Osservazioni preliminari.
Cittadini!
Permettetemi, prima che mi
addentri nell'argomento vero e proprio della mia esposizione, di fare alcune
osservazioni preliminari.
Regna oggi sul Continente
una vera epidemia di scioperi e una richiesta generale di aumento di salario.
La questione si presenterà al nostro
congresso.
Voi, che siete alla testa
dell'Associazione internazionale, dovete avere opinioni molto precise su questa
importante questione. Considero perciò mio dovere esaminare a fondo il
problema, anche a costo di porre la vostra pazienza a dura prova.
Una seconda osservazione
preliminare devo fare a proposito del cittadino Weston. Egli non solo ha
sviluppato davanti a voi, ma ha anche difeso apertamente concezioni che sa
essere molto malviste dagli operai, ma che egli ritiene favorevoli ai loro
interessi. Una tale prova di coraggio morale
deve essere apprezzata altamente da ognuno di noi. Spero che,
malgrado lo stile disadorno della mia esposizione, egli riconoscerà alla fine
di essa che io concordo con quella che mi sembra essere la idea giusta che sta
alla base delle sue tesi, le quali però, nella loro forma attuale, non posso
non considerare come teoricamente false e praticamente pericolose.
E passo senz'altro
all'argomento in questione.
Produzione e salari.
Il ragionamento del cittadino Weston poggia di fatto su due
premesse:
Ora, la sua prima asserzione é evidentemente errata. Voi troverete
che il valore e la massa della produzione aumentano di anno in anno, che le
forze produttive del lavoro nazionale aumentano, e che la quantità di denaro
necessaria per la circolazione di questa produzione accresciuta cambia
continuamente. Ciò che é vero alla fine dell'anno e per diversi
anni confrontati fra di loro, é vero anche per ogni giorno medio dell'anno. La
massa o grandezza della produzione nazionale cambia continuamente. Essa non é
una grandezza costante, ma una grandezza variabile; e, pur facendo astrazione
dalle variazioni della popolazione, non potrebbe non essere così, grazie al
mutamento continuo dell'accumulazione di capitale e delle forze produttive del
lavoro.
Assolutamente giusto che se oggi si verificasse un aumento del
livello generale dei salari,
questo solo fatto non muterebbe immediatamente la massa della
produzione, qualunque potesse essere il suo effetto ulteriore. Essa partirebbe
anzitutto dallo stato di cose esistente. Ma se la produzione nazionale era
variabile e non costante prima dell'aumento dei salari, essa continuerà a
essere variabile e non costante anche dopo l'aumento dei salari.
Ammettiamo pure, però, che la massa della produzione nazionale sia
costante e non variabile. Anche in questo caso quella che il nostro amico
Weston considera come una conclusione logica rimarrebbe una affermazione
infondata.
Se ho un numero determinato, per esempio 8, i limiti assoluti di
questo numero non impediscono alle sue parti di mutare i loro limiti relativi.
Se i profitti sono eguali a 6 e i salari sono eguali a 2, i salari
possono salire a 6 e i profitti scendere a 2; il totale rimane sempre 8. Dunque
la invariabilità della massa della produzione non proverebbe affatto
l'immutabilità dell'ammontare dei salari. In quale modo il nostro amico Weston
dimostra questa immutabilità? Affermandola.
Ma anche se si accetta come giusta la sua affermazione, essa
dovrebbe agire in due direzioni, mentre egli la fa operare da un lato solo. Se
l'importo dei salari é una grandezza costante, esso non può venire n‚ aumentato
n‚ diminuito. Se gli operai agiscono dunque insensatamente imponendo un aumento
passeggero dei salari, non meno insensatamente agirebbero i capitalisti
imponendo loro una temporanea diminuzione. Il nostro amico Weston non nega che in
determinate circostanze gli operai possano strappare degli aumenti di salario;
ma, poiché‚ l'importo dei salari é di sua natura fisso, all'aumento deve
seguire una reazione. Egli sa però anche, d'altra parte, che i capitalisti
possono imporre una diminuzione dei salari, e tentano di farlo, infatti, di
continuo. Secondo il principio della immutabilità dei salari, la reazione
dovrebbe verificarsi in questo caso non meno che nel caso precedente. Gli
operai agirebbero dunque giustamente, insorgendo contro il tentativo di
diminuire i salari o contro la loro diminuzione effettiva. Essi agirebbero
dunque giustamente quando cercano di strappare un aumento di salario, perché‚
ogni reazione contro una diminuzione dei salari é un'azione per aumentarli.
Dunque, secondo la stessa teoria del cittadino Weston, secondo la
teoria, cioé, dell'immutabilità dei salari, gli operai dovrebbero, in certe
circostanze, unirsi e lottare per ottenere un aumento dei salari.
Se egli nega questa conclusione, egli deve rinunciare alla premessa
da cui essa scaturisce. Egli non deve dire che l'ammontare dei salari é una
grandezza costante, ma deve dire che esso, benché‚ non possa e non debba
salire, più e deve cadere, ogni qualvolta piaccia al capitale di abbassarlo.
Se al capitalista piace nutrirsi di patate anziché‚ di carne, di
farina d'avena anziché‚ di grano, dovete accettare la sua volontà come una
legge dell'economia politica, e sottomettervi ad essa. Se in un paese il
livello dei salari é più elevato che in un altro, negli Stati Uniti, per
esempio, più che in Inghilterra, dovete spiegarvi questa differenza del livello
dei salari come una differenza tra la volontà del capitalista americano e
quella del capitalista inglese, metodo questo che semplificherebbe molto lo
studio non solo dei fenomeni economici, ma di tutti gli altri fenomeni in
generale.
Ma anche in questo caso potremmo chiedere: perché‚ la volontà del
capitalista americano é diversa da quella del capitalista inglese? E per
rispondere a questa domanda dovete uscire dal campo della volontà. Un prete mi
può raccontare che Dio vuole una cosa in Francia, un'altra in Inghilterra.
Se insisto perché‚ mi spieghi la dualità di questa volontà, egli
potrebbe avere la faccia tosta di rispondermi che Dio vuole avere una volontà
in Francia e una diversa volontà in Inghilterra. Ma il nostro amico Weston é
certamente l'ultimo a fare un argomento di una simile negazione completa di
ogni ragionamento.
La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto
più é possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non é di parlare della sua volontà,
ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi
limiti.
Produzione, salari, profitti.
La conferenza che il cittadino Weston ci ha letto avrebbe potuto
essere compressa in un guscio di noce.
Tutta la sua argomentazione conclude a questo: - se la classe
operaia costringe la classe capitalista a pagarle, sotto forma di salario in
denaro, cinque scellini invece di quattro, il capitalista gli darà in cambio,
sotto forma di merci, il valore di quattro scellini invece di cinque. La classe
operaia dovrebbe allora pagare cinque scellini ciò che essa comperava con
quattro scellini prima dell'aumento del salario. E perché questo? Perché il
capitalista per cinque scellini dà soltanto il valore di quattro scellini?
Perché lo ammontare dei salari é fisso. Ma perché é esso fissato al valore di
quattro scellini di merci? Perché non a tre, o a due, o a qualunque altra
somma? Se il limite dell'ammontare dei salari é stabilito da una legge economica,
indipendente sia dalla volontà dei capitalisti come dalla volontà degli operai,
la prima cosa che il cittadino Weston avrebbe dovuto fare era di esporre questa
legge e di provarla. Inoltre egli avrebbe dovuto dimostrare che l'ammontare dei
salari realmente pagato corrisponde sempre, in ogni momento, al necessario
ammontare dei salari, e non se ne discosta mai.
Se d'altra parte il limite dato dall'ammontare dei salari dipende
unicamente dalla volontà del capitalista o dai limiti della sua ingordigia, in
tal caso si tratta di un limite arbitrario. Esso non ha in sé nulla di
necessario.
Esso può venire modificato dalla volontà del capitalista, e può
quindi venire modificato anche contro la sua volontà.
Il cittadino Weston ha illustrato la sua teoria, raccontando che
se una zuppiera contiene una determinata quantità di minestra, che deve essere
mangiata da un determinato numero di persone, un aumento della grandezza dei
cucchiai non porterebbe a un aumento della quantità della minestra.
Egli mi permetterà di trovare che questa illustrazione é fatta un po' col cucchiaio. Essa mi ha ricordato
l'apologo di cui si é servito Menenio Agrippa. Quando i plebei romani fecero
sciopero contro i patrizi romani, il patrizio Agrippa raccontò loro che la
pancia patrizia nutre le membra plebee del corpo politico. Agrippa non riuscì
però a dimostrare che le membra di un uomo si nutrono quando si riempie la
pancia di un altro. Il cittadino Weston ha dimenticato, a sua volta, che la
zuppiera nella quale mangiano gli operai é riempita dell'intero prodotto del
lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non é né la
piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma é soltanto la
piccolezza dei loro cucchiai.
Con quale artifizio il capitalista é in condizione di dare per
cinque scellini il valore di quattro scellini? Con l'aumento del prezzo delle
merci che egli vende. Ma l'aumento dei prezzi e, in generale, la variazione di
prezzi delle merci, i prezzi delle merci insomma, dipendono essi dalla sola
volontà del capitalista? Oppure é necessario il concorso di determinate
circostanze perché questa volontà si realizzi? Se non É così, gli alti e bassi,
le incessanti fluttuazioni dei prezzi di mercato diventano un enigma
insolubile.
Poiché ammettiamo che non si é prodotto assolutamente nessun
cambiamento, né delle forze produttive del lavoro, né nella quantità del
capitale e di lavoro impiegati, o nel valore del denaro in cui viene espresso
il valore dei prodotti, ma si é prodotta soltanto una variazione nel livello
dei salari, - in quale modo questo aumento dei salari ha potuto esercitare una
influenza sui prezzi delle merci? Unicamente influendo sul rapporto concreto
tra la domanda e l'offerta di queste merci.
E' un fatto incontestabile che la classe operaia, considerata nel
suo insieme, spende e deve spendere tutto il suo salario in oggetti di prima
necessità.
Un aumento generale dei salari provocherebbe dunque un aumento
delle domande di oggetti di prima necessità e, conseguentemente, un aumento dei
loro prezzi di mercato. I capitalisti che producono questi oggetti di prima
necessità, con l'aumento dei prezzi di mercato delle loro merci sarebbero
compensati dall'aumento dei salari. Ma che ne é degli altri capitalisti, che
non producono oggetti di prima necessita? E non si tratta, potete crederlo, di
un piccolo numero. Se pensate che due terzi della produzione nazionale sono
consumati da un quinto della popolazione, - anzi, un membro della Camera dei
comuni ha calcolato recentemente che si tratta solo di un settimo della
popolazione -, comprenderete quale immensa parte della produzione nazionale
deve essere costituita da oggetti di lusso, o deve essere scambiata con
articoli di lusso, e quale enorme massa di oggetti di prima necessità viene
sciupata per lacché, cavalli, gatti e così via; uno spreco che, come
l'esperienza ce lo indica, subisce sempre una forte diminuzione quando
aumentano i prezzi degli oggetti di prima necessità.
Ora, in quale situazione si verranno a trovare quei capitalisti
che non producono oggetti di prima necessità? Essi non potrebbero rivalersi
della caduta del saggio del profitto, conseguente all'aumento generale dei
salari, con un aumento dei prezzi delle loro merci, perché la domanda di queste
merci non sarebbe aumentata. Il loro reddito diminuirebbe, e di questo reddito
diminuito essi dovrebbero spender di più per la stessa quantità di oggetti di
prima necessità ma a più alto prezzo. E non sarebbe ancora tutto. Essendo
diminuito il loro reddito, essi potrebbero spendere di meno anche per oggetti
di lusso, e quindi diminuirebbe la domanda reciproca delle loro merci
rispettive. Come conseguenza di questa contrazione della domanda, i prezzi
delle loro merci cadrebbero. Perciò in questi rami di industria il saggio del
profitto cadrebbe non soltanto in rapporto diretto all'aumento generale del
livello dei salari, ma in rapporto all'azione combinata dell'aumento generale
dei salari, all'aumento dei prezzi degli articoli di prima necessità e della
caduta dei pezzi degli oggetti di lusso.
Quale sarebbe la conseguenza di questa differenza nei saggi di
profitto dei capitali impiegati nei differenti rami di industria? Certo, la
stessa conseguenza che si verifica ogni volta che per un motivo qualsiasi si
producono differenze nel saggio di profitto nei diversi campi della produzione.
