli operai. L'introduzione di ogni nuova macchina significa il licenziamento di una parte degli operai. Gli operai, che prima erano occupati nella fabbrica, diventano disoccupati. Ma dato che l'introduzione di nuove macchine, ora in questo ora in quel ramo d'industria, è continuo, è senz'altro chiaro che anche la disoccupazione dovrà sempre esistere nel regime capitalista. Il capitalista non si cura già di procurare a tutti del lavoro e di fornire tutti del necessario, ma si preoccupa soltanto di spremere dalla classe operaia il maggior profitto possibile. Quindi è naturale che egli getti sulla strada quegli operai che non gli danno più il profitto di una volta.
Ed infatti noi vediamo in tutti i paesi capitalistici che nelle grandi città vi è sempre un grande numero di disoccupati. Vi troviamo operai cinesi e giapponesi provenienti da classi contadine andate in rovina, giovani contadini venuti dalla campagna, artigiani e piccoli negozianti rovinati; vi troviamo però anche operai metallurgici, tipografi e tessitori che hanno lavorato per molti anni nelle fabbriche e ne sono stati licenziati per fare posto a nuove macchine. Tutti insieme formano una riserva di mano d'opera per il capitale, o, come la chiamò Carlo Marx, la riserva industriale. L'esistenza di questa riserva industriale e la continua disoccupazione permettono ai capitalisti di accentuare la dipendenza e l'oppressione della classe operaia. Mentre da una parte degli operai il capitale spreme coll'ausilio della macchina un maggiore profitto, l'altra parte si trova sul lastrico. Ma anche i disoccupati servono al capitale come sferza che incita i ritardatari.
La riserva industriale ci presenta aspetti di abbrutimento, di miseria, di fame, di mortalità eccezionale, e perfino di delinquenza. Coloro che non trovano lavoro per anni si danno all'alcoolismo, al vagabondaggio, alla questua, ecc. Nelle grandi città, come Londra, New York, Berlino, Parigi, vi sono intieri quartieri popolati di disoccupati. Un esempio di questo genere è il mercato di Chitrof a Mosca. Invece del proletariato sorge qui una nuova classe che ha già dimenticato di lavorare. Questo prodotto della società capitalista si chiama «Lumpenproletariat» (proletariato straccione).
L'introduzione della macchina portò con sé anche il lavoro delle donne e dei fanciulli, che è più economico e perciò più conveniente per il capitalista. Prima dell'introduzione della macchina ogni mestiere richiedeva una lunga preparazione ed una speciale abilità. Le macchine invece possono venir spesso manovrate da un bambino; e questa è la ragione per cui dopo la invenzione della macchina il lavoro delle donne e dei fanciulli ha trovato una così larga applicazione. Oltre a ciò le donne e i fanciulli non possono opporre al capitalista una resistenza così forte come gli operai. Quelli sono più timidi, più mansueti, hanno per lo più una fede superstiziosa nell'autorità e nei preti. Perciò il fabbricante sostituisce spesso gli uomini con delle donne e costringe i fanciulli ad esaurire le loro giovani energie per il suo profitto.
Il numero delle lavoratrici ed impiegate nel 1913 era il seguente: in Francia 6.800.000; in Germania 9.400.000; nell'Austria-Ungheria 8.200.000; in Italia 5.700.000; nel Belgio 930.000; negli Stati Uniti 8.000.000; nell'Inghilterra 6.000.000. In Russia il numero delle operaie crebbe sempre più. Nel 1900 il numero delle operaie costituiva il 25 per cento (cioè un quarto) di tutti gli operai ed operaie industriali, nel 1908 il 31 per cento, cioè quasi un terzo, nel 1912 il 45 per cento; in alcune industrie le donne formano la maggioranza. Nell'industria tessile p. e. nel 1912 fra 870.000 occupati vi erano 453.000 donne, cioè più della metà (il 52 per cento). Durante la guerra il numero delle operaie crebbe a dismisura. Il lavoro dei fanciulli è in voga in molte località, malgrado tutti i divieti. Nel paese capitalisticamente più progredito, l'America, il lavoro dei fanciulli è largamente diffuso.
Queste condizioni portano con sé il dissolvimento della famiglia operaia. Dove va a finire la vita di famiglia se la madre e spesso anche il fanciullo debbono andare all'officina?
La donna che va a lavorare in fabbrica, che diventa un'operaia, è come l'uomo esposta a tutte le miserie della disoccupazione. Anche essa viene messa dal capitalista sul lastrico, anche essa entra nelle file della riserva industriale, anche essa può, come l'uomo, moralmente degenerare. Un fenomeno che sta in intima relazione con la disoccupazione dell'operaia è la prostituzione. Senza lavoro, affamata, cacciata dappertutto, essa è costretta a vendere il suo corpo; ed anche quando trova lavoro, il salario è generalmente così magro che essa deve guadagnarsi il necessario per la vita con la vendita del proprio corpo. Ed il nuovo mestiere diventa col tempo abitudine. Così si forma la categoria delle prostitute professionali.
Nelle grandi città le prostitute sono in numero considerevole. Città come Amburgo e Londra contano diecine di migliaia di queste disgraziate. Anche esse formano una sorgente di profitto e di arricchimento per il capitale, che istituisce grandi postriboli organizzati su base capitalistica. La tratta delle bianche è diffusa in tutti i paesi. I centri di questo commercio erano le città dell'Argentina (nell'America del Sud). Particolarmente ripugnante è la prostituzione dei fanciulli che fiorisce nelle capitali europee ed americane.