Capitale e lavoro si sposterebbero dai rami meno remunerativi a quelli più
remunerativi; e questo processo di spostamento durerebbe sino a tanto che
l'offerta in un ramo d'industria fosse salita proporzionalmente alla maggiore
domanda, fosse caduta negli altri rami in ragione della domanda minore. Una
volta compiuto questo cambiamento nei diversi rami dell'industria si
ritornerebbe al saggio generale del profitto. Poiché tutto questo spostamento
aveva avuto origine da un semplice mutamento intervenuto nel rapporto fra la
domanda e l'offerta delle varie merci, col cessare della causa dovrebbe cessare
anche l'effetto, e i prezzi dovrebbero ritornare al loro livello e al loro
equilibrio primitivi. La caduta del saggio del profitto, conseguente
all'aumento dei salari, diventerebbe così generale, invece di rimanere limitata
solo ad alcuni rami di industria.
Secondo la nostra supposizione, non si sarebbe verificato nessun
mutamento n‚ nelle forze produttive del lavoro, né nell'ammontare totale della
produzione; quella data massa di produzione avrebbe soltanto cambiato la sua
forma.
Una parte maggiore della produzione esisterebbe ora sotto la forma
di oggetti di prima necessità, una parte minore sotto la forma di oggetti di
lusso, o, il che é poi la stessa cosa, una parte minore verrebbe scambiata con
merci di lusso straniere e consumata nella sua forma originaria, o, il che é
ancora la stessa cosa, una parte minore verrebbe scambiata con merci di lusso
straniere e consumata nella sua forma originaria, o, il che é ancora la stessa
cosa, una parte maggiore della produzione indigena verrebbe scambiata con
oggetti di prima necessità importati dall'estero, invece di essere scambiata
con oggetti di lusso. L'aumento generale del livello dei salari, non porterebbe
dunque ad altro, dopo un turbamento temporaneo dei prezzi di mercato, che alla
caduta generale del saggio del profitto, senza alcuna variazione durevole nel
prezzo delle merci.
Se mi si dice che la mia dimostrazione é fondata sul presupposto
che tutto l'aumento dei salari venga speso in oggetti di prima necessità,
risponderò che ho fatto l'ipotesi più favorevole alla concezione del cittadino
Weston.
Se l'aumento dei salari venisse speso in oggetti che prima non
facevano parte del consumo degli operai, l'aumento reale della loro forza di
acquisto non avrebbe più bisogno di essere provato. Ma poiché questo aumento
non é che la conseguenza dell'aumento dei salari, esso deve corrispondere
esattamente alla diminuzione della forza di acquisto dei capitalisti. La
domanda complessiva di merci quindi non aumenterebbe; cambierebbero solo le
parti costitutive di questa domanda. La crescente domanda da una parte sarebbe
compensata dalla domanda decrescente dall'altra parte. In tal modo, rimanendo
invariata la domanda complessiva, nessuna variazione potrebbe verificarsi nei
prezzi di mercato delle merci.
Vi trovate quindi di fronte a un dilemma. O l'aumento dei salari é
ripartito ugualmente su tutti gli oggetti di consumo, e in questo caso l'aumento
della domanda da parte della classe operaia deve essere compensato dalla caduta
della domanda da parte della classe capitalista. Oppure lo aumento
dei salari É speso soltanto per determinati oggetti, i cui prezzi
di mercato aumenteranno temporaneamente, e in tal caso l'aumento del saggio del
profitto in alcuni rami di industria e la caduta del saggio del profitto in
altri rami, che ne conseguono, provocheranno un mutamento nella ripartizione di
capitale e di lavoro, il quale durerà sino a che l'offerta si sarà adattata
alla maggiore domanda in un ramo d'industria, e alla minore domanda nell'altro
ramo.
Secondo la prima ipotesi, non si avrà nessun cambiamento nei
prezzi delle merci. Secondo l'altra, i valori di scambio delle merci, dopo
alcune oscillazioni dei prezzi di mercato, ritorneranno al loro livello
primitivo. Secondo le due ipotesi l'aumento generale del livello dei salari non
avrà infine altra conseguenza che una caduta generale del saggio del profitto.
Per eccitare la vostra fantasia, il cittadino Weston vi ha
invitati a pensare alle difficoltà che sorgerebbero da un aumento generale dei
salari degli operai agricoli inglesi da nove a diciotto scellini. Pensate
dunque, egli ha esclamato, all'enorme aumento della domanda di oggetti di prima
necessità e allo spaventoso aumento dei prezzi che ne seguirebbe! Orbene, voi
tutti sapete che i salari medi degli operai agricoli americani sono alti più
del doppio di quelli degli operai agricoli inglesi, quantunque i prezzi dei
prodotti agricoli siano più bassi negli Stati Uniti che in Inghilterra,
quantunque negli Stati Uniti regnino gli stessi rapporti generali fra capitale
e lavoro che in Inghilterra, e quantunque la massa della produzione annua sia
negli Stati Uniti molto più piccola che in Inghilterra. Perché dunque il nostro
amico suona questa campana d'allarme? Soltanto per spostare la vera questione
che sta davanti a noi. Un aumento improvviso di salari da nove a diciotto
scellini sarebbe un aumento improvviso del 100 per cento del loro ammontare. Ma
noi non discutiamo affatto se il livello generale dei salari in Inghilterra
possa essere aumentato improvvisamente del 100 per cento. La misura
dell'aumento, che in ogni caso pratico dipende dalle circostanze determinate,
alle quali deve adattarsi, non ci interessa affatto.
Dobbiamo soltanto ricercare quale influenza esercita un aumento
generale del livello dei salari, anche se limitato all'uno per cento.
Lasciando dunque da parte l'aumento fantastico del 100 per cento
dell'amico Weston, voglio attirare la vostra attenzione sul reale aumento dei
salari che si é verificato in Gran Bretagna dal 1849 al 1859.
Conoscete tutti la legge delle dieci ore, o meglio la legge delle
dieci ore e mezzo, che entrò in vigore nel 1848. Fu uno dei più grandi
rivolgimenti economici cui abbiamo assistito. Fu un aumento improvviso e
obbligatorio dei salari, non in alcune industrie locali, ma nei rami principali
dell'industria, con i quali l'Inghilterra domina i mercati mondiali. Fu un
aumento dei salari in circostanza singolarmente sfavorevoli. Il dottor Ure, il
professor Senior e tutti gli altri portavoce ufficiali della economia della
classe borghese dimostrarono - e, son costretto a dirlo, con argomentazioni
molto più solide di quelle del nostro amico Weston - che questa legge avrebbe
suonato la campana a morte dell'industria inglese. Essi dimostrarono che non si
trattava soltanto di un semplice aumento dei salari, ma di un aumento dei
salari che si iniziava e si fondava su una diminuzione della quantità di lavoro
impiegato. Essi asserivano che la dodicesima ora che si voleva togliere al
capitalista, era proprio l'unica ora dalla quale egli traeva il proprio
profitto.
Essi minacciavano una diminuzione dell'accumulazione del capitale,
aumento dei prezzi, perdita di mercati, riduzione della produzione, conseguente
ripercussione sui salari, e infine la rovina. Essi affermavano che in realtà la
legge di Massimiliano Robespierre sui prezzi massimi era una inezia al
confronto di ciò, e in un certo senso avevano ragione. Ora, quale fu il
risultato? Un aumento dei salari in denaro degli operai di fabbrica malgrado la
diminuzione della giornata di lavoro, un aumento notevole del numero degli
operai di fabbrica occupati, una caduta costante dei prezzi dei loro prodotti,
un mirabile sviluppo delle forze produttive del loro lavoro, un allargamento
costante e inaudito dei mercati per le loro merci.
A Manchester, in una adunanza della società per l'incoraggiamento
della scienza ho udito io stesso nel 1860 il signor Newman confessare che egli,
il dottor Ure, Senior e tutti gli altri rappresentanti ufficiali della scienza
economica si erano sbagliati, mentre l'istinto del popolo aveva visto giusto.
Mi riferisco la signor W. Newman, e non al professore Francis
Newman, perché egli occupa un posto eminente nella scienza economica, come
collaboratore ed editore della ®Storia dei prezzi del signor Thomas Tooke,
quest'opera magnifica, che traccia la storia dei prezzi dal 1793 al 1856. Se
l'idea fissa del nostro amico Weston circa un ammontare fisso dei salari, una
quantità fissa di produzione, un grado fisso della forza produttiva del lavoro,
una volontà fissa e costante dei capitalisti, e tutte le altre sue cose fisse e
definitive fossero giuste, sarebbero state giuste anche le previsioni sinistre
del professor Senior, e avrebbe avuto torto Robert Owen, che già nel 1816
richiedeva una diminuzione generale della giornata di lavoro come primo passo
per preparare la liberazione della classe operaia, e nonostante il pregiudizio
generale la introdusse realmente, di sua iniziativa, nella sua fabbrica tessile
di New Lanark.
Nel momento stesso in cui si introduceva la legge delle dieci ore
e aveva luogo l'aumento dei salari che ne conseguì, si verificò in Inghilterra,
per motivi che non É ora il caso di enumerare, un aumento generale dei salari
degli operai agricoli.
Quantunque non sia necessario per il mio scopo immediato, pure,
per non indurvi in errore, voglio fare alcune osservazioni preliminari.
Se alcuno riceveva un salario settimanale di due scellini e il suo
salario viene portato a quattro scellini, il livello del salario sarà aumentato
del 100 per cento. Dal punto di vista del livello del salario, parrebbe una
cosa meravigliosa, quantunque l'ammontare reale dei salari, quattro scellini
settimanali, resti pur sempre un salario di fame, infimo, miserabile.
Non dovete dunque lasciarvi accecare da questa altisonante
percentuale di aumento nel livello dei salari, ma dovete sempre chiedere quale
era l'importo originario.
Dovete comprendere inoltre che se dieci operai ricevono
settimanalmente due scellini ciascuno, altri cinque operai cinque scellini
ciascuno, e altri cinque operai ancora undici scellini ciascuno, i venti operai
assieme ricevono settimanalmente cento scellini, cioé cinque sterline. Se la
somma totale dei loro salari settimanali aumenta, mettiamo, del 20 per cento,
vi sarà un aumento da cinque a sei sterline. Se prendiamo la media, potremo
dire che il livello generale del salario é aumentato del 20 per cento, ma in
realtà i salari di dieci operai sono rimasti immutati, i salari di un primo
gruppo di cinque operai sono saliti da cinque a sei scellini, e la somma dei
salari di un secondo gruppo di cinque operai é aumentata da 55 a 70 scellini
settimanali.
La metà degli operai non avrebbe affatto migliorato la propria
condizione, un quarto l'avrebbe migliorata in misura impercettibile, e soltanto
un quarto l'avrebbe migliorata realmente. Se però si calcola la media,
l'importo totale dei salari di questi venti operai sarebbe aumentato del 20 per
cento; e, per quanto riguarda il capitale complessivo che li occupa e i prezzi
delle merci che essi producono, sarebbe perfettamente la stessa cosa se
ciascuno di essi avesse partecipato in eguale misura all'aumento medio dei
salari. Nel caso degli operai agricoli, i cui salari normali sono molto
differenti nelle singole contee d'Inghilterra e di Scozia,
l'aumento si verificò in modo molto disuguale.
Infine, nel periodo in cui ebbe luogo quell'aumento dei salari si
manifestarono delle influenze contrarie, come ad esempio le nuove imposte in
conseguenza della guerra contro la Russia, la vasta distruzione delle case
d'abitazione degli operai agricoli e così via.
Dopo tutte le premesse che ho fatto, passo a constatare che dal
1849 al 1859 si verificò nella Gran Bretagna un aumento di circa il 40 per
cento del livello medio dei salari agricoli inglesi. Potrei citarvi molti
particolari a prova della mia asserzione, ma per lo scopo che mi propongo
ritengo sufficiente rimandarvi alla esposizione coscienziosa e critica fatta dal
defunto signor John C. Morton nel 1860 alla società londinese delle Arti sulle
forze impiegate nell'agricoltura. Il signor Morton espone tutti i dati
statistici che egli ha raccolto esaminando i conti e altri documenti autentici
di circa cento coltivatori di dodici contee scozzesi e trentacinque contee
inglesi.
Secondo l'opinione del nostro amico Weston, e tenuto conto
dell'aumento contemporaneo dei salari degli operai di fabbrica, nel decennio
1849-59 avrebbe dovuto prodursi un enorme aumento dei prezzi dei prodotti
agricoli. Invece, che avvenne in realtà? Malgrado la guerra contro la Russia e
i cattivi raccolti successivi dal 1854 al 1856, il prezzo medio del grano, che
é il principale prodotto agricolo dell'Inghilterra, cadde da circa tre sterline
al quarter per gli anni dal 1838 al 1848, a circa due sterline e dieci scellini
al quarter per gli anni dal 1849 al 1859. Ciò significa una caduta del prezzo
del grano di più del 16 per cento, parallelamente a un aumento medio dei salari
degli operai agricoli del 40 per cento. Durante lo stesso periodo, se ne
confrontiamo la fine con il principio, cioé il 1859 con il 1849, il numero dei
poveri registrati ufficialmente cadde da 934.419 a 860.470, con una differenza
di 73.949; diminuzione lo confesso assai lieve, e che scomparve nuovamente
negli anni seguenti, ma pur tuttavia una diminuzione Si potrebbe dire che in
seguito alla abolizione delle leggi sul grano l'importazione di grani esteri é
raddoppiata nel periodo dal 1849 al 1859 in confronto al periodo dal 1838 al
1848. Ma che significa questo? Secondo il modo di vedere del cittadino Weston
si sarebbe dovuto attendere che questa domanda improvvisa, enorme, in continuo
aumento, sui mercati stranieri, spingesse i prezzi dei prodotti agricoli a
un'altezza spaventosa, dato che gli effetti
di una domanda accresciuta sono gli stessi, venga essa
dall'esterno o dall'interno.
Che cosa accadde invece? A eccezione di qualche annata di cattivo
raccolto, la caduta rovinosa del prezzo del grano fu in Francia, per tutto il
periodo, oggetto di costanti lamentele; gli americani furono costretti a più
riprese a bruciare i loro prodotti esuberanti; e la Russia, se dobbiamo credere
al signor Urquhart, fomentò la guerra civile negli Stati Uniti perché la sua
esportazione di prodotti agricoli sui mercati europei era paralizzata dalla
concorrenza degli Yankee.
Ridotta alla sua forma astratta, l'argomentazione del cittadino
Weston si riduce a quanto segue: - ogni aumento della domanda avviene sempre
sulla base di una data quantità di produzione. Essa quindi non può mai
aumentare l'offerta dell'articolo richiesto, essa può soltanto aumentarne il
prezzo in denaro. L'esperienza più elementare dimostra invece che un aumento
della domanda in taluni casi lascia completamente invariati i prezzi di mercato
delle merci, mentre in altri casi provoca un aumento temporaneo dei prezzi di
mercato, al quale segue un aumento dell'offerta; il che provoca di nuovo una
caduta dei prezzi al loro livello di prima e in molti casi anche al di sotto
del loro livello di prima. Che l'aumento della domanda dipenda dall'aumento dei
salari o da qualsiasi altra ragione, ciò non cambia niente ai termini del
problema. Secondo il modo di vedere del cittadino Weston, il fenomeno generale
era tanto difficile da spiegare quanto il fenomeno avvenuto durante le
eccezionali circostanze di un aumento dei salari. Il suo argomento non fornisce
quindi la minima prova, in rapporto col tema che stiamo trattando. Esso esprime
soltanto il suo imbarazzo allorché egli deve spiegare le leggi secondo le quali
un aumento della domanda provoca un aumento dell'offerta e non un aumento
definitivo dei prezzi sul mercato.
Nel secondo giorno di discussione il nostro amico Weston ha
rivestito le sue vecchie affermazioni di forme nuove. Egli ha detto: come
conseguenza di un aumento generale dei salari in denaro é necessario più denaro
in contanti per pagarli. E poiché la massa del denaro circolante é fissa, come
potete con questa quantità fissa di denaro che é in circolazione pagare una
maggiore quantità di salari in denaro? Prima la difficoltà sorgeva dal fatto
che, anche aumentando i salari in denaro, la quantità di merci che spetta agli
operai rimane però costante; ora la difficoltà sorge dall'aumento dei salari in
denaro nonostante rimanga costante la massa delle merci.
Naturalmente, se respingete il suo dogma fondamentale, anche
questa difficoltà secondaria sparirà.
Pur tuttavia voglio dimostrarvi che questa questione del denaro
non ha assolutamente niente che fare con l'argomento che stiamo trattando.
Il meccanismo dei pagamenti é nel vostro paese molto più
perfezionato che in qualsiasi altro paese d'Europa. Grazie all'espansione e
alla concentrazione del sistema bancario, occorre una massa molto più piccola
di circolante per mettere in circolazione la stessa somma di valori o per
concludere lo stesso numero o un maggior numero di affari. Per quanto riguarda
i salari, ad esempio, l'operaio industriale inglese versa settimanalmente il
suo salario al bottegaio, il quale lo passa ogni settimana al banchiere, che lo
trasferisce di nuovo settimanalmente al fabbricante, il quale lo paga di nuovo
ai suoi operai, e così via. Per mezzo di questo meccanismo il salario annuo di
un operaio, che ammonti per esempio a 52 sterline, può essere pagato con una
sola sterlina, la quale percorre tutte le settimane lo stesso ciclo. Nella
stessa Inghilterra questo meccanismo non é così perfezionato come in Scozia, e
non É dappertutto ugualmente perfezionato.
Per questo noi vediamo, ad esempio, che in talune contrade
agricole per mettere in circolazione un minor numero di valori occorre molta
maggiore quantità di circolante che in contrade nettamente industriali.
Se traversate la Manica, troverete che i salari in denaro sono
molto più bassi che in Inghilterra, ma che la loro circolazione richiede, in
Germania, in Italia, nella Svizzera e in Francia, una massa molto più grande di
circolante.
La stessa sterlina non viene così rapidamente assorbita dalle
banche o rinviata al capitale industriale; perciò, invece di una sterlina per
la circolazione annua di 52 sterline, ne occorrono forse tre per far circolare
salari annui che si elevano a 25 sterline. Se confrontate in questo modo i
paesi del Continente con l'Inghilterra, vedrete subito che salari in denaro
bassi richiedono talora per la loro circolazione una maggiore massa di
circolante che non ne occorra per salari elevati, e che questa é effettivamente
una questione puramente tecnica, del tutto lontana dal nostro argomento.
Secondo i migliori calcoli che io conosco, il reddito annuo della
classe operaia di questo paese può essere valutato a 250 milioni di sterline.
Questa somma enorme É messa in circolazione da circa tre milioni
di sterline.
Supponiamo che si verifichi un aumento dei salari del 50 per
cento. Saranno allora necessari quattro milioni e mezzo di circolante invece di
tre milioni.
Poiché una parte notevole delle spese quotidiane dell'operaio sono
effettuate in monete di argento e di rame, cioé in semplici segni monetari, il
cui valore rispetto all'oro É fissato arbitrariamente dalla legge, come avviene
per la carta moneta non convertibile, un aumento dei salari in denaro del 50
per cento significherebbe al massimo un aumento della circolazione di sterline,
poniamo, di un milione. Un milione, che ora giace nei sotterranei della Banca
d'Inghilterra o di banche private, sotto forma di oro in verghe o monetato,
entrerebbe in circolazione. Ma anche la spesa minima che provocherebbe la
coniatura o l'accresciuto logorio di questo milione potrebbe venire evitata e
verrebbe evitata in realtà, se dovesse sorgere un qualsiasi disagio dal bisogno
di maggior circolante.
Voi tutti sapete che il denaro circolante in questo paese si
divide in due grandi gruppi. L'uno, costituito da banconote delle specie più
diverse, viene usato nelle transazioni fra commercianti e, nei grossi
pagamenti, anche fra consumatori e commercianti, mentre un'altra specie di
circolante, la moneta metallica, circola nel piccolo commercio. Quantunque
siano diverse, queste due specie di circolante si mescolano l'una all'altra.
Così avviene che una grandissima parte delle monete d'oro circola anche nei
grandi pagamenti per tutte le somme inferiori a cinque sterline. Se domani
venissero emessi biglietti, da quattro, da tre o da due sterline, l'oro che
riempie ora questi canali di circolazione ne verrebbe immediatamente respinto e
sarebbe diretto a quei canali nei quali ne esisterebbe il bisogno in seguito
all'aumento dei salari in denaro. In questo modo, il milione in più richiesto
dall'aumento dei salari del 50 per cento verrebbe ottenuto senza l'apporto di
una sola sterlina. Lo stesso effetto potrebbe essere ottenuto senza l'aumento
di un solo biglietto di banca, con una maggiore circolazione cambiaria, come é
avvenuto per un lungo periodo di tempo nel Lancashire.
Se un aumento generale del livello dei salari, per esempio del 100
per cento, come il cittadino Weston suppone per i salari dei lavoratori
agricoli, provocasse un forte aumento dei prezzi degli oggetti di prima
necessità e, secondo il suo modo di vedere, richiedesse una quantità di mezzi
di pagamento, impossibile a procurarsi, una caduta generale dei salari dovrebbe
provocare lo stesso effetto, nella stessa misura, ma in direzione opposta.
Benissimo! Voi tutti sapete che gli anni dal 1858 al 1860 furono
gli anni di maggior prosperità per l'industria del cotone, e che
particolarmente l'anno 1860 resta, a questo riguardo, insuperato negli annali
del commercio, mentre in pari tempo anche tutti gli altri rami dell'industria
godevano di una grande prosperità. I salari degli operai dell'industria del
cotone e di tutti gli altri operai legati a questa industria erano nel 1860 più
alti di quanto non fossero mai stati. Sopravvenne allora la crisi americana e
tutti questi salari furono di colpo ridotti a un quarto circa del loro importo
primitivo. Ciò avrebbe significato, nella direzione opposta, un aumento del 300
per cento.
Quando i salari salgono da
cinque a venti diciamo che sono aumentati del 300 per cento; quando essi cadono
da venti a cinque, diciamo che sono diminuiti del 75 per cento; ma l'importo
dell'aumento in un caso e della diminuzione nell'altro caso, sarebbe lo stesso,
e cioé quindici scellini. Si trattò dunque di un cambiamento improvviso del
livello dei salari, come non si era mai verificato prima; inoltre, se teniamo
conto non soltanto degli operai occupati nell'industria del cotone, ma anche
degli operai dipendenti indirettamente da questa industria, il cambiamento si
estese a una massa di operai di una metà più grande del numero dei lavoratori
agricoli. Orbene, cadde forse il prezzo del grano? Esso salì da un prezzo medio
annuo di 47 scellini e 8 denari al quarter durante il triennio 1858-60 al
prezzo medio annuo di 55 scellini e 10 denari durante il triennio 1861-63. Per
quanto riguarda il circolante, nel 1861 furono coniate dalla zecca 8.673.232
sterline, contro 3.378.102 sterline nel 1860, il che vuol dire che nel 1861
furono coniate 5.295.130 sterline più che nel 1860. vero che la circolazione dei biglietti di banca fu nel 1861 di 1.319.000
sterline inferiore a quella del 1860. Facciamo la sottrazione. rimane pur
sempre un eccedente di mezzi di pagamento per il 1861, in confronto con il
1860, anno di prosperità, di 3.976.130, cioé circa quattro milioni di sterline;
ma, nello stesso tempo, la riserva aurea della Banca d'Inghilterra era
diminuita, se non proprio nella stessa proporzione, almeno in proporzione quasi
uguale.
Confrontate il 1862 con il 1842. Facendo astrazione dall'immenso
aumento del valore e della quantità delle merci in circolazione, il capitale
pagato nel 1862 in regolari transazioni d'affari, per azioni, prestiti, ecc.,
per le ferrovie, in Inghilterra e nel Galles, ammonta da solo a 320.000.000 di
sterline, somma che nel 1842 sarebbe apparsa favolosa. Nonostante ciò, la somma
totale dei mezzi di circolazione negli anni 1862 e 1842 fu approssimativamente
la stessa, e in generale noterete, di fronte a un enorme aumento di valore non
solo delle merci, ma di tutte le transazioni in denaro in generale, una
tendenza alla contrazione progressiva del circolante. Secondo il nostro amico
Weston, questo é un enigma insolubile.
Se egli fosse penetrato un po' più a fondo nella questione,
avrebbe trovato che, fatta astrazione dai salari, e ammettendo che essi
rimangano invariati, il valore e la quantità delle merci da mettere in
circolazione e, in generale, l'importo delle transazioni monetaria da
concludersi, variano giornalmente; che l'ammontare dei biglietti di banca
emessi varia giornalmente; che l'importo dei pagamenti effettuati senza alcun
ricorso al denaro, a mezzo di cambiali, di assegni, di conti correnti, di
stanze di compensazione, varia giornalmente; che, nella misura in cui la moneta
metallica é veramente necessaria, il rapporto fra le monete che sono in
circolazione e le monete e l'oro che sono in riserva o giacciono nei
sotterranei delle banche varia giornalmente; che l'ammontare dell'oro assorbito
dalla circolazione nazionale e dell'oro spedito all'estero per la circolazione
internazionale variano giornalmente.