A mano a mano che nella società capitalistica vengono inventate nuove macchine più perfezionate, a mano a mano che sorgono fabbriche sempre più grandi e cresce la quantità dei prodotti, il giogo del capitale diventa sempre più pesante, la miseria della riserva e la dipendenza della classe operaia dai suoi sfruttatori sempre più grande.
Se non esistesse la proprietà privata, ma tutto fosse proprietà di tutti, il mondo avrebbe un ben diverso aspetto. Gli uomini ridurrebbero semplicemente l'orario di lavoro, risparmierebbero le loro forze e si accorderebbero maggiore libertà. Ma il capitalista che introduce una nuova macchina pensa soltanto al profitto: egli non riduce l'orario di lavoro poiché in tal caso ridurrebbe anche il suo profitto. Nel regime capitalista la macchina non libera l'uomo ma lo asserve.
Con lo sviluppo del capitalismo una parte sempre maggiore del capitale viene impiegata nell'acquisto di macchine, apparecchi, edifici, alti forni ecc., mentre per la remunerazione degli operai viene spesa una sempre più piccola parte del capitale. In altri tempi, quando si lavorava ancora a mano, la spesa per l'attrezzatura era minima, e quasi l'intero capitale veniva impiegato nella paga degli operai. Ora avviene il contrario: la maggior parte del capitale è destinata ai mezzi di produzione. Ciò significa che la richiesta di mano d'opera non aumenta nella misura in cui cresce il numero dei proletari. Quanto maggiore è lo sviluppo della tecnica nel regime capitalista, tanto più opprimente diventa il giogo del capitale per l'operaio, al quale riesce sempre più difficile trovare lavoro.
16. Anarchia della produzione, concorrenza, crisi
La miseria della classe operaia aumenta sempre più con lo svilupparsi della tecnica, la quale, invece di essere utile a tutta la società, sotto il capitalismo è apportatrice di maggiore guadagno ai capitalisti e di disoccupazione e rovina a molti operai. Ma questa miseria aumenta anche per altre ragioni.
Noi abbiamo visto sopra che la società capitalistica è assai male costruita. Vi domina la proprietà privata, senza alcun piano generale. Ogni intraprenditore conduce la sua azienda indipendentemente dall'altro. Egli lotta contro gli altri, sta in rapporto di «concorrenza» con essi.
Ora si presenta il quesito se questa lotta vada o no attenuandosi. Il numero dei capitalisti diventa infatti sempre più piccolo; i grandi capitalisti divorano i piccoli; prima, quando lottavano tra loro diecine di migliaia di capitalisti, la concorrenza era accanita, quindi ora che non vi sono più tanti concorrenti la lotta dovrebbe essere meno aspra. Ma la realtà è diversa, anzi contraria. Il numero dei concorrenti è infatti minore, ma ognuno di essi è diventato molto più grande e più forte di quanto fossero i suoi concorrenti di un tempo. E la loro lotta è diventata non minore ma maggiore, non più umana ma più aspra. Se nel mondo vi fossero soltanto due Stati lotterebbero l'uno contro l'altro. In ultima analisi siamo infatti arrivati a questo punto. La lotta fra i grandi gruppi capitalistici si manifesta nell'antagonismo fra i vari gruppi di Stati capitalistici, antagonismo che conduce dalla guerra commerciale alla guerra armata. La concorrenza diminuisce quindi con lo svilupparsi del capitalismo soltanto se si considera il numero dei concorrenti, ma si accentua avuto riguardo al suo accanimento e alle sue disastrose conseguenze.
Bisogna in ultimo rilevare ancora un fenomeno: le cosiddette crisi. Che cosa sono le crisi? Ecco come va la cosa. Un bel giorno risulta che alcune merci sono state prodotte in quantità troppo grandi. I prezzi diminuiscono, e tuttavia le merci non possono trovare compratori. Tutti i magazzini sono ricolmi. Molti operai sono ridotti in misere condizioni e non possono più comperare nemmeno quel poco che essi acquistavano in altri tempi. Allora comincia la miseria. Cominciano in un ramo d'industria i fallimenti; prima delle piccole e medie aziende, poi di quelle grandi. Ma una industria è dipendente dall'altra per l'acquisto delle merci: per esempio le sartorie comprano le stoffe dalle fabbriche di tessuti; queste comprano la lana da altri produttori e così via. Se le sartorie fanno fallimento, le fabbriche di tessuti non troveranno compratori per i loro prodotti ed andranno in rovina, e lo stesso avverrà per i produttori di lana. Dappertutto si chiudono le fabbriche e le officine, la disoccupazione aumenta all'estremo, le condizioni degli operai peggiorano. E con tutto ciò vi è abbondanza di merci; tutti i magazzini sono ricolmi. Questo fenomeno si verificò ripetutamente prima della guerra: l'industria fiorisce, gli affari degli industriali vanno benissimo, tutto ad un tratto fallimenti, disoccupazione, miseria; poi l'industria si riprende di nuovo e rifiorisce, per andare incontro ad una nuova crisi, e così di seguito.
Come si spiega questo paradossale fenomeno per cui gli uomini diventano mendicanti in mezzo all'abbondanza ed alle ricchezze?
La risposta a questa domanda non è tanto facile. Noi abbiamo visto già più sopra che nella società capitalista regna il caos, l'anarchia della produzione. Ogni imprenditore produce merci indipendentemente dagli altri, a proprio rischio e sotto la propria responsabilità. Con questo sistema di produzione si arriva al punto che la produzione esorbita la richiesta. Quando si producevano beni e non merci, cioè quando la produzione non era destinata per il mercato, la sovrapproduzione non poteva riuscire pericolosa. Nella produzione delle merci invece le cose sono diverse. Ogni industriale deve vendere le merci già prodotte, prima di poter acquistare altre merci per l'ulteriore produzione. Ma quando la macchina si arresta in un punto, la stasi si ripercuote subito su un'altra industria, e cos' via: scoppia una crisi generale.