Egli avrebbe trovato che il suo dogma di un quantità fissa di
circolante é un enorme errore, che non si può conciliare con i fatti di tutti i
giorni.
Egli avrebbe indagato quali sono le leggi che permettono ai mezzi
di pagamento di adattarsi a condizioni che variano costantemente, invece di
servirsi della sua falsa concezione delle leggi del circolante come di un
argomento contro l'aumento dei salari.
Il nostro amico Weston fa suo il proverbio latino: "repetitio
est mater studiorum", cioé: la ripetizione é la madre dello studio, e
perciò ripete il suo dogma primitivo in una nuova forma, dicendo che la
contrazione del circolante provocata dall'aumento dei salari provocherebbe una
diminuzione del capitale, e così via. Avendo scartato le sue fantasticherie sul
circolante, penso che sia completamente inutile che mi soffermi sulle
conclusioni immaginarie che egli ritiene di poter dedurre dalla sua immaginaria
catastrofe del circolante. Passo quindi subito a ricondurre alla sua forma
teorica più semplice il suo dogma sempre uguale, che egli ripete in tante forme
diverse.
L'assenza di spirito critico con la quale egli tratta il suo
argomento verrà resa manifesta da una sola osservazione. Egli si oppone a un
aumento dei salari, oppure ad alti salari come risultato di un tale aumento.
Ora, io gli domando: - Che cosa sono gli alti salari, e che cosa sono dei bassi
salari? Perché, per esempio, cinque scellini la settimana sono considerati un
salario basso, e venti scellini un salario alto? Se cinque é basso in confronto
a venti, venti é ancora più basso in confronto a duecento. Se uno fa una
conferenza sul termometro e incomincia a declamare sui gradi alti e sui gradi
bassi, non insegna niente a nessuno. Egli deve incominciare con lo spiegarmi
come vengono determinati il punto di congelamento e il punto di ebollizione, e
come questi punti di paragone sono determinati da leggi della natura, e non
dalla fantasia dei venditori e dei fabbricanti di termometri. Ora, per quanto
concerne i salari e i profitti, il cittadino Weston non solo ha trascurato di
derivare dalle leggi economiche siffatti punti fondamentali, ma non ha nemmeno
sentito la necessità di ricercarli.
Egli si é accontentato di fare le sue espressioni correnti di alto
e basso, come se esse avessero un significato immutabile, quantunque sia del
tutto evidente che i salari possono dirsi alti o bassi soltanto in rapporto a
una misura sulla base della quale viene calcolata la loro grandezza.
Egli non sarà in grado di dirmi perché una determinata somma di
denaro viene pagata per una determinata quantità di lavoro. Se egli mi
rispondesse:
- La cosa viene fissata dalla legge della offerta e della domanda,
- allora gli domanderei subito da quale legge sono regolate a loro volta
l'offerta e la domanda. E una tale replica lo metterebbe subito fuori
combattimento.
I rapporti fra la domanda e l'offerta del lavoro subiscono
variazioni continue, e insieme con essi variano i prezzi di mercato del lavoro.
Se la domanda supera l'offerta, i salari salgono, se l'offerta supera la
domanda, i salari cadono, quantunque in tali circostanze sarebbe necessario
saggiare lo stato reale della domanda e dell'offerta, con uno sciopero, per
esempio, o con qualunque altro metodo. Ma se considerate la domanda e l'offerta
come la legge che regola i salari, declamare contro un aumento dei salari
sarebbe altrettanto puerile quanto inutile, poiché secondo la legge suprema che
voi invocate un aumento periodico dei salari é tanto necessario e giustificato
quanto una loro periodica caduta. Ma se voi non considerate la domanda e
l'offerta come la legge che regola i salari, vi ripeto ancora una volta la
domanda: - Perché per una determinata quantità di lavoro viene corrisposta una
determinata somma di denaro? Ma consideriamo la cosa in modo più vasto.
Commettereste un grave errore se ammetteste che il valore del lavoro o di
qualsiasi altra merce é determinato, in ultima analisi, dall'offerta e dalla
domanda. La domanda e l'offerta non regolano altro che le oscillazioni
temporanee dei prezzi sul mercato.
Esse vi spiegheranno perché il prezzo di mercato di una merce sale
al di sopra o cade al di sotto del suo valore, ma non vi possono mai spiegare
questo valore. Supponiamo che la domanda e l'offerta si facciano equilibrio o,
come dicono gli economisti, si coprano reciprocamente. Nel momento stesso in
cui queste forze contrapposte sono ugualmente forti, esse si elidono
reciprocamente e cessano di agire in una direzione o nell'altra. Nel momento in
cui domanda e offerta si fanno equilibrio e perciò cessano di agire, il prezzo
di mercato di una merce coincide con il suo valore reale, con il prezzo
normale, attorno al quale oscillano i suoi prezzi di mercato.
Se indaghiamo la natura di questo valore, non abbiamo niente che
fare con gli effetti temporanei della domanda e dell'offerta sui prezzi di
mercato.
Lo stesso vale per i salari e per i prezzi di tutte le altre
merci.
Ridotte alla loro espressione teorica più semplice, le
dimostrazioni del nostro amico si riducono tutte a questo unico dogma: "I
prezzi delle merci vengono determinati o regolati dai salari". Potrei
riferirmi a osservazioni pratiche e invocare la testimonianza di esse contro
questo errore vecchio e ormai superato.
Vi potrei dire che gli operai di fabbrica, i minatori, i carpentieri
navali e altri operai inglesi, il cui lavoro É relativamente ben pagato,
battono tutte le altre nazioni per il basso prezzo dei loro prodotti, mentre,
per esempio, l'operaio agricolo inglese, il cui lavoro é pagato relativamente
male, é battuto da quasi tutte le altre nazioni per l'alto prezzo dei suoi
prodotti. Confrontando un articolo con l'altro nello stesso paese, e
confrontando le une con le altre le merci di diversi Paesi, potrei mostrarvi
che, a parte alcune eccezioni più apparenti che reali, in media il lavoro
pagato male produce le merci care. Naturalmente, ciò non proverebbe che gli
alti prezzi del lavoro in un caso e il basso prezzo nell'altro caso siano la
causa rispettiva di questi effetti diametralmente opposti, ma ad ogni modo ciò
prova che i prezzi delle merci non sono determinanti dai prezzi del lavoro. Ad
ogni modo, l'applicazione di questo metodo empirico é per noi completamente
superflua.
Si potrebbe forse negare che il cittadino Weston abbia avanzato il
dogma:
"I prezzi delle merci vengono determinati o regolati dai
salari". Infatti, egli non ha mai dato questa formula. Egli dice al
contrario che anche il profitto e la rendita sono parti integranti dei prezzi
delle merci, perché sui prezzi delle merci debbono venir pagati non solo i
salari, ma anche i profitti dei capitalisti e le rendite dei proprietari
fondiari. Ma come, a suo avviso, vengono formati i prezzi? Innanzi tutto dai
salari. Poi viene aggiunta ai prezzi una determinata percentuale a favore del
capitalista e un'altra a favore del proprietario fondiario. Supponiamo che i
salari degli operai impiegati nella produzione di una merce ammontino a dieci.
Se il saggio del profitto é del 100 per cento, il capitalista aggiungerebbe
dieci all'importo dei salari pagati, e se anche la rendita fosse il 100 per
cento del salario, si aggiungerebbe un altro dieci, e il prezzo complessivo
della merce salirebbe quindi a trenta. Ma una tale determinazione dei prezzi
sarebbe semplicemente la loro determinazione sulla base dei salari. Se, nel
nostro caso, i salari salissero a venti, il prezzo della merce salirebbe a
sessanta, e così via. Per questo tutti i vecchi scrittori di economia politica,
i quali sostenevano come un dogma che i salari regolano i prezzi, hanno tentato
di provarlo trattando il profitto e la rendita come semplici aumenti
percentuali aggiunti ai salari. Naturalmente nessuno di loro fu in grado di
ricondurre a una legge economica qualunque i limiti di questi aumenti
percentuali. Sembrava che essi credessero, invece, che i profitti sono
determinati dalla tradizione, dall'abitudine, dalla volontà dei capitalisti, o
sulla base di qualche altro metodo arbitrario e inspiegabile. Allorché essi
sostengono che i profitti sono determinati dalla concorrenza fra i capitalisti,
con ciò non dicono niente. Questa concorrenza può certamente rendere uguali i
diversi saggi di profitto nei diversi rami dell'industria, oppure ridurli a un
livello medio, ma essa non potrà mai determinare questo livello stesso, o il
saggio generale del profitto.
Che cosa intendiamo dire quando affermiamo che i prezzi delle
merci sono determinati dai salari? Poiché‚ i salari non sono che un termine per
designare il prezzo del lavoro, intendiamo dire con ciò che i prezzi delle
merci sono determinati dal prezzo del lavoro. Poiché prezzo é valore di
scambio, - e quando dico valore, intendo sempre valore di scambio -, e cioé
valore di scambio espresso in denaro, la cosa si riduce a dire che "il
valore del lavoro é la misura generale del valore".
Ma allora come viene determinato a sua volta il "valore del
lavoro"? Qui arriviamo a un punto morto. A un punto morto, naturalmente,
se cerchiamo di ragionare logicamente. I sostenitori di quella dottrina non
hanno però troppi scrupoli logici. Prendete, per esempio, il nostro amico
Weston.
Prima egli ci ha detto che i salari regolano i prezzi delle merci
e che perciò i prezzi devono salire quando salgono i salari. Poi ha fatto un
mezzo giro per mostrarci che un aumento dei salari non servirebbe a niente
perché i prezzi delle merci sono saliti, e perché i salari di fatto sono
misurati dai prezzi delle merci per le quali essi vengono spesi. Incominciamo
dunque con l'affermazione che il valore del lavoro determina il valore della
merce, e terminiamo con l'affermazione che il valore della merce determina il
valore del lavoro. Ci aggiriamo dunque in un circolo vizioso e non arriviamo a
nessuna conclusione.
Insomma é evidente che se noi facciamo del valore di una merce
qualsiasi, per esempio del lavoro, del grano, o di un'altra merce qualunque, la
misura generale e il regolatore del valore, non facciamo altro che spostare la
difficoltà, perché determiniamo un valore per mezzo di un altro valore che, a
sua volta, ha bisogno di essere determinato.
Espresso nella sua forma più astratta, il dogma che i salari
determinano i prezzi delle merci si riduce a dire che il valore é determinato
dal valore, e questa tautologia significa, in realtà, che del valore non
sappiamo niente.
Se ammettiamo questa premessa, ogni discussione sulle leggi
generali dell'economia politica diventa pura chiacchiera. Il grande merito di
Ricardo era perciò che egli, nella sua opera sui Principi dell'economia
politica, pubblicata nel 1817, distruggeva dalle fondamenta la vecchia dottrina
popolare falsa e fallita, secondo la quale i salari determinano i prezzi,
dottrina falsa che Adamo Smith e i suoi predecessori francesi avevano respinto
nelle parti veramente scientifiche delle loro ricerche, riproducendola però nei
loro capitoli più superficiali e di volgarizzazione.
Cittadini! Sono ormai giunto a un punto, in cui devo procedere
all'esposizione della questione in forma positiva. Non posso promettermi di
farlo in modo molto soddisfacente, perché sarei costretto a trattare il campo
intero dell'economia politica. Potrò soltanto, come dicono i francesi,
effleurer la question, toccarla nei punti principali.
La prima domanda che dobbiamo porci É la seguente: - Che cos'É il
valore di una merce? Come viene esso determinato? A prima vista parrebbe che il
valore di una merce sia una cosa del tutto relativa, e che non si può fissarlo
senza considerare una merce nei suoi rapporti con tutte le altre merci. In
realtà, quando parliamo del valore, del valore di scambio di una merce,
intendiamo le quantità relative nelle quali essa può venire scambiata con tutte
le altre merci. Ma allora sorge la questione: come sono regolati i rapporti
secondo i quali le merci vengono scambiate tra di loro? Sappiamo
dall'esperienza che questi rapporti variano all'infinito. Se prendiamo una unica
merce, il frumento per esempio, troveremo che un quarter di frumento si scambia
in diverse e quasi innumerevoli proporzioni con altre merci.
Eppure, poiché il suo valore resta sempre lo stesso, sia espresso
in seta, in oro, o in qualsiasi altra merce, esso deve essere qualcosa di
distinto e indipendente da queste diverse proporzioni dello scambio con altri
articoli.
Deve essere possibile esprimerlo in forma del tutto differente da
queste diverse equazioni tra merci diverse.
Inoltre, quando dico che un quarter di grano si scambia con il
ferro secondo un determinato rapporto, oppure che il valore di un quarter di
grano É espresso in una certa quantità di ferro, dico che il valore del grano e
il suo controvalore in ferro sono uguali a una terza cosa, che non É n‚ grano
n‚ ferro, poiché ammetto che essi esprimono la stessa grandezza in due forme
diverse. Tanto il grano che il ferro devono dunque, indipendentemente l'uno
dall'altro, essere riducibili a questa terza cosa, che rappresenta la loro
misura comune. Per chiarire questo punto ricorrerò a un esempio geometrico
molto semplice. Quando confrontiamo l'una con l'altra le aree di triangoli di
forme e
Dimensioni le più diverse, oppure quando confrontiamo triangoli
con rettangoli o con qualsiasi altra figura lineare, come procediamo? Riduciamo
l'area di un triangolo qualunque a una espressione che É completamente diversa
dalla sua forma visibile. Poiché, secondo la natura del triangolo, sappiamo che
la sua area É uguale alla metà del prodotto della sua base per la sua altezza,
possiamo allora confrontare fra di loro i diversi valori di ogni sorta di
triangoli e di tutte le figure lineari, poiché esse possono ridursi tutte a un
certo numero di triangoli.
Lo stesso procedimento deve essere seguito per quanto riguarda i
valori delle merci. Dobbiamo essere in condizione di ridurli tutti a una
espressione comune, non distinguendoli più che dal rapporto secondo il quale
essi contengono questa misura comune.
Poiché i valori di scambio delle merci non sono che funzioni
sociali di queste e non hanno niente che fare con le loro proprietà naturali,
dobbiamo innanzi tutto chiederci: - Qual É la sostanza sociale comune a tutte
le merci? il lavoro. Per produrre una
merce bisogna impiegarvi o incorporarvi una quantità determinata di lavoro, e
non dico soltanto di lavoro, ma di lavoro sociale. L'uomo che produce un
oggetto per il suo proprio uso immediato, per consumarlo egli stesso, produce
un prodotto, ma non una merce. Come produttore che provvede a s‚ stesso, egli
non ha niente che fare con la società. Ma per produrre una merce egli non deve
soltanto produrre un articolo che soddisfi un qualsiasi bisogno sociale, ma il
suo lavoro stesso deve essere una parte della somma totale di lavoro impiegato
dalla società. Esso deve essere subordinato alla divisione del lavoro nel seno
della società. Esso non É niente senza gli altri settori del lavoro e li deve,
a sua volta, integrare.
Se consideriamo le merci come valori, le vediamo esclusivamente
sotto questo solo punto di vista, come lavoro sociale realizzato, fissato, o,
se volete, cristallizzato. Sotto questo rapporto esse possono distinguersi
l'una dall'altra solo perché rappresentano una quantità maggiore o minore di
lavoro, come, per esempio, per un fazzoletto di seta si impiega una maggiore
quantità di lavoro che per una tegola. Ma come si misura la quantità di lavoro?
Secondo il tempo che dura il lavoro, misurandolo a ore, a giorni, ecc.
Naturalmente, per impiegare questa misura tutti i generi di lavoro
vengono ridotti a lavoro medio o semplice come loro unità di misura.
Arriviamo dunque a questa conclusione: una merce ha un valore,
perché É una cristallizzazione di lavoro sociale. La grandezza del suo valore,
o il suo valore relativo, dipende dalla quantità maggiore o minore di sostanza
sociale che in essa É contenuta, cioé dalla quantità relativa di lavoro
necessaria alla sua produzione. I valori relativi delle merci sono dunque
determinati dalle corrispondenti quantità o somme di lavoro impiegate,
realizzate, fissate in esse. Le quantità di merci corrispondenti l'una
all'altra, che possono essere prodotte nello stesso tempo di lavoro, sono
uguali. Oppure, il valore di una merce sta al valore di un'altra come la
quantità di lavoro fissata nell'una sta alla quantità di lavoro fissata
nell'altra.
Immagino che molti di voi domanderanno: - C'É dunque veramente una
differenza così grande, o c'É una differenza qualsiasi, tra la determinazione
dei valori delle merci secondo i salari e la loro determinazione secondo le
relative quantità del lavoro necessarie alla loro produzione? Voi dovete
ad ogni modo tener presente che la remunerazione del lavoro sono
cose del tutto diverse. Supponiamo per esempio che uguali quantità di lavoro
siano fissate in un quarter di grano e in un'oncia d'oro. uso questo esempio,
perché venne usato da Franklin nel suo primo saggio, apparso nel 1729 e
intitolato: Ricerca modesta sulla natura e sulla necessità di una divisa
cartacea¯, nel quale egli riconobbe, fra i primi, la vera natura del valore.
Supponiamo dunque che un quarter di grano e un'oncia d'oro
posseggano lo stesso valore, cioé siano equivalenti, perché sono la
cristallizzazione di uguali quantità di lavoro medio, perché rappresentano
tanti giorni o tante settimane di lavoro fissato in ognuno di essi.
Determinando in questo modo i valori relativi dell'oro e del
grano, ci riferiamo noi, in un modo qualunque, ai salari degli operai agricoli
o dei minatori? Menomamente. Lasciamo assolutamente indeterminato quanto fu
pagato il lavoro giornaliero o settimanale, n‚ se fu impiegato, in generale,
lavoro salariato. Se anche É stato impiegato, i salari possono essere stati
molto diversi. L'operaio il cui lavoro É incorporato in un quarter di grano,
può averne ricevuto soltanto due bushel, mentre l'operaio occupato nella
miniera può aver ricevuto la metà della oncia d'oro. Oppure, ammesso che i loro
salari siano uguali, essi possono divergere secondo tutti i rapporti possibili
dai valori delle merci che essi hanno prodotto. Essi possono elevarsi alla
metà, a un terzo, a un quarto, a un quinto o a qualsiasi altra frazione
proporzionale di un quarter di frumento o di un'oncia d'oro.
I loro salari non possono
naturalmente superare i valori delle merci che essi hanno prodotto, non possono
essere più alti di essi, ma possono essere più bassi in una proporzione
qualsiasi. I loro salari sono limitati dai valori dei prodotti, ma i valori dei
loro prodotti non trovano nessun limite
nei salari. E soprattutto, i valori, i valori relativi del grano e
dell'oro, per esempio, vengono fissati senza tenere nessun conto del valore del
lavoro impiegato in essi, cioé dei salari. La determinazione dei valori delle
merci secondo le quantità relative di lavoro che sono fissate in esse, É quindi
completamente diversa dal metodo tautologico della determinazione dei valori
delle merci secondo il valore del lavoro, cioé secondo i salari.
Questo punto verrà però maggiormente chiarito nel seguito della
nostra ricerca.
Nel calcolo del valore di scambio di una merce, alla quantità di
lavoro impiegato da ultimo per la sua produzione dobbiamo ancora aggiungere la
quantità di lavoro anteriormente incorporata nella materia prima della merce, e
il lavoro impiegato per i mezzi di lavoro, gli strumenti, le macchine, i
fabbricati, necessari per realizzare il lavoro. Per esempio, il valore di una
certa quantità di filati di cotone É la cristallizzazione della quantità di
lavoro che É stato aggiunto al cotone durante il processo di filatura, della
quantità di lavoro già precedentemente realizzata nel cotone stesso, della
quantità di lavoro incorporata nel carbone, negli oli e nelle altre sostanze
ausiliarie impiegate, e della quantità di lavoro fissata nella macchina a
vapore, nei fusi, nell'edificio della fabbrica, e così via. I mezzi di lavoro
veri e propri, gli strumenti, le macchine, gli edifici sono sempre utilizzati
di nuovo, per un tempo più o meno lungo, nel corso di parecchi processi
produttivi. Se essi venissero consumati in una sola volta, come la materia
prima, tutto il loro lavoro sarebbe trasmesso immediatamente alla merce che
essi aiutano a produrre. Ma poiché un fuso, per esempio, si logora soltanto
poco a poco, si fa un calcolo medio sulla base della sua durata media, o del
suo consumo o logorio medio, o del suo logorio in un tempo indeterminato, in un
giorno, poniamo. In questo modo si calcola quanto del valore del fuso passa nel
cotone filato in un giorno, e, quindi, quanto della quantità totale di lavoro
che É incorporato, per esempio, in una libbra di filo di cotone É dovuto alla
quantità di lavoro precedentemente realizzata nel fuso. Per lo scopo che ci
interessa non É necessario che ci soffermiamo più a lungo su questo punto.
Potrebbe sembrare che, se il valore di una merce viene determinato
dalla quantità di lavoro impiegata per la produzione di essa, ne derivi che,
quanto più un operaio É pigro e maldestro, tanto maggior valore abbiano le
merci da lui prodotte, dato che il tempo di lavoro necessario per la produzione
di esse É in tal caso più lungo. Questo sarebbe però un ben triste malinteso.
Ricorderete che ho usato l'espressione lavoro sociale, e questo qualificativo
sociale contiene molte cose. Quando diciamo che il valore di una merce É
determinato dalla quantità di lavoro in essa incorporata o cristallizzata,
intendiamo la quantità di lavoro necessaria per la sua produzione in un
determinato stato sociale, in determinate condizioni sociali medie di
produzione, con una determinata intensità media sociale e una determinata
abilità media del lavoro impiegato. Allorché in Inghilterra il telaio a vapore
entrò in concorrenza con il telaio a mano, non occorse più che la metà del
precedente tempo di lavoro per trasformare una determinata quantità di filo in
un braccio di stoffa di cotone o di tela. Il povero tessitore a mano fu
costretto a lavorare diciassette o diciotto ore al giorno invece di nove o
dieci come prima. Ciò nonostante il prodotto del suo lavoro di venti ore non
rappresentava più che dieci ore di lavoro sociale, cioé dieci ore del lavoro
che É socialmente necessario per trasformare in tessuto una determinata
quantità di filato. Il suo prodotto di venti ore di lavoro non aveva quindi un
valore superiore al prodotto ch'egli fabbricava prima in dieci ore.
Se dunque la quantità di lavoro socialmente necessario incorporata
in una merce ne determina il valore di scambio, ogni aumento della quantità di
lavoro necessaria per la produzione di una merce deve aumentarne il valore,
ogni diminuzione deve diminuirlo.
Se la quantità di lavoro necessaria per la produzione di
determinate merci rimanesse costante, anche il loro corrispondente valore
rimarrebbe costante.
Ma le cose non stanno così. La quantità di lavoro necessaria per
produrre una merce varia continuamente col variare delle forze produttive del
lavoro impiegato. Quanto più grandi sono le forze produttive del lavoro, tanto
maggiore É la quantità di prodotti che si producono in un determinato tempo di
lavoro; e quanto minori sono le forze produttive del lavoro, tanto meno verrà
prodotto nello stesso tempo. Se, per esempio, in seguito all'aumento della
popolazione si rendesse necessario coltivare terreno meno fertile, la stessa
quantità di produzione si potrebbe ottenere solo con l'impiego di una maggiore
quantità di lavoro, e perciò il valore dei prodotti agricoli aumenterebbe.
D'altra parte, É chiaro che se nel corso di una giornata di lavoro di un solo
filatore, con l'aiuto dei moderni mezzi di produzione, trasforma in filo una
quantità di cotone mille volte superiore a quanto egli poteva filare prima con
l'arcolaio a mano, ogni singola libbra di cotone assorbirà un lavoro di
filatura mille volte inferiore a quello di prima, e perciò il valore aggiunto a
ogni libbra di cotone con la filatura sarà mille volte minore di prima. Il
valore del filo cadrà in misura corrispondente.
Astrazione fatta della diversità delle energie naturali e
dell'abilità nel lavoro acquistata dai diversi popoli, le forze produttive del
lavoro devono dipendere essenzialmente:
Primo. Dalle condizioni naturali del lavoro, dalla fertilità del
suolo, dalla ricchezza del sottosuolo, ecc.
Secondo. Dal miglioramento progressivo delle forze di lavoro
sociali, che deriva dalla produzione su grande scala, dalla concentrazione del
capitale e dalla coordinazione del lavoro, dalla divisione del lavoro, dalle
macchine, dai metodi di lavoro perfezionati, dall'applicazione di forze
naturali chimiche e d'altro genere, dalla riduzione del tempo e dello spazio
grazie ai mezzi di comunicazione e di trasporto, e da tutte le altre invenzioni
per mezzo delle quali la scienza piega le forze della natura al servizio del
lavoro, e che sviluppano il carattere sociale o cooperativo del lavoro stesso.