Le conseguenze di queste crisi sono disastrose. Grandi quantità di merci vanno perdute. I residui della piccola industria vengono spazzati via. Anche grandi aziende non possono mantenersi in piedi e fanno fallimento.
Alcune fabbriche cessano la produzione completamente, altre riducono la produzione e gli orari, altre sospendono temporaneamente i lavori. Il numero dei disoccupati aumenta di giorno in giorno. La riserva industriale s'accresce. E nello stesso tempo aumenta la miseria e l'oppressione della classe operaia. Durante le crisi peggiorano ancora di più le già cattive condizioni della classe operaia.
Qui vogliamo citare alcuni dati sulla crisi che nel 1907-1910 si verificò in tutta Europa ed America, cioè in tutto il mondo capitalistico. Negli Stati Uniti il numero dei disoccupati fra gli operai organizzati crebbe nella seguente misura: nel giugno 1907 l'8,1 per cento; nell'ottobre il 18,5 per cento; nel novembre il 22 per cento; nel dicembre il 32,7 per cento (nell'industria edile il 42 per cento, nell'industria dell'abbigliamento il 43,6 per cento, nell'industria del tabacco il 55 per cento); s'intende che la disoccupazione generale, compresi i non organizzati, era molto maggiore. In Inghilterra i disoccupati raggiunsero nell'estate 1907 il 3,4 per cento; nel novembre il 5 per cento; nel dicembre il 6,1 per cento; nel luglio 1908 l'8,2 per cento; in Germania la percentuale dei disoccupati nel gennaio 1908 era raddoppiata in confronto agli anni precedenti. Lo stesso fenomeno si poteva osservare anche negli altri paesi.
Per quanto riguarda la diminuzione della produzione, vogliamo soltanto accennare che la produzione della ghisa discese da 26 milioni di tonnellate nel 1907 a 16 milioni nel 1908.
Durante le crisi diminuiscono i prezzi delle merci. Per non perdere il loro profitto i signori capitalisti sono anche pronti a rovinare la produzione. In America per esempio essi lasciarono spegnere gli alti forni. I proprietari delle grandi piantagioni di caffè del Brasile fecero gettare in mare i sacchi di caffè per mantenere alti i prezzi. Attualmente tutto il mondo soffre della mancanza di prodotti in seguito alla guerra capitalistica. La fame e la carestia sono il frutto del capitalismo che provocò questa guerra distruttrice. Nei tempi di pace il capitalismo affogava nell'abbondanza di prodotti, che non andavano però a beneficio degli operai, i quali non potevano acquistarli per mancanza di denaro. Di questa abbondanza l'operaio sentì una sola conseguenza: la disoccupazione con tutte le sue miserie.
17. Lo sviluppo del capitalismo e la divisione in classi
L'inasprimento dei conflitti di classe. Abbiamo visto che la società capitalistica soffre di due mali fondamentali: in primo luogo essa è «anarchica» (manca di organizzazione); in secondo luogo essa consta di due società (classi) avversarie. Abbiamo visto come con lo svilupparsi del capitalismo l'anarchia della produzione, che si manifesta nella concorrenza, si accentui continuamente e conduca al disgregamento ed alla distruzione. Il processo di dissoluzione della società non diminuisce ma aumenta. Nello stesso modo si approfondisce l'abisso che divide la società in due classi. Da una parte, presso i capitalisti, si accumulano tutte le ricchezze del mondo, dall'altra parte, presso le classi oppresse, la miseria, la fame, la disperazione. La riserva industriale rappresenta la classe degli affamati, demoralizzati, abbrutiti. Ma anche quelli che lavorano restano sempre più distanziati nel loro tenore di vita dai capitalisti. La differenza fra proletariato e borghesia diventa sempre maggiore. In altri tempi esistevano numerosi piccoli e medi capitalisti, molti dei quali stavano in stretta relazione con gli operai e non vivevano molto meglio di loro. I grandi signori conducono ora una vita che in altri tempi non si sognava neppure. È vero che anche le condizioni degli operai si sono migliorate con lo sviluppo del capitalismo, e che fino al principio del secolo XX la media dei salari salì. Ma nello stesso tempo aumentò ancora più rapidamente il profitto del capitalista. Attualmente la classe operaia è lontana dal capitalista come il cielo dalla terra. E quanto più si sviluppa il capitalismo, tanto più si arricchiscono i grandi capitalisti, tanto più profondo diventa l'abisso fra questa piccola schiera di re incoronati e la grande massa di proletari asserviti.
Abbiamo detto che i salari salgono bensì, ma che il profitto aumenta molto più rapidamente e che per questa ragione l'abisso fra le due classi si approfondisce sempre più. Ma dal principio del secolo XX i salari non aumentano più, anzi diminuiscono. E nello stesso tempo i profitti hanno avuto aumenti enormi, sicché la disuguaglianza sociale è diventata negli ultimi anni particolarmente evidente.
È naturale che la crescente disuguaglianza dovrà condurre tosto o tardi al cozzo tra capitalisti ed operai. Se la disuguaglianza scomparisse e le condizioni economiche degli operai si avvicinassero a quelle dei capitalisti, potrebbe naturalmente regnare pace e fratellanza sulla terra. Ma dato il modo come stanno le cose nella società capitalistica, gli operai non possono avvicinarsi ai capitalisti ma si staccano sempre più da essi. Il che non significa altro se non che la lotta di classe fra proletariato e borghesia deve inevitabilmente accentuarsi.