Più le forze produttive del lavoro sono grandi, tanto meno lavoro viene
impiegato in una determinata quantità di prodotti, e perciò tanto minore É il
valore del prodotto. Più le forze produttive del lavoro sono piccole, tanto più
lavoro viene impiegato nella stessa quantità di prodotti,
e perciò tanto maggiore É il loro valore. Possiamo dunque
stabilire come legge generale quanto segue:
I valori delle merci sono in ragione diretta del tempo di lavoro
impiegato per la produzione di esse, e in ragione inversa delle forze
produttive del lavoro impiegato.
Poiché finora non ho parlato che del valore, aggiungerò qualche
parola sul prezzo, che É una forma particolare che il valore assume.
Preso in s‚ stesso il prezzo non É altro che la espressione
monetaria del valore. I valori di tutte le merci di questo paese, per esempio,
vengono espressi in prezzi-oro, mentre sul Continente essi vengono espressi
generalmente in prezzi-argento. Il valore dell'oro e dell'argento, come quello
di ogni altra merce, É determinato dalla quantità di lavoro necessario alla
loro estrazione. Voi scambiate una certa quantità dei vostri prodotti
nazionali, in cui É cristallizzata una determinata quantità del vostro lavoro
nazionale, con i prodotti dei paesi che producono oro ed argento, in cui É
cristallizzata una determinata quantità del loro lavoro. In questo modo, cioé
con uno scambio, voi imparate a esprimere in oro e in argento i valori di tutte
le merci, cioé le quantità di lavoro rispettivamente impiegate per la loro
produzione. Se esaminate più a fondo la espressione monetaria del valore, o,
che É la stessa cosa, la trasformazione del valore in prezzo, troverete che
questo É un procedimento con il quale voi date ai valori di tutte le merci una
forma indipendente e omogenea, o per mezzo del quale voi li indicate come
quantità di uguale lavoro sociale. Nella misura in cui il prezzo É soltanto
l'espressione monetaria del valore, esso venne chiamato da Adam Smith prezzo
naturale e dai fisiocrati francesi prix nécessaire (prezzo necessario).
Qual É dunque il rapporto fra valore e prezzi di mercato, o tra
prezzi naturali e prezzi di mercato? Voi tutti sapete che il prezzo di mercato
É lo stesso per tutte le merci della stessa specie, per quanto diverse possano
essere le condizioni di produzione dei singoli produttori. Il prezzo di mercato
esprime soltanto la quantità media di lavoro sociale necessario, in condizioni
medie di produzione, per fornire al mercato una certa quantità di un
determinato articolo. Esso viene calcolato secondo la quantità totale di una
merce di una determinata specie.
In questo senso il prezzo di mercato di una merce coincide con il
suo valore.
Invece le oscillazioni dei prezzi di mercato, che talvolta
superano il valore, o il prezzo naturale, tal altra volta gli sono inferiori,
dipendono dalle oscillazioni della domanda e dell'offerta. Le deviazioni dei
prezzi di mercato dal valore sono continue, ma, come dice Adam Smith:
"Il prezzo naturale É il prezzo centrale attorno al quale
gravitano continuamente i prezzi di tutte le merci. Diverse circostanze possono
talvolta tenerli molto più alti, talvolta spingerli alquanto più in basso. Ma
qualunque possano essere gli ostacoli che impediscono loro di fissarsi su
questo punto medio di calma e di stabilità, essi tendono costantemente ad
esso".
Non posso ora addentrarmi maggiormente in questo argomento.
Basterà dire che se la domanda e l'offerta si equilibrano i prezzi di mercato
delle merci corrispondono ai loro prezzi naturali, cioé ai loro valori, i quali
sono determinati dalle corrispondenti quantità di lavoro necessarie per la loro
produzione. Ma domanda ed offerta devono costantemente tendere a equilibrarsi,
quantunque ciò avvenga soltanto perché una oscillazione viene compensata da
un'altra, un aumento da una caduta e viceversa. Se invece di seguire soltanto
le oscillazioni giornaliere esaminate il movimento dei prezzi di mercato per un
periodo di tempo più lungo, come ha fatto per esempio il signor Tooke nella sua
Storia dei prezzi, troverete che le oscillazioni dei prezzi di mercato, le loro
deviazioni dai valori, i loro alti e bassi, si elidono e si compensano
reciprocamente; cosicché se si fa astrazione dagli effetti dei monopoli e da
alcune altre modificazioni che ora devo trascurare, ogni sorta di merce É
venduta in media al suo valore, cioé al suo prezzo naturale. I periodi medi di
tempo durante i quali le oscillazioni dei prezzi di mercato si compensano
reciprocamente, sono diversi per le specie di merci, perché per una merce É più
facile che per un'altra adattare l'offerta alla domanda.
Se dunque nel complesso e tenendo conto di lunghi periodi di tempo
ogni specie di merce É venduta al suo valore, É assurdo supporre che il
profitto, non il profitto realizzato
nei singoli casi, ma il profitto costante e abituale delle diverse industrie, -
derivi dal sopraccaricare i prezzi delle merci, o dal fatto che esse sono
vendute a un prezzo notevolmente superiore al loro valore. L'inconsistenza di
questa opinione diventa evidente se la si generalizza. Ciò che uno guadagna
costantemente come venditore, dovrebbe perderlo costantemente come compratore.
Non serve a nulla dire che vi sono persone che sono compratori senza essere venditori,
oppure sono consumatori senza essere produttori. Ciò che costoro pagano al
produttore, dovrebbero prima averlo ricevuto da lui per niente. Se una persona
incomincia a prendervi il vostro denaro e ve lo restituisce, poi, comperando le
vostre merci, voi non vi arricchirete mai, anche se venderete a questa persona
le vostre merci troppo care. Questo genere di affari può limitare una perdita,
ma non può mai contribuire a realizzare un profitto.
Quindi per spiegare la natura generale dei profitti, dovete
partire dal principio che le merci in media sono vendute ai loro valori reali,
e che i profitti provengono dal fatto che le merci si vendono ai loro valori,
cioé proporzionalmente alla quantità di lavoro che in esse É incorporata.
Se non potete spiegarvi il progetto su questa base, non potete
spiegarlo affatto. Ciò sembra un paradosso e in contraddizione con l'esperienza
quotidiana.
E' anche un paradosso che la terra gira attorno al sole e che
l'acqua É costituita da due gas molto infiammabili. Le verità scientifiche sono
sempre paradossi quando vengono misurate alla stregua dell'esperienza
quotidiana, la quale afferra solo l'apparenza ingannevole delle cose.
Ora che abbiamo esaminato, per quanto era possibile farlo nei
limiti di una esposizione così rapida,
la natura del valore, del valore di una merce qualsiasi, dobbiamo portare la
nostra attenzione sul valore specifico del lavoro. E ancora una volta dovrò
destare la vostra sorpresa con un apparente
paradosso. Tutti voi siete del tutto sicuri che quello che vendete
quotidianamente É il vostro lavoro; che perciò il lavoro ha un prezzo, e che,
poiché il prezzo di una merce É solo l'espressione del suo valore in denaro,
deve esistere certamente qualcosa come un valore del lavoro. Eppure non esiste
una cosa come il valore del lavoro, nel senso comune della parola.
Abbiamo visto che la quantità di lavoro
necessario cristallizzata in una merce forma il valore di essa. Applicando
questo concetto del valore come potremmo, per esempio, determinare il valore di
una giornata di lavoro di dieci ore? Quanto lavoro É contenuto in questa
giornata? Dieci ore di lavoro. Dire che il valore di una giornata di lavoro di
dieci ore É uguale a dieci ore di lavoro, o alla quantità di lavoro in essa contenuta, É una
affermazione tautologica e, inoltre, una affermazione assurda. Naturalmente,
una volta che abbiamo scoperto il senso vero, ma nascosto, della espressione
valore del lavoro, saremo in grado di chiarire questa applicazione irrazionale
e apparentemente impossibile del valore, allo stesso modo che siamo in grado di
spiegare i movimenti apparenti ossia puramente fenomenali, dei corpi celesti,
non appena abbiamo scoperto i loro movimenti reali.
Ciò che l'operaio vende non É direttamente il suo lavoro, ma la
sua forza-lavoro, che egli mette temporaneamente a disposizione del
capitalista. Ciò É tanto vero, che la legge, non so se la legge inglese, ma
certamente la legge di alcuni paesi del Continente, fissa il massimo di tempo
durante il quale un uomo può vendere la sua forza-lavoro. Se fosse permesso
all'uomo di vendere la sua forza-lavoro per un tempo illimitato, la schiavitù
sarebbe di colpo ristabilita. Una tale vendita, se fosse conclusa, per esempio
per tutta la vita, farebbe senz'altro dell'uomo lo schiavo a vita del suo
imprenditore.
Thomas Hobbes, uno dei più antichi economisti e uno dei più
originali filosofi inglesi, nel suo Leviathan¯, era già istintivamente arrivato a questo punto, che
sfuggì a tutti i suoi successori. Egli
disse: "Il valore di un uomo É, come per tutte le altre cose, il suo
prezzo: cioé É quel tanto
che viene dato per l'uso della sua forza".
Se partiamo da questo principio saremo in grado di determinare il
valore del lavoro come determiniamo quello di ogni altra merce.
Prima però di farlo, potremmo chiedere da che dipende questo
fenomeno curioso, per cui troviamo sul mercato un gruppo di compratori che
posseggono terra, macchine, materie prime e i mezzi di sussistenza, tutte cose
che, all'infuori del suolo al suo stato naturale, sono prodotti del lavoro, e
d'altra parte un gruppo di venditori che non hanno altro da vendere che la loro
forza-lavoro, le loro braccia e il loro cervello lavoranti. Come avviene che un
gruppo compera continuamente, per realizzare profitto e per arricchirsi, mentre
l'altro gruppo vende continuamente per guadagnare il proprio sostentamento?
L'esame di questa questione sarebbe un esame di ciò che gli economisti chiamano
"accumulazione primitiva od originaria", ma che dovrebbe però
chiamarsi espropriazione primitiva. Troveremmo che la cosiddetta accumulazione
primitiva non significa altro che una serie di processi storici i quali si
conclusero con la dissociazione dell'unità
primitiva che esisteva fra il lavoratore e i suoi mezzi di lavoro. Una
ricerca di questo genere esce però dai limiti del mio tema attuale. La
separazione del lavoratore e degli strumenti di lavoro, una volta compiutasi,
si conserva e si rinnova costantemente a un grado sempre più elevato, finché
una nuova e radicale rivoluzione
del sistema di produzione la distrugge e ristabilisce l'unità primitiva in una forma storica nuova.
Che cos'É, dunque, il valore della forza-lavoro? Come per ogni
altra merce, il suo valore É determinato dalla quantità di lavoro necessaria per la sua produzione.
La forza-lavoro di un uomo consiste unicamente nella sua personalità vivente. Affinché un uomo possa crescere e
conservarsi in vita, deve consumare una determinata quantità di generi alimentari. Ma l'uomo, come la
macchina, si logora, e deve essere sostituito da un altro uomo. In più della
quantità d'oggetti d'uso corrente, per
allevare un certo numero di figli, che debbono rimpiazzarlo sul mercato del
lavoro e perpetuare la razza degli operai. Inoltre, per lo sviluppo della sua
forza-lavoro e per l'acquisto di una certa abilità , deve essere spesa ancora
una nuova somma di valori. Per i nostri scopi sarà sufficiente considerare solamente un lavoro medio, i cui costi di
istruzione e di perfezionamento
sono grandezze del tutto trascurabili. Approfitto però di questa
occasione per stabilire che, allo stesso modo che i costi di produzione di
forza-lavoro di diversa qualità sono
diversi, così sono diversi i valori
delle forze-lavoro impiegate nelle diverse industrie.
La richiesta dell'uguaglianza dei salari É basata, dunque, su un
errore, su un desiderio vano, che non verrà
mai appagato. Essa scaturisce da quel radicalismo falso e superficiale,
che accetta delle premesse ma tenta di evitare le conclusioni. Sulla base del
sistema del salario il valore della forza-lavoro viene fissato come quello di
qualunque altra merce. E poiché diverse specie di forza-lavoro hanno un diverso
valore, richiedono cioè diverse quantità
di lavoro per la loro produzione, esse debbono avere un prezzo diverso
sul mercato del lavoro. Richiedere, sulla base del sistema
salariale, una paga uguale o anche soltanto equa, É lo stesso che
richiedere la libertà sulla base del
sistema schiavistico. Ciò che voi, dunque, considerate come equo o come giusto,
non c'entra per niente. La questione che si pone É la seguente: - Che cosa É
necessario e inevitabile entro un dato sistema di produzione? Da quanto abbiamo
esposto risulta che il valore della forza lavoro È determinato dal valore degli
oggetti d'uso corrente che sono necessari per produrla, svilupparla conservarla e perpetuarla.
Supponiamo ora che la produzione della quantità di oggetti correnti necessari alla vita di
un operaio richieda sei ore di lavoro medio. Supponiamo inoltre che sei ore di
lavoro medio siano incorporate in una quantità
d'oro uguale a tre scellini. In questo caso tre scellini sarebbero il
prezzo o l'espressione monetaria del valore giornaliero della forza-lavoro di
quell'uomo. Se egli lavorasse sei ore al giorno, produrrebbe ogni giorno un
valore sufficiente per comperare la quantità
media degli oggetti di cui ha bisogno quotidianamente, cioÉ per
conservarsi come operaio.
Ma il nostro uomo É un operaio salariato. Perciò deve vendere la
sua forza-lavoro a un capitalista. Se la vende a tre scellini al giorno, o
diciotto scellini la settimana, la vende secondo il suo valore. Supponiamo che
egli sia un filatore. Se egli lavora sei ore al giorno, egli aggiunge al cotone
un valore di tre scellini al giorno. Questo valore che egli aggiunge giornalmente
al cotone costituirebbe un equivalente esatto del salario, o del prezzo, che
egli riceve giornalmente per la sua forza-lavoro. In questo caso però il
capitalista non riceverebbe nessun plusvalore, o nessun sovrapprodotto.
Qui urtiamo nella vera difficoltà.
Comperando la forza-lavoro dell'operaio e pagandone il valore, il
capitalista, come qualsiasi altro compratore, ha acquistato il diritto di
consumare o di usare la merce ch'egli ha comperato. Si consuma o si usa la
forza-lavoro di un uomo facendolo lavorare, allo stesso modo che si consuma o
si usa una macchina mettendola in movimento. Comperando il valore giornaliero o
settimanale della forza-lavoro dell'operaio, il capitalista ha dunque
acquistato il diritto di fare uso della forza-lavoro, cioÉ di farla lavorare,
per tutto il giorno o per tutta la settimana. La giornata di lavoro o la
settimana di lavoro hanno, naturalmente, certi limiti; ma su questo punto
ritorneremo in seguito. Per ora voglio attirare la vostra attenzione su un
punto decisivo.
Il valore della forza-lavoro É determinato dalla quantità di lavoro necessaria per la sua
conservazione o riproduzione, ma l'uso di questa forza-lavoro trova un limite
soltanto nelle energie vitali e nella forza fisica dell'operaio.
Il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro É una cosa
completamente diversa dall'esercizio giornaliero o settimanale di essa, allo
stesso modo che sono due cose del tutto diverse il foraggio di cui un cavallo
ha bisogno e il tempo per cui esso può portare il cavaliere. La quantità di lavoro da cui É limitato il valore della
forza-lavoro dell'operaio, non costituisce in nessun caso un limite per la
quantità di lavoro che la sua forza-lavoro
può eseguire. Prendiamo l'esempio del nostro filatore. Abbiamo visto che, per
rinnovare giornalmente la sua forza-lavoro, egli deve produrre un valore
giornaliero di tre scellini, al che egli perviene lavorando sei ore al giorno.
Ma ciò non lo rende incapace di lavorare dieci o dodici o più ore al giorno.
Pagando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro del
filatore, il capitalista ha acquistato il diritto di usare questa forza-lavoro
per tutto il giorno o per tutta la settimana. Perciò, egli lo farà lavorare, supponiamo, dodici ore al giorno.
Oltre le sei ore che gli sono necessarie per produrre l'equivalente del suo
salario, cioÉ del valore della sua forza-lavoro, il filatore dovrà dunque lavorare altre sei ore, che io
chiamerò le ore di pluslavoro, e questo pluslavoro si incorporerà in un plusvalore e in un sovrapprodotto. Se
per esempio il nostro filatore, con un lavoro giornaliero di sei ore, ha
aggiunto al cotone un valore di tre scellini, un valore che rappresenta un
equivalente esatto del suo salario, in dodici ore egli aggiungerà al cotone un valore di sei scellini e
produrrà una corrispondente maggiore
quantità di filo.
Poiché egli ha venduto la sua forza-lavoro al capitalista,
l'intero valore, cioÉ il prodotto da lui creato, appartiene al capitalista, che
É, per un tempo determinato, il padrone della sua forza-lavoro. Il capitalista
dunque anticipando tre scellini, otterrà
un valore di sei scellini, perché, anticipando un valore in cui sono
cristallizzate sei ore di lavoro, egli ottiene, invece, un valore in cui sono
cristallizzate dodici ore di lavoro. Se egli ripete questo processo
quotidianamente il capitalista anticipa ogni giorno tre scellini e ne intasca
sei, di cui una metà sarà nuovamente impiegata per
pagare nuovi salari, e l'altra metà formerà il plusvalore,
per il quale il capitalista non paga nessun equivalente. su questa forma di scambio tra capitale e
lavoro che la produzione capitalistica o il sistema del salariato É fondato, e
che deve condurre a riprodurre continuamente l'operaio come operaio e il
capitalista come capitalista.
Il saggio del plusvalore, dipenderà , restando uguali tutte le
altre circostanze, dal rapporto fra quella parte della giornata di lavoro
necessaria per riprodurre il valore della forza-lavoro, e il tempo di lavoro
supplementare o pluslavoro impiegato per il capitalista. Esso dipenderà quindi dalla misura in cui la giornata di
lavoro verrà prolungata oltre il tempo
durante il quale l'operaio per mezzo del suo lavoro riproduce unicamente il
valore della sua forza-lavoro, cioÉ fornisce l'equivalente del suo salario.
Dobbiamo ora ritornare alla espressione "valore o prezzo del
lavoro".
Abbiamo visto che questo valore non É di fatto che il valore della
forza-lavoro, misurato sulla base dei valori delle merci necessarie alla sua
conservazione.
Poiché però il lavoratore riceve il salario soltanto dopo aver
finito il suo lavoro, e poiché egli sa che ciò ch'egli dà realmente al capitalista É il suo lavoro,
perciò il valore o prezzo della sua forza-lavoro gli appare necessariamente
come il prezzo o valore del suo lavoro stesso. Se il prezzo della sua
forza-lavoro É di tre scellini, nei quali sono incorporate sei ore di lavoro, e
se egli lavora dodici ore, egli considera necessariamente questi tre scellini
come il valore o il prezzo di dodici ore di lavoro, quantunque queste dodici
ore di lavoro rappresentino un valore di sei scellini.
Di qui una duplice conseguenza.
Primo: il valore o prezzo della forza lavoro prende l'apparenza
esteriore del prezzo o valore del lavoro stesso, quantunque, parlando
rigorosamente, valore e prezzo del lavoro siano espressioni prive di
significato.
Secondo: benché solo una parte del lavoro giornaliero dell'operaio
sia pagata, mentre l'altra parte rimane non pagata, benché proprio questa parte
non pagata, o pluslavoro, rappresenti il fondo dal quale sorge il plusvalore o
il profitto, ciò nonostante sembra che tutto il lavoro sia lavoro pagato.
Questa falsa apparenza distingue il lavoro salariato dalle altre
forme storiche del lavoro. Sulla base del sistema del salario anche il lavoro
non pagato sembra essere lavoro pagato. Con lo schiavo, al contrario, anche
quella parte di lavoro che É pagata appare come lavoro non pagato.
Naturalmente lo schiavo per poter lavorare deve vivere, e una
parte della sua giornata di lavoro serve a compensare il valore del suo proprio
sostentamento. Ma poiché fra lui e il suo padrone non viene concluso nessun
patto e fra le due parti non ha luogo nessuna compravendita, tutto il suo
lavoro sembra lavoro dato per niente.
Prendiamo, d'altra parte, il contadino servo della gleba quale
esisteva, potremmo dire, ancora fino a ieri in tutta l'Europa orientale. Questo
contadino lavorava, per esempio, tre giorni per s‚ nel campo suo proprio o
attribuito a lui, e i tre giorni seguenti eseguiva il lavoro forzato e gratuito
nel podere del suo signore. In questo caso il lavoro pagato e quello non pagato
erano visibilmente separati, separati nel tempo e nello spazio, e i nostri
liberali si sdegnavano, scandalizzati dall'idea assurda di far lavorare un uomo
per niente!
In realtà però la cosa non
cambia, se uno lavora tre giorni della settimana per s‚ nel proprio campo e tre
giorni senza essere pagato nel podere del suo signore, oppure se lavora, nella
fabbrica o nell'officina, sei ore al giorno per s‚ e altre sei per il suo
imprenditore, anche se, in quest'ultimo caso, la parte pagata e la parte non
pagata del lavoro sono confuse in modo inscindibile, e la natura di tutto
questo procedimento É completamente mascherata dall'intervento di un contratto
e dalla paga che ha luogo alla fine della settimana. Il lavoro non pagato, in
un caso sembra dato volontariamente, nell'altro caso sembra preso per forza. La
differenza É tutta qui. Se in seguito userò le parole "valore del
lavoro", non si tratterà che di
una espressione popolare per "valore della forza-lavoro".
Supponiamo che un'ora di lavoro medio cristallizzi un valore di
sei denari, cioÉ che dodici ore di lavoro medio cristallizzino un valore di sei
scellini.
Supponiamo inoltre che il valore del lavoro sia di tre scellini,
cioÉ il prodotto di sei ore di lavoro. Se nella materia prima, nelle macchine,
ecc. impiegate per una determinata merce sono in più cristallizzate
ventiquattro ore di lavoro medio, il valore della merce ammonterà a dodici scellini.
Se inoltre l'operaio occupato dal capitalista aggiunge a questi
mezzi di produzione dodici ore di lavoro, queste dodici ore saranno incorporate
in un valore supplementare di sei scellini. Il valore complessivo del prodotto
sarà quindi di trentasei ore di lavoro
materializzato, pari a diciotto scellini. Ma poiché il valore del lavoro, cioÉ
il salario pagato all'operaio, ammonta soltanto a tre scellini, il capitalista
non ha pagato nessun controvalore per le sei ore di pluslavoro prestate
dall'operaio e incorporate nel valore della merce. Il capitalista, vendendo
questa merce al suo valore, a diciotto scellini, realizza dunque un valore di
tre scellini per il quale non ha pagato nessun equivalente. Questi tre scellini
costituiranno il plusvalore o profitto che egli intasca. Il capitalista
otterrà dunque il profitto di tre
scellini non vendendo la merce a un prezzo superiore al suo valore, ma vendendola al suo valore reale.
Il valore di una merce É determinato dalla quantità totale di lavoro che essa contiene. Ma una
parte di questa quantità di lavoro
rappresenta un valore per cui É stato pagato un equivalente in forma di salari;
mentre un'altra parte É materializzata in un valore per cui non É stato pagato
nessun equivalente. Una parte del lavoro contenuto nella merce É lavoro pagato;
un'altra parte É lavoro non pagato. Perciò quando il capitalista vende la merce
al suo valore, cioÉ secondo la somma totale di lavoro in essa cristallizzato e
impiegato per la sua produzione, egli deve Necessariamente venderla con un
profitto. Egli non vende soltanto ciò che gli É costato niente, quantunque sia
costato il lavoro del suo operaio. I costi della merce per il capitalista e i
suoi costi reali sono cose diverse. Ripeto, dunque, che si fanno profitti
normali e medi quando le merci vengono vendute non sopra il loro vero valore,
ma al loro vero valore.
Il plusvalore, cioÉ quella parte del valore complessivo della merce
in cui É incorporato il pluslavoro o lavoro non pagato dell'operaio, io lo
chiamo profitto. Questo profitto non viene intascato tutto dall'imprenditore
capitalista. Il monopolio del suolo pone il proprietario fondiario nella
condizione di appropriarsi una parte di questo plusvalore, sotto il nome di
rendita fondiaria, indipendentemente dal fatto che questo suolo sia usato per
l'agricoltura, per edifici, per ferrovie, o per qualsiasi altro scopo
produttivo. D'altra parte, il fatto stesso che il possesso degli strumenti di
lavoro dà la possibilità agli imprenditori capitalisti di produrre un
plusvalore, o, il che É poi la stessa cosa, di appropriarsi una certa quantità di lavoro non pagato, questo fatto consente
al proprietario dei mezzi di lavoro, che egli presta in tutto o in parte
all'imprenditore capitalista, cioÉ, in una parola, consente al capitalista che
presta il denaro di reclamare per s‚ un'altra parte di questo plusvalore, sotto
il nome di interesse, cosicché all'imprenditore capitalista come tale non resta
che il cosiddetto profitto industriale o commerciale.
La questione di conoscere secondo quali leggi É regolamentata
questa ripartizione dell'importo globale del plusvalore fra le tre categorie
citate, É del tutto estranea al nostro argomento. Ad ogni modo, da quanto
abbiamo esposto risulta quanto segue.