Contro questa concezione gli scienziati borghesi hanno elevato molte obiezioni. Essi hanno voluto dimostrare che l'operaio nella società capitalistica vivrà sempre meglio. Questa concezione è stata subito accolta dai socialisti di destra. Gli uni e gli altri sostengono che gli operai diverranno sempre più ricchi e potranno diventare anche piccoli capitalisti. Ma gli avvenimenti non tardarono a dimostrare la falsità di questa opinione. Infatti le condizioni degli operai peggiorarono sempre in confronto a quelle dei capitalisti. A conferma di questa nostra asserzione vogliamo addurre un esempio tratto dal paese capitalisticamente più sviluppato, gli Stati Uniti. Se noi prendiamo per base della capacità di acquisto del salario (cioè la quantità di prodotti di prima necessità che l'operaio può comperare) in rapporto al loro prezzo negli anni 1890-1899 la cifra 100, tale capacità d'acquisto si presenta come segue: nel 1890-1899, 98,6; nel 1895, 100,6; nel 1900, 103,0; nel 1905, 101,4; nel 1907, 101,5. Noi vediamo che il tenore di vita degli operai è rimasto quasi immutato. Nel 1907 l'operaio americano non ha potuto acquistare più viveri, vestiario, ecc. che nel 1890; la capacità d'acquisto del suo salario è salita soltanto di poco, del 3 per cento. I miliardari americani invece hanno ingoiato enormi profitti ed il plusvalore da essi intascato crebbe smisuratamente. Con ciò salì naturalmente anche il loro tenore di vita.
La lotta di classe si basa sugli antagonismi di interesse fra la borghesia ed il proletariato. Questi antagonismi sono altrettanto inconciliabili come quelli fra le pecore ed i lupi.
Ognuno comprenderà che al capitalista conviene di far lavorare l'operaio più che è possibile e di pagarlo il meno possibile; l'operaio invece ha l'interesse di lavorare il meno possibile e di ricevere il salario più alto possibile. È quindi chiaro che già col sorgere della classe operaia doveva iniziarsi la lotta per l'aumento del salario e la riduzione delle ore di lavoro.
Questa lotta non è stata mai interrotta né mai completamente sospesa. Ma essa non si limitò alla lotta per l'aumento di pochi centesimi. In tutti i paesi dove l'ordinamento capitalista si sviluppava, le masse operaie si persuasero della necessità di farla finita col capitalismo stesso. Gli operai cominciarono a pensare al modo come questo ordinamento odioso potesse venire sostituito con un ordinamento di lavoro giusto e fraterno. Così nacque il movimento comunista della classe operaia.
La lotta della classe operaia fu spesso accompagnata da sconfitte. Ma la società capitalista racchiude in se stessa la vittoria finale del proletariato. Per quali ragioni? Semplicemente perché lo sviluppo del capitalismo porta con sé la trasformazione delle larghe masse popolari in proletariato. La vittoria del grande capitale implica la rovina dell'artigiano, del piccolo commerciante, del contadino. Ma ogni passo dello sviluppo capitalistico aumenta il numero dei proletari. Quando la borghesia soffoca movimenti operai, essa consolida l'ordinamento sociale capitalista. Ma lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista porta alla rovina milioni di piccoli proprietari e contadini, asservendoli al capitale. Ma appunto per tale via cresce il numero dei proletari, dei nemici della società capitalista. La classe operaia non diventa però soltanto numericamente più forte ma diventa anche sempre più compatta. Per quali ragioni? Appunto perché con lo svilupparsi del capitalismo cresce anche il numero delle grandi fabbriche. Ogni grande fabbrica raccoglie entro le sue mura migliaia, spesso diecine di migliaia di operai. Questi operai lavorano in stretto contatto fra di loro. Essi vedono come l'imprenditore capitalista li sfrutta. Essi vedono come ogni operaio è l'amico ed il compagno dell'altro. Uniti nel lavoro, essi imparano ad agire uniti. Essi hanno anche la possibilità di intendersi più presto. Con lo sviluppo del capitalismo cresce perciò non soltanto il numero, ma anche la compattezza della classe operaia.
Nella stessa proporzione in cui aumentano le grandi fabbriche, in cui si sviluppa il capitalismo, periscono gli artigiani e contadini, crescono rapidamente i grandi centri industriali. Infine si raccolgono sopra uno spazio relativamente piccolo, nei grandi centri, enormi masse popolari, delle quali il proletariato industriale forma la grande maggioranza. Esso vive nei sudici e malsani quartieri popolari, mentre la piccola schiera dei padroni onnipossenti abita in sfarzosi villini. Gli operai diventano sempre più numerosi e si stringono sempre più insieme.
In tali condizioni la lotta, che va sempre più inasprendosi, deve inevitabilmente finire con la vittoria della classe operaia. Tosto o tardi accade il cozzo supremo fra borghesia e proletariato; la borghesia viene spodestata, il proletariato distrugge lo Stato brigantesco ed instaura un nuovo ordinamento sociale comunista. Il capitalismo quindi nel corso del suo sviluppo conduce inevitabilmente alla rivoluzione comunista del proletariato.
La lotta di classe del proletariato contro la borghesia assume varie forme. In questa lotta si sono sviluppate tre forme principali dell'organizzazione operaia: i sindacati che uniscono gli operai secondo mestieri; le cooperative, generalmente di consumo, che si propongono il compito di liberare il proletariato dallo sfruttamento intermediario; ed infine i partiti politici della classe operaia (partiti socialisti, socialdemocratici, comunisti) i quali hanno scritto sulla loro bandiera la lotta per il dominio politico della classe operaia. Via via che la lotta di classe veniva accentuandosi, tutte le forme del movimento operaio dovevano convergere verso un'unica meta: l'abbattimento del dominio borghese. Quei dirigenti del movimento, che ebbero una più chiara visione dell'andare delle cose, insistevano sopra una stretta unione e collaborazione di tutte le organizzazioni operaie. Essi sostennero per esempio, la necessità di un'unità d'azione fra sindacati e partito politico, e che perciò i sindacati non dovessero essere «neutrali» (cioè politicamente indifferenti) ma dovessero collegare la loro azione con quella del partito della classe operaia.
Negli ultimi tempi sono stati creati nel movimento operaio nuovi organismi di lotta; i più importanti fra questi sono i consigli di operai, dei quali parleremo più tardi.
Dall'esame dello sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista possiamo quindi trarre le seguenti conclusioni: il numero dei capitalisti diminuisce, ma essi diventano sempre più ricchi e potenti; il numero degli operai aumenta sempre più ed aumenta anche la loro compattezza, sebbene non nella stessa misura; la differenza fra il tenore di vita dei capitalisti e degli operai diventa sempre più stridente. Lo sviluppo del capitalismo conduce perciò inevitabilmente all'urto fra queste due classi, cioè alla rivoluzione comunista.
18. La concentrazione e la centralizzazione del capitale come condizione della realizzazione dell’ordinamento sociale comunista
Come abbiamo visto, il capitalismo stesso si scava la propria fossa dando origine ai suoi propri becchini, i proletari, e in proporzioni del suo sviluppo aumenta il numero e la forza dei suoi nemici mortali. Ma il capitalismo non alleva soltanto i suoi nemici, bensì prepara anche il terreno per la nuova economia comunista. In quale modo? A ciò risponderemo subito. Noi abbiamo visto precedentemente (§.11: «Il capitale») che il capitale si accresce sempre più, dato che il capitalista aggiunge al suo capitale una parte del plusvalore, creato dal lavoro. E l'aumento del capitale permette un allargamento della produzione. Questo aumento del capitale, questo suo accrescersi in una sola mano si chiama accumulazione e concentrazione del capitale.
Noi abbiamo pure visto (vedi 14: «La lotta fra piccola e grande azienda») che con lo svilupparsi del capitalismo rimane distrutta la piccola e media produzione. I piccoli e medi produttori vanno in rovina, senza parlare degli artigiani. La proprietà dei piccoli e medi capitalisti va per diverse vie a finire nelle tasche dei grandi briganti. Il capitale che prima era diviso tra parecchi proprietari si concentra ora nella mano, nel pugno che ha vinto nella lotta. Questo ammassamento del capitale, che era prima sparso, si chiama centralizzazione del capitale.
La concentrazione e la centralizzazione del capitale, cioè la sua accumulazione in poche mani, non è ancora concentrazione e centralizzazione della produzione. Ammettiamo che il capitalista abbia acquistato col plusvalore accumulato la piccola fabbrica del suo vicino e continui in essa la produzione come prima. Di solito avviene però che il capitalista trasforma, allarga anche la produzione, ed ingrandisce le fabbriche stesse. In tal caso non si verifica soltanto un ingrandimento del capitale, ma anche della produzione stessa. Si introduce un maggior numero di macchine, si assumono nuovi operai. Talvolta avviene che alcune dozzine di grandi fabbriche coprano il fabbisogno di merci di un intero paese. In sostanza gli operai lavorano qui per l'intera società, il lavoro è, come si suol dire, socializzato. Ma l'amministrazione ed il profitto appartengono al capitalista.
Una siffatta centralizzazione e concentrazione della produzione dà luogo ad una produzione veramente sociale soltanto dopo la rivoluzione proletaria. Se questa centralizzazione della produzione non esistesse, ed il proletariato si impadronisse del potere in un momento in cui la produzione fosse ancora sparpagliata in centinaia di migliaia di piccoli laboratori con due-tre operai, sarebbe impossibile organizzare la produzione su base sociale. Più il capitalismo si sviluppa, più la produzione si centralizza, tanto più facilmente il proletariato potrà gestirla dopo la sua vittoria finale.
Il capitalismo non soltanto produce i suoi propri nemici e conduce alla rivoluzione comunista, ma crea anche la base economica per la realizzazione del regime comunista.
Letteratura: gli stessi libri indicati al cap. I. Inoltre
A. BOGDANOV, Corso di economia politica, vol.II disp. 2 (Età del capitalismo
industriale);
MARX ed ENGELS, Manifesto comunista;
JACK LONDON, Sotto il giogo dell'imperialismo.
- Circa la questione agraria vedi:
C. KAUTSKY, La questione agraria;
N. LENIN, La questione agraria e i «critici» di Marx;.
ILJIN (LENIN), Nuovi dati sullo sviluppo del capitalismo nell'agricoltura (degli
Stati Uniti);
V. ILJIN (LENIN), Sviluppo del capitalismo in Russia;
L.KRZIVITZKY, La questione agraria; PARVUS, Il mercato mondiale e la crisi
dell'agricoltura.
Capitolo III:
Comunismo e dittatura del proletariato
19. Caratteri del regime comunista
Noi abbiamo visto perché la società capitalistica deve morire (e la vediamo ora morire davanti ai nostri occhi). Essa muore perché vi sono due fattori che ne determinano la fine: l'anarchia della produzione, che dà luogo alla concorrenza, alle crisi ed alle guerre; ed il carattere classista della società, che dà ineluttabilmente origine alla lotta di classe. La società capitalistica è paragonabile ad una macchina male costruita, nella quale una parte incaglia continuamente l'azione delle altre. (Vedi § 13: «Le contraddizioni dell'ordinamento sociale capitalista»). Perciò questa macchina deve prima o dopo sfasciarsi.