Rendita fondiaria, interesse e profitto industriale sono soltanto
nomi diversi per diverse parti del plusvalore della merce, o del lavoro non
pagato in essa contenuto, e scaturiscono in ugual modo da questa fonte, e
unicamente da questa fonte. Essi non derivano dal suolo come tale o dal
capitale come tale; ma suolo e capitale danno la possibilità ai loro proprietari di ricevere la loro
parte rispettiva del plusvalore che l'imprenditore capitalista spreme
dall'operaio. Per l'operaio É d'importanza secondaria il fatto che questo
plusvalore, risultato del suo pluslavoro o di lavoro non pagato, venga
esclusivamente intascato dall'imprenditore capitalista, oppure che quest'ultimo
sia costretto a cederne delle parti a terze persone, sotto il nome di rendita
fondiaria e di interesse. Supponiamo che l'imprenditore capitalista impieghi
capitale proprio e sia proprietario del suolo: tutto il plusvalore si riversa
allora nelle sue tasche.
L'imprenditore capitalista É colui che spreme direttamente
dall'operaio questo plusvalore, indipendentemente dalla parte che alla fine
egli potrà trattenere per s‚. Questo rapporto fra l'imprenditore capitalista e
l'operaio salariato É dunque il perno di tutto il sistema del salario e di
tutto l'attuale sistema di produzione. Quando alcuni dei cittadini che
prendevano parte alla nostra discussione tentavano di rimpicciolire la
questione e di considerare questo rapporto fondamentale tra l'imprenditore
capitalista e l'operaio come questione subordinata, essi avevano torto,
quantunque, d'altra parte, essi avessero ragione di affermare che, in date
circostanze, un rialzo dei prezzi può interessare in modo molto diverso
l'imprenditore capitalista, il proprietario fondiario, il capitalista
finanziario, e, se volete, l'agente delle imposte.
Da quanto abbiamo detto possiamo trarre ancora una conclusione.
Quella parte del valore della merce che rappresenta soltanto il
valore delle materie prime, delle macchine, in breve, il valore dei mezzi di
produzione impiegati, non dà nessun
reddito, ma ricostituisce soltanto il capitale.
Ma a prescindere da ciò É falso ritenere che l'altra parte del
valore della merce, quella che dà un
reddito, o che può essere distribuita sotto forma di salario, profitto, rendita
fondiaria, interessi, sia costituita dal valore dei salari, dal valore della
rendita fondiaria, dal valore del profitto, e così via. Lasciamo ora da parte i salari e consideriamo solo i profitti
industriali, l'interesse e la rendita fondiaria. Abbiamo appunto visto poco fa
che il plusvalore contenuto nella merce, o quella parte del suo valore nella
quale É incorporato lavoro non pagato, si scompone in diverse parti, che
portano tre nomi diversi. Ma sarebbe contro la verità affermare che il suo valore risulti o sia formato dalla addizione
dei valori indipendenti di queste tre parti costitutive.
Se un'ora di lavoro si incorpora in un valore di sei denari, se la
giornata di lavoro dell'operaio comprende dodici ore, se la metà di questo tempo É lavoro non pagato, questo
pluslavoro aggiunge alla merce un plusvalore di tre scellini, cioÉ un valore
per il quale non É stato pagato nessun equivalente. Questo plusvalore di tre
scellini rappresenta il fondo intero che l'imprenditore capitalista può
dividere, in una proporzione qualsiasi, col proprietario fondiario e con colui
che gli ha prestato denaro. Il valore di questi tre scellini costituisce il
limite del valore che essi hanno da ripartire fra loro. Ma non É l'imprenditore
capitalista che aggiunge al valore della merce un valore arbitrario come suo
profitto, a cui poi viene aggiunto un altro valore, ecc., in modo che la somma
di questi valori fissati arbitrariamente costituisca il valore globale. Voi
vedete dunque quanto sia errata l'opinione popolare, che confonde la
scomposizione di un dato valore in tre parti, con la formazione di quel valore
per mezzo della addizione di tre valori indipendenti, e in questo modo
trasforma il valore globale, dal quale scaturiscono la rendita, il profitto e l'interesse,
in una grandezza arbitraria. Se il profitto totale realizzato dal capitalista É
uguale a cento sterline, noi chiamiamo questa somma, considerata come grandezza
assoluta, l'ammontare del profitto. Se consideriamo invece il rapporto tra
queste cento sterline e il capitale sborsato, questa grandezza relativa la
chiamiamo saggio del profitto. evidente
che questo saggio del profitto può essere espresso in due modi.
Supponiamo che cento sterline siano il capitale anticipato come
salari.
Se il plusvalore ottenuto É pure uguale a cento sterline - e
questo ci indicherebbe che la metà
della giornata di lavoro dell'operaio consiste di lavoro non pagato - e
se misuriamo questo profitto secondo il valore del capitale anticipato come
salari, diremo che il saggio del profitto É del 100 per cento, poiché il valore
anticipato É cento e il valore ottenuto É duecento.
Se, d'altra parte, non consideriamo soltanto il capitale
anticipato come salari, ma consideriamo tutto il capitale anticipato, per
esempio cinquecento sterline, delle quali quattrocento rappresentano il valore
delle materie prime, delle macchine, ecc., allora diremo che il saggio del
profitto È soltanto del 20 per cento, perché il profitto di cento É soltanto la
quinta parte di tutto il capitale sborsato.
La prima maniera di esprimere il saggio del profitto É l'unica che
vi indica il vero rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato, il vero grado
dello sfruttamento del lavoro. L'altra maniera di esprimersi É quella abituale,
e infatti adatta a certi scopi. In ogni caso, essa É molto utile per nascondere
il grado in cui il capitalista spreme dall'operaio lavoro non pagato.
Nelle osservazioni che ancora ho da fare userò la parola profitto
per indicare l'ammontare totale del plusvalore che il capitalista spreme, senza
occuparmi della ripartizione di questo plusvalore fra le diverse parti, e
quando impiegherò l'espressione saggio del profitto, lo farò sempre per
misurare il profitto secondo il suo rapporto col valore del capitale anticipato
sotto forma di salari.
Se dal valore di una merce togliamo il valore delle materie prime
e degli altri mezzi di produzione impiegati in essa, cioÉ se togliamo il valore
che rappresenta il lavoro passato in essa contenuto, il valore che rimane si
riduce alla quantità di lavoro aggiunto
dall'operaio che ha lavorato per ultimo. Se questo operaio lavora giornalmente
dodici ore, se dodici ore di lavoro medio si cristallizzano in una
quantità di oro eguale a sei scellini,
questo valore addizionale di sei scellini É l'unico valore che il suo lavoro
avrà prodotto. Questo valore
determinato dal tempo di lavoro É l'unico fondo dal quale sia l'operaio che il
capitalista possono trarre la loro parte o quota rispettiva, l'unico valore che
deve essere ripartito in salari e profitti.
evidente che questo valore stesso non viene modificato dal diverso
rapporto secondo il quale esso può venir ripartito fra le due parti. Inoltre,
nulla sarà mutato se invece di un
operaio considereremo l'intera popolazione operaia, e invece di una giornata di
lavoro considereremo, poniamo, dodici milioni di giornate di lavoro.
Poiché il capitalista e l'operaio hanno da suddividersi solo
questo valore limitato, cioÉ il valore misurato dal lavoro totale dell'operaio,
quanto più riceve l'uno, tanto meno riceverà
l'altro, e viceversa. Siccome non esiste che una quantità , una parte
aumenterà nella stessa proporzione in
cui l'altra diminuisce. Se i salari cambiano, il profitto cambierà in direzione opposta. Se i salari
diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, i profitti
diminuiranno. Se l'operaio, come abbiamo supposto precedentemente, riceve tre
scellini, la metà del valore che egli
ha creato, o se la intera giornata di lavoro consiste per metà in lavoro pagato e per l'altra metà in lavoro non pagato, il saggio del profitto
sarà del 100 per cento, perché il capitalista
riceverà tre scellini. Se l'operaio
riceve solo due scellini, cioÉ lavora per s‚ solo un terzo della giornata, il
capitalista riceverà quattro scellini e
il saggio del profitto sarà del 200 per
cento. Se l'operaio riceve quattro scellini, il capitalista ne riceverà solo due e il saggio del profitto cadrà allora al 50 per cento; ma tutte queste
variazioni non esercitano nessuna influenza sul valore della merce.
Un aumento generale dei salari provocherebbe dunque una caduta del
saggio generale del profitto, ma non eserciterebbe nessuna influenza sul
valore.
Sebbene i valori delle merci, che debbono regolare in ultima
analisi il loro prezzo di mercato, vengono determinati unicamente dalla
quantità complessiva del lavoro in esse
cristallizzato, e non dalla ripartizione di questa quantità in lavoro pagato e in lavoro non pagato, non
ne deriva affatto che i valori di singole merci o di un certo numero di merci che vengono prodotte, per esempio,
in dodici ore, restino costanti. Il numero o la massa di merci prodotte in un
determinato tempo di lavoro e con una determinata quantità di lavoro, dipende dalla forza produttiva
del lavoro impiegato per la loro fabbricazione, e non dalla sua estensione o
dalla sua durata.
Con un determinato grado di forze produttive del lavoro di
filatura, per esempio, con una giornata di lavoro di dodici ore si producono
dodici libbre di filo; con un grado
inferiore di forze produttive soltanto due libbre.
Quindi, se nel primo caso dodici ore di lavoro medio sono
incorporate in un valore di sei
scellini, le dodici libbre di filo costeranno sei scellini; nell'altro caso, le
due libbre di filo costeranno pure sei scellini. Una libbra di filo
costerà dunque sei denari nel primo
caso, e tre scellini nel secondo. La differenza di prezzo sarebbe una
conseguenza della differenza delle forze produttive del lavoro impiegato. Nel
caso della maggiore forza produttiva, in una libbra di filo sarebbe incorporata
un'ora di lavoro, mentre nel caso della minore forza produttiva in una libbra
di filo sarebbero incorporate sei ore di lavoro. Il prezzo di una libbra di
filo sarebbe, nel primo caso, soltanto di sei denari, quantunque i salari siano
relativamente alti e basso il saggio del profitto. Nell'altro caso sarebbe di
tre scellini, quantunque i salari siano bassi e alto il saggio del profitto. E
avverrebbe così perché il prezzo della
libbra di filo É determinato dalla quantità complessiva del lavoro che essa
contiene e non dal rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato in cui questa
quantità complessiva si scompone.
Il fatto menzionato sopra, che il lavoro ben pagato può produrre
merci a buon mercato, e il lavoro mal pagato merci care, perde perciò la sua
apparenza paradossale. Esso É soltanto l'espressione della legge generale
secondo cui il valore di una merce É determinato dalla quantità di lavoro in essa incorporata, ma che questa
quantità di lavoro dipende
esclusivamente dalle forze produttive del lavoro impiegato e perciò varia con
ogni variazione della produttività del
lavoro.
e combattute diminuzioni di salario
Vogliamo ora esaminare seriamente i casi principali in cui si
tenta o di ottenere un aumento, o di opporre una resistenza alla diminuzione
dei salari.
Primo. Abbiamo visto che il valore della forza-lavoro, o, in
linguaggio ordinario, il valore del lavoro, É determinato dal valore degli
oggetti di prima necessità o dalla
quantità di lavoro richiesta per la
loro produzione.
Se dunque in un Paese determinato il valore degli oggetti di prima
necessità consumati in media giornalmente dall'operaio É di sei ore di lavoro,
pari a tre scellini, l'operaio dovrebbe lavorare sei ore al giorno per produrre
l'equivalente del suo sostentamento quotidiano. Se la intera giornata di
lavoro fosse di dodici ore, il capitalista gli pagherebbe il
valore del suo lavoro dandogli tre scellini. La metà della giornata sarebbe lavoro non pagato e il saggio del profitto
sarebbe del 100 per cento.
Ma supponiamo ora che, in seguito a una riduzione della produttività , occorra più lavoro per produrre, poniamo, la stessa quantità di prodotti del suolo, di modo che il prezzo dei mezzi di sussistenza consumati in media ogni giorno aumenti da tre a quattro scellini. In questo caso il valore del lavoro salirebbe di un terzo, o del 33 1/3 per cento. Occorrerebbero allora otto ore della giornata di lavoro per produrre l'equivalente del sostentamento giornaliero dell'operaio, secondo il suo tenore di vita di prima. Il pluslavoro cadrebbe dunque da sei ore a quattro ore e il saggio del profitto dal 100 al 50 per cento. Chiedendo