È chiaro che la nuova società dovrà essere molto più saldamente congegnata che con il capitalismo. Non appena l'urto delle forze antagonistiche avrà spazzato via il capitalismo, dovrà sorgere sulle rovine una società che non conoscerà quegli antagonismi. Le caratteristiche del sistema di produzione comunistica sono le seguenti: 1° la società sarà organizzata, cioè in essa non esisterà né anarchia della produzione, né concorrenza degli imprenditori privati, né guerre, né crisi; 2° non esisterà più la divisione in classi, cioè la società non sarà più divisa in due parti che si combattano reciprocamente e non sarà possibile che una classe venga sfruttata dall'altra. Una società in cui non esistano classi ed in cui tutta la produzione sia organizzata non può essere che una società comunista nella quale tutti lavorano solidarmente.
Consideriamo questa società più da vicino. La base della società comunista è la proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio, cioè le macchine, gli apparati, le locomotive, i piroscafi, gli edifici, i magazzini, le miniere, il telegrafo ed il telefono, la terra ed il bestiame da lavoro sono proprietà della società. Nessun singolo capitalista e nessuna associazione di ricchi può disporre di questi mezzi, che appartengono all'intiera società. Che cosa significa questa espressione di «intiera società»? Significa che neppure una singola classe può essere proprietaria di questi mezzi, ma bensì tutti gli individui che formano questa società. In tali condizioni la società si trasforma in una grande e solidale cooperativa di lavoro, nella quale non può esistere né sparpagliamento della produzione, né anarchia. Anzi siffatto ordinamento permette l'organizzazione della produzione. La concorrenza non è più possibile poiché nella società comunista tutte le fabbriche, le officine, le miniere ed ogni impianto speciale non sono che altrettanti reparti di una grande officina nazionale che abbraccia tutta la economia. S'intende che una organizzazione così grandiosa presuppone un piano di produzione generale. dal momento che tutta l'industria e l'agricoltura formano una unica immensa cooperativa, bisogna naturalmente pensare come si debba distribuire la mano d'opera fra le singole industrie, quali e quanti prodotti siano necessari, come e dove debbano venir distribuite le forze tecniche ecc. Tutto ciò deve essere prestabilito, almeno approssimativamente, ed in base a questo programma bisogna agire. In ciò consiste appunto l'organizzazione della produzione comunista. Senza un piano ed una direzione comune, senza una esatta contabilità, non vi può essere organizzazione. E appunto nella società comunista esiste un piano di questo genere. Ma l'organizzazione sola non basta. La cosa essenziale consiste in ciò che questa è un'organizzazione solidale di tutti i membri della cooperativa. Oltre che per l'organizzazione, l'ordinamento sociale comunista si distingue per il fatto che esso elimina lo sfruttamento, abolisce la divisione della società in classi. Noi potremmo immaginarci che la produzione sia organizzata in modo che un piccolo gruppo di capitalisti domini tutto, ma domini in comune. In tal caso la produzione è organizzata, nessun capitalista combatte l'altro, ed alla concorrenza è sostituito lo sfruttamento in comune della classe operaia, ridotta in semischiavitù. Qui esiste un'organizzazione, ma anche lo sfruttamento di una classe per opera dell'altra. Anche qui abbiamo una proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma nell'interesse di una classe sola, della classe capitalista, qui non si tratta di comunismo, sebbene esista un'organizzazione della produzione. Una siffatta organizzazione della società eliminerebbe soltanto uno dei mali fondamentali - l'anarchia della produzione - ma rafforzerebbe l'altro male del capitalismo: la divisione della società in due classi antagonistiche; e la lotta di classe si accentuerebbe ancor più. Questa società sarebbe organizzata soltanto sotto un aspetto, ma la divisione in classi persisterebbe. La società comunista invece non organizza soltanto la produzione, ma libera anche l'uomo dall'oppressione per opera di altri uomini. Essa è organizzata in tutte le sue parti.
Il carattere sociale della produzione comunista si manifesta anche in tutti i particolari di questa organizzazione. Nel regime comunista, per esempio, non vi saranno direttori di fabbrica stabili o gente che durante tutta la sua vita fa il medesimo lavoro. Nell'odierna società le cose stanno così: se uno ha imparato il mestiere del calzolaio, egli non farà in tutta la sua vita altro che scarpe e non vedrà altro che le sue forme; se è pasticciere, non farà in tutta la sua vita altro che paste; se è direttore di fabbrica non farà altro che amministrare e comandare; se è semplice operaio dovrà in tutta la sua vita ubbidire ed eseguire gli ordini degli altri. Nella società comunista le cose sono diverse. Tutti gli uomini vi godono una cultura multiforme, di modo che tutti possono esplicare la loro attività in tutti i rami della produzione. Oggi sono amministratore, domani lavorerò in un saponificio, la settimana ventura in qualche serra, e di qua ad un mese in qualche centrale elettrica. Ma ciò non sarà possibile che quando tutti i membri della società potranno usufruire d'una educazione adeguata.
20. La distribuzione nella società comunista
Il sistema di produzione comunista non presuppone la produzione per il mercato, ma per il proprio bisogno. Soltanto che qui non produce più ogni singolo per sé stesso, ma l'intiera immensa cooperativa per tutti. Quindi non vi esistono più merci, ma soltanto prodotti. Questi prodotti non vengono reciprocamente scambiati: essi non vengono né venduti né comperati, ma semplicemente accumulati nei magazzini comuni e distribuiti a coloro che ne hanno bisogno. Il denaro sarà quindi superfluo. Come mai? potrà domandare qualcuno - allora vi saranno di quelli che prenderanno una grande quantità di prodotti ed altri che ne prenderanno soltanto pochi. Quale vantaggio si avrà da questo sistema di distribuzione? - Ecco come sarà organizzata la distribuzione. Nei primi tempi, forse nei primi 20-30 anni, si dovranno naturalmente introdurre nuovi regolamenti, e dati prodotti non verranno assegnati che a coloro che avranno una corrispondente annotazione nel libretto di lavoro. Più tardi, quando la società comunista si sarà sviluppata e consolidata, tutto ciò diventerà inutile. Tutti i prodotti saranno in tale abbondanza che ognuno potrà prendere quanto gli occorre. Ma non avranno gli uomini interesse a prendere più di quanto essi hanno bisogno? Certo che no. Attualmente a nessuno verrebbe in testa di prendere nel tram tre biglietti per occupare un posto solo. Così nella società comunista per tutti i prodotti. Ognuno prenderà dai depositi comuni soltanto ciò che gli occorrerà e niente di più. Nessuno avrà interesse a vendere il superfluo, poiché ognuno potrà avere ciò che gli occorre. Anche il denaro non avrà più nessun valore. Quindi agli inizi della società comunista i prodotti verranno distribuiti probabilmente secondo il lavoro prestato e più tardi semplicemente secondo i bisogni dei cittadini, dei compagni.
Spesso si sente dire che nella società futura verrà realizzato il diritto di ciascuno al prodotto integrale del proprio lavoro: ognuno riceve quanto ha prodotto. Ciò è erroneo e non potrebbe essere mai realizzato. Per quale ragione? Se tutti ricevessero ciò che hanno prodotto, non sarebbe possibile sviluppare, allargare e migliorare la produzione. Una parte del lavoro prestato deve venir sempre impiegata ad allargare e migliorare la produzione. Se si consumasse tutto ciò che viene prodotto, non si produrrebbero più macchine, le quali non possono essere né mangiate, né indossate. Ognuno comprende che la vita migliorerà con lo sviluppo della macchina. Ma ciò implica che una parte del lavoro contenuto nella macchina non ritorni più a colui che l'ha prodotta. Quindi non potrà mai avvenire che ognuno ottenga l'intero prodotto del suo lavoro. E ciò non è neppure necessario, poiché coll'impiego di macchine perfezionate la produzione sarà così abbondante, che tutti i bisogni potranno essere soddisfatti.
Quindi, nei primi tempi, la distribuzione dei prodotti si effettuerà secondo il lavoro prestato (se anche non secondo l'intero valore del prodotto) e più tardi secondo i bisogni. Non vi sarà più né carestia né miseria.
21. L’amministrazione nella società comunista
Nella società comunista non esisteranno più classi. Ma se non ci saranno più classi vuol dire che non esisterà più uno Stato. Noi già dicemmo più avanti che lo Stato è l'organizzazione del dominio di classe. Lo Stato è stato sempre impiegato come mezzo di oppressione da una classe contro l'altra. Lo Stato borghese è diretto contro il proletariato, lo Stato proletario contro la borghesia. Ma nella società comunista non esistono né latifondisti, né capitalisti, né salariati, ma soltanto uomini, compagni. Non esistono classi, e quindi né lotta di classe, né organizzazioni di classe. Non essendo più necessario di tener in freno nessuno, lo Stato diventa superfluo. Ora qualcuno mi domanderà:» Come può funzionare una organizzazione così grande senza una direzione? Chi elaborerà il piano dell'economia collettiva? Chi distribuirà le forze di lavoro? Chi calcolerà gli introiti e le spese sociali? Insomma, chi sorveglierà l'intiero ordine?».
La risposta a tutte queste domande non è difficile. La direzione centrale risiederà nei vari uffici di contabilità e negli uffici statistici. In essi giorno per giorno ci si renderà conto della produzione e dei bisogni; e inoltre si stabilirà dove la mano d'opera sia da ridurre e dove da aumentare, e quanto si debba produrre di un articolo o di un altro. E poiché tutti saranno abituati al lavoro collettivo fin dall'infanzia e tutti comprenderanno che questo lavoro è necessario e che la vita è molto più facile se tutto si svolge secondo un piano sistematico, non vi sarà nessuno che si rifiuterà di lavorare secondo le disposizioni di questi uffici di organizzazione. Non saranno necessari né ministri, né polizia, né prigioni, né leggi, né decreti - niente di tutto questo. Come in un'orchestra tutti seguono la bacchetta del maestro, così anche qui tutti seguiranno il piano di produzione, lavorando a norma di esso.
Non esisterà dunque più uno Stato. Non esisterà una casta od una classe che domini le altre. Negli uffici di organizzazione vi saranno oggi queste, domani quelle persone. La burocrazia scomparirà. Lo Stato morirà.
Quest'ordine di cose vigerà naturalmente nel regime comunista già sviluppato e consolidato, dopo la vittoria completa e definitiva del proletariato, ed anche allora non subito. La classe operaia dovrà lottare ancora lungamente contro i suoi nemici, soprattutto contro le eredità del passato, come l'ozio, la negligenza, gli istinti antisociali e criminali. Dovranno passare ancora due o tre generazioni educate nelle nuove condizioni perché le leggi e le punizioni, perché l'autorità dello Stato proletario possano venir soppresse, e tutti i residui del passato capitalista possano scomparire. Se fino allora lo Stato operaio sarà necessario, invece nella società comunista già sviluppata, in cui le tracce del capitalismo saranno state già completamente cancellate, anche il potere statale del proletariato scomparirà. Il proletariato si confonderà con le altre classi, poiché tutti a poco a poco saranno attratti nel lavoro collettivo e dopo 20-30 anni sorgerà un mondo nuovo, vi saranno altri uomini, altri costumi.
22. Lo sviluppo delle forze produttive nel regime comunista
I vantaggi del comunismo. Dopo la vittoria del regime comunista ed il risanamento di tutte le piaghe, le forze produttive prenderanno un rapido sviluppo. Le ragioni di un più rapido sviluppo delle forze produttive nella società comunista sono le seguenti. In primo luogo una quantità di energie umane, che prima erano assorbite dalla lotta di classe, diventeranno libere. Pensiamo soltanto a quanta energia, forza di nervi e lavoro vengono sprecati nell'attuale società per la politica, gli scioperi, le rivolte e la loro repressione, la giustizia, la polizia, il potere statale e la giornaliera tensione di forze dall'una come dall'altra parte! La lotta di classe divora un'infinità di energie e di mezzi. Queste energie nella società comunista saranno disponibili per il lavoro produttivo. In secondo luogo rimarranno intatte quelle energie e quei mezzi, che oggi vengono distrutti o consumati dalla concorrenza, dalle crisi e dalle guerre. Basterebbe calcolare le distruzioni prodotte dalle guerre per raggiungere cifre vertiginose. E quante perdite non subisce la società in seguito alla lotta fra venditori, o fra venditori e compratori! Quante energie vanno disperse durante le crisi! Quale spreco di forze è determinato dalla mancanza di organizzazione e dal caos della produzione! Tutte queste forze, che adesso vanno perdute, restano intatte nella società comunista. In terzo luogo l'organizzazione ed il piano sistematico non prevengono soltanto perdite non necessarie (la produzione in grande stile è sempre più economica) ma permettono pure il miglioramento tecnico della produzione. La produzione avrà sede nelle più grandi aziende e si varrà dei mezzi tecnici più perfezionati. Nel regime capitalista anche l'introduzione di nuove macchine ha i suoi limiti. Il capitalista introduce nuove macchine soltanto quando manca la mano d'opera a buon mercato; ma quando questa è largamente a sua disposizione egli non ha bisogno di introdurre innovamenti tecnici per aumentare il suo profitto. Egli ricorre alla macchina soltanto quando essa gli risparmia mano d'opera ad alto costo. Ma siccome nella società capitalistica la mano d'opera è generalmente a buon mercato, le cattive condizioni della classe operaia diventano un ostacolo al miglioramento tecnico. Questo fatto si manifesta con particolare evidenza nell'agricoltura. Quivi infatti la mano d'opera è sempre stata ed è ancora molto economica, e perciò lo sviluppo dell'industrializzazione è molto lento. Ma nella società comunista, che non si cura del profitto, ma del bene dei lavoratori, nessuna innovazione tecnica verrà trascurata. Il comunismo batte ben altra strada che il capitalismo. Le invenzioni tecniche progrediranno nel regime comunista meglio che in quello capitalista, poiché tutti godranno di buona cultura, ed avranno la possibilità di sviluppare le proprie capacità inventive, mentre nella odierna società molti operai intelligenti debbono vivere nell'ignoranza.
Nella società comunista sarà abolito qualsiasi parassitismo. Tutti i valori che nella società borghese vengono consumati e sprecati dai capitalisti, nella società comunista verranno utilizzati per le esigenze della produzione. Scompariranno i capitalisti ed i loro lacchè, i preti, le prostitute ecc. e tutti i membri della società compiranno un lavoro produttivo.
Il sistema di produzione comunista determinerà un immenso sviluppo delle forze produttive, dio modo che il lavoro che ognuno dovrà compiere nella società comunista sarà molto minore di prima. La giornata di lavoro diventerà sempre più breve e gli uomini si libereranno dalle catene con le quali li tiene vincolati la natura. Quando gli uomini dovranno impiegare soltanto poco tempo per procurarsi ciò che è necessario per la vita materiale, essi potranno dedicare una gran parte di tempo al loro sviluppo spirituale. La civiltà umana raggiungerà un grado mai sognato. La cultura sarà generale e non più una cultura di classe. Con l'oppressione dell'uomo sull'uomo scomparirà il dominio della natura sull'uomo. E l'umanità, per la prima volta nella sua storia, condurrà una vita veramente ragionevole e non più bestiale.
Gli avversari del comunismo lo hanno sempre rappresentato come una ripartizione egualitaria dei beni. Essi sostengono che i comunisti vogliono sequestrare tutto e poi ripartire in parti uguali la terra, i mezzi di produzione, ed anche i mezzi di consumo. Non vi è nulla di più assurdo di questa concezione. Innanzi tutto una divisione di questo genere non è più possibile. Infatti si possono bensì dividere la terra, il bestiame, il denaro, ma non si possono dividere le ferrovie, i piroscafi, le macchine, ecc. In secondo luogo la divisione non ci porterebbe avanti di un passo, ma costituirebbe un vero regresso dell'umanità. Essa determinerebbe la formazione di una infinità di piccoli proprietari. E noi sappiamo già che dalla piccola proprietà e dalla concorrenza dei piccoli proprietari sorge la grande proprietà ed il capitalismo. Data la divisione di tutti i beni, l'umanità dovrebbe ricominciare il suo cammino e ricantare ancora una volta la vecchia canzone. Il comunismo proletario (od il socialismo proletario) è un grande sistema economico di compagni, basato sulla proprietà comune dei mezzi di produzione. Esso nasce dallo sviluppo della società capitalistica o dalla posizione che il proletariato ha in questa società. Bisogna distinguere dal comunismo proletario:
a) Il socialismo della plebe (anarchismo). Gli anarchici rimproverano ai comunisti che il comunismo vuole mantenere nella società futura il potere statale. Come